Il pellegrino appassionato di Giuseppe Antonio Borgese

Rossella Monaco

L’immagine del pellegrino ci richiama alla mente storie di scoperta e spiritualità. Ce lo figuriamo affaticato, alla ricerca di nuove mete da raggiungere, all’avventura. Il termine deriva dal latino peregrinus, composto da per + ager («attraverso i campi»). Alle origini, indicava chi non abitava in città, il forestiero, lo straniero. Colui che vedeva con occhi diversi il quotidiano e lo interpretava a fini esistenziali.

In seguito, per associazione, divenne colui che non aveva dimora fissa, il viandante, il wanderer, il frequentatore di cammini. Meta e viaggio: trovare se stesso riflesso nelle vetrine di una metropoli, in un lago di montagna, tra le nuvole del cielo, nelle acque cristalline di tutti i mari del pianeta.

Molti approcci per un unico movimento, molti modi di viaggiare per un’unica dimensione, quella di colui/colei che è disposto/a a perdersi, a esporsi al caso e a nuovi incontri, accettando l’imprevisto e costruendo in questo percorso i propri significati.

Il titolo della raccolta di Giuseppe Antonio Borgese, Il pellegrino appassionato, riportata alle stampe da Avagliano editore, a distanza di 86 anni dalla prima edizione Mondadori, non si riferisce in realtà a un viandante zaino in spalla o all’atto fisico del camminare. Come ci aspetteremmo dall’autore, quella del pellegrino è più una condizione simbolica all’interno dei racconti. Richiama la ricerca continua di un senso, nel divenire del tempo che caratterizza la vita umana. Leggiamo dunque di viaggi reali, alla ricerca di luoghi illuminanti, ma soprattutto troviamo cammini interiori, sospinti dall’inquietudine spirituale dei personaggi. Se si potesse oggi titolare di fresco la raccolta, un buon suggerimento al lettore potrebbe essere: «L’uomo sulla soglia. Il vagare del genere umano nell’orizzonte metafisico». Lo si capisce fin dai primi racconti, grazie a diverse spie.

La prima è che la stagione in cui in maniera ossessiva sono inscenate le nar­razioni è quella dell’autunno, e l’ora prediletta è il crepuscolo. Momenti che annunciano la fine, la morte, e al tempo stesso preparano il terreno per una nuova vita. Momenti di passaggio, di non definizione, di rimescolamento e di possibilità. A una prima occhiata l’elemento caduceo è predominante ma è tutto funzionale alla rinascita. Ce lo dice lo stesso Borgese nel primo racconto, La Talpa.

Com’è bello – dissi al contadino più giovane – questo scavare la fossa per l’albero che deve vivere! Eppure somiglia tanto a quello che fa il becchino per l’uomo quando è morto. 

Fin da subito si riscontra anche una certa tensione per il corporeo, per la fragilità delle carni, di umani e animali.

E anche le stelle erano di tanti colori, ciascuna al suo posto, nel cielo immutabile; le piccole, le grandi, quelle che tremano, e quelle che, se uno le guarda più a lungo, lo fanno tremare. Così. Ogni cosa al suo posto. Le stelle nel cielo, la talpa tra le frasche dove Buricchio, certo, l’ha depositata, i morti sotterra, sul letto di roccia, donde colano l’acque grasse verso l’orto della Giustina.

Le descrizioni dei personaggi, in tutti i racconti, vanno in direzione di una certa diafana inconsistenza. La tenerezza che l’autore prova per le sue «creature», così confuse, deriva da un compatimento per quello che è l’essere umano nella sua corporeità transitoria e rassegnata. E Borgese partecipa di questa condizione insieme ai suoi personaggi. Come nel racconto Il vedovo:

I Calúmi, venduta la villa che avevano sulle Prealpi, migrarono al mare; in cerca di sole. Ma il trapiantarsi non giovò, come a piante che non hanno voglia di riattecchire. Anche al mare li seguiva, pallido, il sentimento di vivere inutilmente; tranne che scopo della vita non fosse contemplare la vita, e volersi bene, in solitudine. Il mondo d’oggi però (lo sentiamo dire tutti i giorni) non è dei contemplativi; e anche quel volersi bene, senza mutamento, uguale sempre come il respiro, somigliava al sereno e alla bonaccia che sul nostro mare possono durare mesi, e qualche volta fanno desiderare la burrasca. 

Ogni personaggio è solo e in difficoltà in relazione a questa scoperta di precarietà, e le pur abbondanti relazioni che riscontriamo all’interno dei racconti (uomo-natura, uomo-figli, uomo-società, maschile-femminile) si risolvono in un’incomunicabilità di base, in una tensione verso la conoscenza che non viene però mai realizzata fino in fondo. È la tragedia del genere umano. Ed è in particolare la tragedia del ceto medio, protagonista indiscusso della raccolta, composto da impiegati, intellettuali, consorti di benestanti proprietari, contadini arricchiti, professori e segretari.

La domanda insistente che l’autore ci pone è: si può superare in questa vita la fragilità corporea che ci caratterizza? Talvolta pare di individuare una risposta in una di queste relazioni, la più presente e indagata all’interno della raccolta, quella che culmina nel duello amore-morte: eros e thanatos.

Se la seconda pare vincere la battaglia, c’è già in vita la speranza che la prima torni a risollevare i caduti. E forse anche dopo la fine di tutto, l’amore rimane, come un totem di salvezza: per se stessi, per la persona scomparsa, per continuare a vivere, qui sulla terra o altrove.

A confermarci questa speranza, Borgese a fine libro volle esplicitamente inserire al posto della parola FINE la frase: «Il sole non è tramontato». Insistette con Arnoldo Mondadori, nelle sue lettere, come a dire: non bisogna scoraggiarsi, nonostante tutto. Senz’altro un riferimento alla sua condizione di esule in terra straniera nel momento buio dell’Italia fascista. Il Ministero della Cultura popolare lo inserì infatti fra gli «Autori le cui opere non sono gradite in Italia».

Questa sua condizione di Pellegrino però è anche letteraria. Saccheggiando le nostre conoscenze verrebbe da pensare che Borgese abbia preso ispirazione per il titolo dalla raccolta di William Shakespeare The Passionate Pilgrim. Il titolo della raccolta inglese si riferisce a quelle poesie d’amore per le quali Shakespeare era già noto, Venere e Adone e Lo stupro di Lucrezia, e soprattutto alla nota commedia Romeo e Giulietta. Ricordate il primo incontro dei due amanti? Le loro prime parole in sonetto descrivono Romeo come un pellegrino, e Giulietta, l’amore verso di lei, diventa il sacrario verso cui Romeo si dirige. Ecco le prime righe:

ROMEO: Se credete che io profani con la mia mano indegna questa sacra reliquia, le mie labbra rosse come due timidi pellegrini cercheranno di rendere morbido l’aspro contatto con un tenero bacio.
GIULIETTA: Buon pellegrino, voi fate un grave torto alla vostra mano, che non ha fatto altro che dimostrare un’umile devozione. Anche i santi hanno le mani, e le mani dei pellegrini le toccano: palma contro palma; infatti è questo il bacio sacro dei palmieri.
ROMEO: Ma i santi e i palmieri non hanno labbra?
GIULIETTA: Si, pellegrino, labbra che servono per la preghiera.
ROMEO: Oh, allora, dolce santa, lascia che le tue labbra facciano come le tue mani; esse pregano, tu esaudiscile, in modo che la fede non si muti in disperazione.
GIULIETTA: I santi non si muovono, eppure esaudiscono coloro che li pregano.
ROMEO: Allora non muoverti, così la mia preghiera sarà esaudita
.

Se ci facciamo influenzare da questa citazione neanche troppo nascosta di Borgese, Il pellegrino appassionato assume una sfumatura perlopiù amorosa: in questo viaggio iniziatico, da pellegrino, l’uomo scopre che amare la natura e le persone che fanno con lui il viaggio lo aiuta a sentirsi parte di qualcosa, a superare la sua finitezza, verso «un obiettivo sacro». Perché gli uomini, gli animali, perfino le cose, sono in questo mondo nella stessa situazione. Sono corpi in sofferenza del tempo. Ce ne rendiamo conto per la prima volta forse nel racconto La casa:

La casa è di pietra, di calce, di legno; ma non è meno viva del corpo vivo, con le condutture dell’acqua e del gas, coi tubi del termosifone, coi fili della luce elettrica e del telefono che vi serpeggiano pei muri, come vene ed arterie piene di luce e di suono, con le finestre che somigliano agli occhi, coi ram­picanti verdi che paiono capigliature giovanili e obbediscono alle stagioni ma ingannano gli anni.

L’aggettivo «appassionato» pare dunque far riferimento anche a un altro genere di «passione», quella del sacrificio in questa ricerca di senso, derivante dallo scarto tra ciò che caratterizza la vita quotidiana, fatta di piccole cose e gesti codificati, e l’oltre da sé, il versante metafisico, nello scorrere inesorabile del tempo. Troviamo in molti racconti, descritti con zelante precisione lessicale e ampiezza di dettagli, abitudini, gesti codificati, regole. Sia regole umane che della natura. A queste leggi, l’uomo pare conformarsi e al tempo stesso la sua singolarità terrena gli permette di distinguersi e slegarsi da esse, provocando però sempre sofferenza tra quello che è codificato, scandito dagli anni, e quello che si vorrebbe essere. Come nel racconto La centenaria:

Ogni anno, nella stessa stagione, io vedevo donna Eligia, e ne ascoltavo le parole, sempre uguali. Così a uno che lavora accade ogni ora di destarsi dai suoi pensieri, udendo il ronzio del vecchio orologio a pendolo che fra poco sonerà, guardan­do il quadrante istoriato dove i buchi per le chiavette paiono due occhi senza pupille. Un’altr’ora del suo tempo è finita, e la macchina del tempo lo avverte.

Troviamo, sfogliando le pagine, individui soli (anche in mezzo alla gente), incapaci di distinguere nel caos ciò che è davvero importante, a briglie sciolte nella vita patinata e frettolosa della modernità, in cui l’immaginazione è perlopiù eterodiretta. Nel racconto Valencia così scrive l’autore:

Siamo delusi del riposo, stanchi della solitudine in mezzo alla folla. Ci ha preso fastidio di questi uomini, di queste don­ne senza immaginazione, che non gustano il gioco della vita se non al tavolo del poker e non sentono il tempo se non nel tempo del fox-trot. Intorno a me, come sempre m’accade nel mondo di lusso, s’è fatto il deserto. Deserto di grande albergo; di luci crude, di perle, di sparati, di spalle color di rosa, di sbadigli con denti d’oro. Eppure, per accidia, non riusciamo a staccarci. 

Per chi legge con empatia, le parole di Borgese sono coltelli, sanno far male, perché provocano dolore esistenziale. Si percepisce il fastidio del corpo. L’autore, del resto, indugia sugli aspetti carnali più raccapriccianti, come nella descrizione morbosa delle vene della donna amata, nel racconto Le mani:

Benché essa sia molto giovane, non abbia ventiquattr’an­ni, una vena sulla sua mano ha già un rilievo forte; quella che le scende dall’indice verso il pollice, e si smarrisce nell’inca­vo che sul dorso della mano corrisponde al monte di Venere, come lo chiamano i chiromanti. A guardar bene se ne scopro­no altre, specie, nella magrezza del polso, dalla parte del pal­mo; ma questa che dico è quella che si vede prima, dove scorre più sangue; un sangue rosso dentro una guaina azzurra.

Sono condizioni che creano però anche un miraggio, etereo e sottile. Fanno scaturire quel sorriso tipico di chi pensa: «Io conosco questa sensazione. Mi ci riconosco». E la memoria comune, l’inconscio collettivo così come i sogni aiutano a risolversi per vivere a pieno il presente, in pace con il passato e pronti per il futuro, per accogliere in maniera più consapevole quei mondi lontani che ci attendono. Nel racconto La biografia di Emily Lipari leggiamo, ad esempio:

Poi studiò teosofia e amor platonico. Infine s’appassionò d’astronomia o, più propriamente, della plura­lità dei mondi abitati. I libri di Flammarion le erano guide per queste escursioni nell’ipotesi. S’era fatta in mente che in qualche pianeta rosso o violetto prosperasse un’umanità più pura. L’amore era ivi co­munione di spiriti e la generazione delle nuove creature non era diversa da quella dei nuovi pensieri. Già sulla terra vi sono specie vegetali che alzano le cime incontaminate verso il cielo. Il cipresso e la cipressa si amano e non si toccano. Così, come qualche cosa d’arboreo e di circonfuso d’azzurro, s’immagina­va l’amore astrale; ma aggiungeva mentalmente che gli alberi lassù erano certo inodori e splendenti e non grondavano del profumo colpevole dei tigli.

Alcuni racconti hanno un gusto ancora più fantastico, magico, superando la scienza (come La bottega del fiore e Il chiromante), altri invece sono più realistici, talvolta funerei e spietati. Alcuni hanno tratti veristi, persino. In altri pure riscontriamo la poetica delle piccole cose che è stata di Fogazzaro. Notiamo quindi una coraggiosa varietà di toni e generi, nonché una grande versatilità nel dar voce a diversi immaginari. In alcuni racconti, si percepisce una maggiore costruzione: sono più teatrali, talvolta infarcite di cliché – quantomeno per la sensibilità del lettore contemporaneo. In definitiva, però, questa continua altalena nell’animo umano fatta di sbalzi tra umori e idee, in un pastiche di generi e contenuti, viene controllata nel suo ritmo oscillante da una scrittura sorvegliatissima, dove ogni parola diventa un correlativo oggettivo inequivocabile.

Il doppio binario, tra concretezza e simbolo, ben rappresenta la produzione di Borgese, un autore che difficilmente si è riusciti a canalizzare in una corrente, e forse anche per questa sua ambiguità non ha avuto il seguito e il successo di altri suoi contemporanei né in vita né dopo. Ma è un’ambiguità necessaria per la sua opera e per la sua ricerca metafisica, di cui egli parla anche in questi racconti:

Perciò io sono in me quanto più sono nello spazio, e più mi trovo quanto più mi fuggo. Perciò sento non come una vuota vicenda ma come vera guerra questo dramma delle stagioni e dei giorni, questa dualità di sole e d’ombra; e nel soffocato rumore dei mesi scuri riodo l’aperto rullio, i tuoni, i lampi, le collere inattese, le commosse paci della stagione giovane; nei cieli fissi delle lunghe notti cerco il fremito che incendiava un tratto di cupo saettando stelle filanti come scintille messagge­re staccate dall’arpeggio immisurabile delle Pleiadi.
Non vorrei più sapere ch’è passato il tempo. Ciò che fu si rinnovi, gioventù senza morte, o la morte non sia che l’om­bra stessa delle cose lucenti. Gli stessi monti a cui la mattina nascendo allevia le vesti di ghiaccio come piume di cigni, la notte, avvolti di profezia, ascoltavano i torrenti e la domanda perpetua degli abissi.
Di varco in varco, di riva in riva, ogni vista proseguiva nell’altra, e tutte le cose ch’io vedevo in corsa stavano poi nel piccolo infinito di uno specchio. Oriente e Occidente, Nord e Sud, l’impero dell’estate, si univano in una stessa prospettiva, ed il tempo era vano. 

Borgese fu per la maggior parte della sua vita un uomo in fuga: spiritualista e insofferente rispetto ai rigidi schemi. Nel 1931, dopo diversi anni di pellegrinaggi in Europa e in Italia, partì per gli Stati Uniti d’America per tenervi corsi universitari, ma quello che avrebbe dovuto essere un breve soggiorno divenne alla fine un esilio per il rifiuto opposto al giuramento fascista. Ripudiava ogni particolarismo, in letteratura e in società.
Scrisse nel suo diario il 30 Maggio 1933: «Questo è il primo giorno della mia vita in cui non ho casa; perché infine, anche quando ero pellegrino nella mia gioventù, avevo la casa paterna. Ora sono davvero il pellegrino appassionato; […] Ma forse soltanto questo è il modo di giungere all’Atlantide; altrimenti non avrei mai tro­vato l’ardire. E forse devo anche questo a mia moglie, che ha tagliato così crudelmente gli ormeggi. […] Tutto pongo sul tuo altare, o dea, o Poesia. Fa ch’io sia tuo. Il Figlio dell’Uomo non ha dove poggiare il suo capo. […] Non ho più casa sulla terra; me la devo costruire nelle stelle». Un autore intenso, di spessore metafisico, fatto per piacere a chi è alla ricerca di risposte ideali da contrapporre al materialismo imperante, mai melenso nella sua capacità di controllo della scrittura. Leggere questa raccolta vuol dire davvero fare un pellegrinaggio appassionato, per partecipazione e sofferenza, divertimento e scherno, all’interno di se stessi e della società umana.