Le proprietà taumaturgiche del raccontarsi, Donne che parlano di Miriam Toews

Beatrice La Tella

Ho capito di voler leggere tutti i libri di Miriam Toews quando l’ho vista dal vivo: è un tiepido pomeriggio di ottobre e nel quartiere Pigneto è in corso inQuiete – Festival di scrittrici a Roma. La sala del cinema Avorio è piena e, chiamata a conversare col pubblico a proposito di se stessa e della propria letteratura, Miriam Toews sale sul palco pervasa da una grazia luminosa. Durante l’incontro si sorride parecchio, si dialoga fittamente, si leggono brani, ci si interroga su femminilità, oppressione, religione, malattia mentale, sul concetto di famiglia. Donne che parlano, edito da Marcos y Marcos, è il primo libro che ho letto di quest’autrice, quello che mi ha spinta ad andare ad ascoltarla, per uscire dalla sala definitivamente innamorata di lei e intenzionata, appunto, a recuperare il resto della sua produzione.
Nata in una comunità mennonita del Canada, Miriam scappa di casa a diciotto anni, seguendo le orme della sorella maggiore – fuggiasca anche lei e poi suicida – per poter studiare a Montréal e a Londra, e coltivare quella propensione selvaggia e irresistibile per la scrittura che l’ha portata a essere oggi autrice di sette romanzi e un memoir, insignita di prestigiosi premi letterari. La fuga le costa la condanna e la scomunica da parte dei capi religiosi della comunità, fortemente oltraggiati dalla cruda onestà dei suoi libri.

Donne che parlano è ambientato proprio in una colonia mennonita, non in Canada ma in Bolivia, e prende le mosse da fatti realmente accaduti tra il 2005 e il 2009 nella comunità di Manitoba: centotrenta donne (questo il numero ufficiale che lascia fuori denunce mancate e insabbiamenti), alcune anche giovanissime, si svegliavano spesso insanguinate, doloranti, coperte di lividi che lasciano ben pochi dubbi sulla propria origine. Le mennonite boliviane venivano sistematicamente narcotizzate con un anestetico veterinario e stuprate da (almeno) otto uomini della comunità, spesso fratelli, zii, parenti, tutti determinati nel negare l’evidenza più palese. Nella colonia dall’impronta marcatamente patriarcale, in cui le donne sono mantenute analfabete e relegate alla sola riproduzione e cura della casa, il pastore accusa le vittime di portare sul corpo i segni di un indefinito castigo divino o della copulazione col demonio, fino a sostenere che si siano, semplicemente, inventate tutto.

Il romanzo di Miriam Toews è una ri-narrazione della vicenda, «una risposta narrativa a questi fatti di vita vissuta e un atto di immaginazione femminile», come recita la nota posta in apertura alla storia. Il titolo Donne che parlano è di per sé una dichiarazione d’intenti e descrive proprio la struttura in cui il romanzo viene articolato: si tratta dei verbali redatti da August Epp, uomo dimesso e tormentato mai convintamente appartenuto alla comunità, su richiesta di otto donne riunite in segreto in un fienile. L’adunanza sovversiva comprende due famiglie e almeno tre generazioni: ci sono le matriarche anziane, le adulte e le ragazzine più giovani, e ci sono modi diversi di rispondere alla violenza subita: “non fare niente”, “restare e combattere” o “andarsene”.

Al centro di tutto la parola, contesa, rissosa, impertinente, la parola quieta e riappacificante, la parola lucida e quella vinta dalla rabbia, pronunciata o scritta. Le figure tratteggiate da Miriam Toews sono policrome e precise, archetipiche pur nella peculiarità della caratterizzazione: le anziane Agata e Greta, che tengono a bada le liti tra le loro figlie e nipoti, la furente Salomè, la nevrotica Mejal, la brusca Mariche, le giovani Autje e Neitje con la loro adolescenza acerba, e poi Ona, oggetto d’amore di August, Ona la stramba sognatrice, Ona l’impavida. «Ona è considerata quella che ha perso la paura – il che, per i coloni, è un po’ come aver perso la bussola morale ed essersi trasformati in un demone». L’abilità dell’autrice è il suo garbo nel tenere insieme le voci di queste figure così diverse, tesserne insieme il dolore e le risposte, senza sovrapporle, senza che il dialogo costante perda di naturalezza e mordente.

Contro il mutismo brutale imposto dai capi della colonia, le donne parlano e parlano e non smettono di parlare e si parlano addosso, cantano, litigano persino, ma sono più vive e più forti che mai nel momento in cui ragionano su se stesse e sulla propria sorte. Donne che parlano è un libro rumoroso, attraversato in tutte le sue pagine da un vocio bellissimo e crepitante. La scrittura di Miriam Toews rispecchia la leggiadria dell’autrice stessa: ha uno stile in apparenza piano che rivela grande passione dietro la misura. La storia potrebbe indugiare facilmente sull’orrore e la violenza, ed è interessante vedere come si scelga invece di mantenere questi due aspetti ai margini, senza mai espungerli ma impedendo comunque che prendano il sopravvento. Ne viene fuori un libro dolente ma anche lieve, che plana con leggerezza, ma senza distacco, sulle miserie umane e sulla bellezza che in queste stesse miserie continua a resistere. Le mennonite ribelli non parlano soltanto ma ridono anche, ridono molto e la loro ilarità contagia il lettore che si ritrova suo malgrado a sorridere, spiazzato, mentre sfoglia le pagine di una storia così nera. Nel testo il richiamo della morte è sempre dietro l’angolo, il suicidio è un canto di sirena che viene dalla corda appesa al soffitto, la violenza e la superstizione si congiungono in un’unione dagli effetti devastanti, ma le otto donne riescono a nominare – e così oltrepassare – il male subìto e, nel farlo, a dare nuova speranza anche ad August, fino a quel giorno sperduto nella sua ricerca di senso e sempre più distaccato dalla vita.

L’ironia, afferma Miriam Toews al cinema Avorio, è sempre cruciale ma lo diventa ancor di più in contesti invivibili, narrati senza sconti e senza morbosità. Donne che parlano è tutto attraversato da un umorismo estremo, l’umorismo della catastrofe, che caratterizza a tal punto la narrazione da diventarne una delle principali cifre stilistiche. Ironizzare su se stessi e su tutto il resto non è qui una difesa ma un vero e proprio criterio di conoscenza, un modo di esperire gli eventi, anche i più tragici, soprattutto i più tragici. Accade così che le pagine del libro tocchino abissi foschi e ne riemergano limpide, perché se è vero che esiste un’ereditarietà del suicidio forse esiste anche un lascito della salvezza, una consegna che si muove dal parlato allo scritto, dalla riunione segreta alla redazione dei verbali, da Ona a August.

In una vita complessa e segnata da ombre, Miriam Toews trova la sua potenza nella parola. Che sia stampata o che sia il dibattito in un cinema, o ancora lo scambio fugace con una mennonita venuta a ringraziarla clandestinamente, la presa di parola è insieme il primo atto rivoluzionario e la via verso la guarigione dal dolore. Donne che parlano è un libro di appena duecentocinquantatré pagine che riesce a contenere questi universi, un’opera che racchiude molte realtà differenti e una verità fondativa: raccontare storie è sopravvivenza.