L’ufficiale e la spia e la sua fredda verità

Claudio Giordano

«Tutti i personaggi e gli eventi rappresentati in questo film sono reali». Più che a titolo informativo, la frase che apre L’ufficiale e la spia suona come una dichiarazione programmatica: l’ultima opera di Polanski, vincitrice del Gran premio della giuria alla Mostra del cinema di Venezia, non ci viene presentata come qualcosa di «ispirato a una storia vera». Questo film racconta la realtà.

La storia è quella del famoso affaire Dreyfus, accaduto nella Francia del 1894. Alfred Dreyfus, capitano alsaziano di origine ebraica, viene accusato e condannato per alto tradimento, benché innocente, dopo un processo irregolare e impari, in cui le prove sono inesistenti quando non volutamente manipolate. Gli alti ufficiali, i giudici e l’opinione pubblica non hanno dubbi: il traditore della patria è l’Ebreo.

Il caso è uno dei più famosi errori giudiziari della storia, raccontato già in diversi romanzi (il più recente è di Robert Harris, sceneggiatore del film), opere teatrali e film, primo fra tutti quello di Georges Méliès del 1899, solo cinque anni dopo l’inizio del caso.

Polanski sceglie di iniziare il racconto con la degradazione militare di Dreyfus e il suo esilio. Il nostro protagonista tuttavia non è il condannato, ma l’ufficiale Georges Picquart: antisemita, in passato superiore di Dreyfus all’accademia militare. Inizialmente convinto della colpevolezza del capitano, Picquart, una volta salito di grado e messo a capo dei servizi segreti, si renderà conto della sua innocenza, grazie ad alcuni documenti secretati, e si batterà contro il sistema per riuscire a farlo scarcerare.
Inserendosi impeccabilmente nell’ambientazione storica, la trama si muove con la cadenza e il passo di un film di spionaggio, fra depistaggi, appostamenti e organi dello stato corrotti. Polanski rifugge una certa retorica e i cliché spesso presenti nei film che raccontano di uomini che combattono per far venire alla luce la Verità, pur mantenendo una struttura classica. Dreyfus non grida a gran voce la propria innocenza, non si infiamma per l’ingiustizia ricevuta, (come avveniva, per esempio, in uno sceneggiato televisivo Rai del 1968 sullo stesso argomento). Il volto scavato di Louis Garrel e il suo sguardo raccontano un uomo orgoglioso, un uomo che proclama con ostinatezza la sua innocenza, ma in modo pacato, rassegnato; la quasi totale assenza di stupore, orrore o sorpresa da parte sua racconta qualcosa di più sottile: l’abitudine alla discriminazione. E la scelta di non rendere Dreyfus protagonista e di circoscrivere le scene del primo processo solo nei flashback trasporta un’idea ancor più angosciante, quella di un uomo che non ha alcun potere sulla sua vita, a prescindere da ciò che dirà o farà. L’accusa, la difesa, la sua condanna o la sua salvezza non solo non dipendono da lui, ma sono slegate dalle sue azioni, non hanno realmente a che fare con i suoi meriti o le sue colpe.
È soprattutto in queste sfumature che il film di Polanski trova la sua forza.

Picquart, magistralmente interpretato da Jean Dujardin, è un personaggio controverso. Il suo antisemitismo ci viene rivelato molto presto, attraverso un flashback in cui si confronta con un giovane Dreyfus. Successivamente, quando Picquart comincia a indagare sul caso e a lottare per la scarcerazione del capitano, mettendo a rischio la sua carriera e la sua vita, si potrebbe pensare che, in qualche modo, il protagonista possa cambiare. Ma questo non accade. Non c’è, contrariamente alle consuetudini del genere, una vera e propria redenzione, e non c’è catarsi. Picquart è un uomo mosso da un enorme senso della legalità e del dovere, ma è anche un antisemita, e lo sarà fino alla fine. Dreyfus tornerà in libertà, ma nell’assenza di cambiamento in Picquart c’è un pessimismo scoraggiante.

L’ufficiale e la spia non cade in sentimentalismi, anzi: è freddo. Freddo nella scrittura e freddo nelle immagini, complice una fotografia che per certi versi rimanda alla pittura impressionista, ma la priva di calore; la luce che entra dalle tende o dalle finestre negli uffici polverosi fa immaginare un cielo perennemente lattiginoso.

Lo stile di Polanski è quello di un grande regista maturo, che non fa niente di più e niente di meno di ciò che è necessario per raccontare la sua storia. Anche se la maggior parte del film si svolge in interni, quella sensazione di soffocamento così tipica nella sua opera non viene trasmessa grazie alla scelta dell’unità di luogo, ma con le inquadrature strette, che lasciano poca aria ai protagonisti e agli spettatori, e le scene in esterno sono poche e ben gestite. Il film si apre con un memorabile campo lungo in cui i soldati, piccoli, marciano per dare inizio alla degradazione di Dreyfus; panoramica a seguirli e inizia l’umiliazione. Questa distanza fisica dai soggetti (che per certi versi ricorda la prima scena di Carnage, in cui l’evento che dovrebbe essere centrale nell’incontro fra le due famiglie, il litigo dei loro figli, viene raccontato in campo lungo, quasi a sottrargli importanza) crea una distanza emotiva nello spettatore.

L’ufficiale e la spia è un film freddo anche perché poco «fisico». I corpi stretti nelle divise non hanno spazio; le emozioni, costrette nei limiti rigidi della gerarchia, vengono espresse in maniera contenuta; il disprezzo è mostrato da un lieve cambiamento di tono o da un saluto militare poco convinto, la risolutezza da una mano che spegne decisa la sigaretta nel posacenere. Eppure c’è una scena che colpisce per la sua prorompente fisicità: quella del duello fra Picquart e uno dei personaggi più disgustosi del film, un militare leccapiedi e corrotto. Anche grazie a un ottimo lavoro di sound design, durante il combattimento sentiamo l’aria tagliata dalle spade, la terra sotto gli stivali, la lama che entra calda e bruciante nella carne, come se per un attimo in quella forma di confronto primitiva, elegante ma animalesca, seppur camuffata da orgogliosa difesa dell’onore, non si stiano sfidando due soldati ma due uomini finalmente liberi dalle divise.

In una messinscena così sussurrata, si fanno notare alcune scelte più rumorose come le sequenze che raccontano la prigionia di Dreyfus sull’Isola del Diavolo, che sembrano attingere da un immaginario cheap del racconto di avventura: dissolvenze incrociate che sovrappongono l’immagine della mappa dell’isola all’imbarcazione in alto mare, l’isoletta del naufrago fatta di sabbia, palme e solitudine, le sequenze che mostrano le gratuite sevizie degli aguzzini sul prigioniero raccontate in seppia. Le scelte estetiche di queste scene potrebbero essere motivate dal fatto che quasi tutte sono evocate dalla mente di Picquart, sono sue proiezioni, e che l’immaginario a cui poteva attingere un uomo dell’epoca sia quello dei romanzi d’avventura ottocenteschi.

Nonostante l’ottima interpretazione da parte del cast, la regia curata e la sceneggiatura ben strutturata, L’ufficiale e la spia non convince del tutto. Eppure, ammesso e non concesso che si possano mettere da parte le pericolose, storicamente errate e moralmente sbagliate analogie che alcuni (fra cui forse il regista stesso) potrebbero aver visto con la storia personale di Polanski, questo è un film che parla alla nostra epoca. Un’epoca di discriminazioni razziali, religiose, culturali, ma anche un’epoca in cui è sempre più difficile distinguere il falso dal vero. Un’epoca di accuse.