Pluvia

Beatrice La Tella

Il primo giorno piovvero farfalle. Caddero morte per ore, in un turbinio di riflessi colorati e di piccole, ripugnanti protuberanze. Erano da sempre state le più fragili e gli scienziati cercarono di minimizzare: «Finché resistono le api non abbiamo nulla da temere». La gente camminava per strada con l’ombrello e in tutte le città della terra aleggiava un silenzio meditabondo. Nei luoghi abituati alla siccità – e la siccità era aumentata moltissimo negli ultimi decenni – quell’invasione sembrava un miraggio cinematografico, come se un regista megalomane avesse richiesto una miriade di comparse, pronto a far precipitare un diluvio artificiale. Le poche zone ancora piovose erano invece avvezze al traffico di ombrelli ma non abituate ai colori che tutte quelle ali proiettavano intorno, attraversate dai raggi del sole. A guardare verso l’alto si aveva l’impressione di trovarsi all’interno di un’immensa cattedrale dalle vetrate finemente cesellate e il silenzio che era calato attonito sulle strade non faceva che accrescere la sensazione di sostare, sacrileghi, in un luogo di culto. Nessuno aveva gran voglia di parlare. Certo, si era verificato qualche caso di isteria: gli entomofobi erano come impazziti, ritrovatisi di colpo all’interno di un incubo luttuoso e surrealista, e fuggivano, in cerca di asilo nei locali più vicini. I più però si erano limitati a infilarsi sotto i balconi o a comprare gli ombrelli tascabili che i venditori ambulanti si erano subito affrettati a tirare fuori.
L’evento non arrivava poi così inatteso: da quando, ormai ben più di cinquant’anni prima, il numero di specie animali aveva iniziato a diminuire in modo drastico, ciascuno aveva fatto i conti con il prospettarsi di questa nuova ondata. Il fenomeno aveva colpito per primi gli animali di grossa taglia, a partire da quelli che erano già stati dichiarati in via d’estinzione. Portandosi via le forme di vita su cui era stata emessa da tempo una sentenza di morte, aveva ingannato tutti, era stato sottovalutato, cominciando in sordina, per manifestare a poco a poco la sua reale gravità. Negli anni si era esteso a tutte le altre specie, a rischio e non, per subire un arresto quando era stata la fine per i roditori più piccoli. Il volto della terra era cambiato in maniera profonda e irreversibile: la foresta pluviale era un immane acquitrino ammutolito, i boschi gigantesche macchie verdi dalle fronde abbandonate, i deserti erano divenuti ancora più spogli, i mari vuoti, le savane dolenti. Alla fine delle stragi, gli insetti erano stati gli unici a scampare alla moria collettiva, gli unici a risuonare dei loro friniti, schiocchi, sibili, raschi, ronzii, brusii. Alla fine delle stragi, solo gli insetti erano rimasti a cantare per il mondo.
Era, d’altronde, del tutto logico; chiunque sapeva che con ogni probabilità i soli superstiti di un ipotetico inverno nucleare, di una catastrofe ecologica o di un non ben specificato cataclisma definitivo sarebbero stati loro. Eppure, nessuno di questi eventi aveva preceduto gli infiniti eccidi che d’un tratto avevano cominciato a funestare il pianeta: le analisi, le autopsie, gli studi che ne erano seguiti non avevano trovato alcuna malattia, nessuna ragione fisica, psicologica, biologica. Tutti quegli animali, ciascuna specie nella sua interezza e con una precisione disarmante, si erano semplicemente spenti.

Il nostro pianeta dominato dagli insetti, pensava Paul Onfray, mentre tirava fuori il suo ombrello. Forse no, allora. Non se le farfalle sono solo le prime. Non era stato colto alla sprovvista da quel diluvio entomologico perché chiunque viva a Londra sa che il cielo è un tetto inaffidabile ed è sciocco muoversi di casa senza la sicurezza di un minimo riparo. Come tutti però era rimasto paralizzato quando si era accorto di cosa stava precipitando sulla sua testa. Sulle prime aveva pensato che si trattasse di nevischio, per la sensazione di levità che aveva avvertito quando la prima falena bianca gli aveva sfiorato il viso. Subito dopo, però, aveva notato macchie colorate posarsi a terra e aveva pensato di stare per morire. Scotoma, distaccamento della retina, tumore. Pronunciò tra sé i nomi di una serie di patologie in ordine crescente di gravità finché non si accorse degli sguardi attoniti degli altri pendolari. Solo allora vide che quegli strani petali avevano zampe sottili e antenne, e che alcune, posandosi al suolo, mandavano un ultimo fremito, un tremore meccanico.

Rimase immobile, come invischiato nell’ambra, davanti all’ingresso della metropolitana di Clapham South. Mentre le farfalle morenti gli sfioravano le spalle fluttuando, evocò d’istinto i racconti di suo padre sui giorni in cui era toccato agli uccelli.
Era successo una trentina di anni fa, poco prima che Paul nascesse. «Quelli sì che sono stati giorni insanguinati, Paulie», la voce del padre gli rimbombava nella testa, più salda di com’era adesso ma già arrochita dal fumo. «Con gli uccelli durò per almeno due settimane. I primi furono i piccioni, o forse furono i primi solo qui a Londra. I marciapiedi erano una poltiglia di piume e sangue. Tuo nonno ha detto di non aver mai visto tanto sangue in una strada, nemmeno quando era di istanza in Siria. Sai, con gli animali di terra non è stato così traumatico: per lo più si limitavano ad accasciarsi, emettevano qualche lamento e si spegnevano. Sembravano addormentarsi… quasi in pace, ecco. Era triste, ma non violento, non agghiacciante. Ma gli uccelli no. Gli uccelli precipitavano sbattendo le ali, strillando, schiantandosi al suolo. Non so quante persone sono morte il primo giorno: chi ha sbandato con l’auto, chi è finito fuori strada o hanno fatto strage di passanti. Nei paesi dove gli uccelli erano più grossi c’è stata gente che è morta con il collo spezzato o che ha perso gli occhi per via di becchi e artigli. Molti muratori e lavavetri sono stati buttati giù dai palazzi. È stata una carneficina, Paulie. Eravamo tutti terrorizzati. Ci siamo barricati in casa, uscendo solo quando non se ne poteva fare a meno e cercando di ripulire il più possibile alla minima tregua. Non avrei mai creduto che a Londra potessero esserci tanti uccelli. Gli ultimi, almeno qui, furono i pettirossi. La cosa peggiore comunque fu quando finì. Le strade erano catacombe: l’unica fortuna fu che gli insetti avevano già iniziato a darsi da fare e ci alleggerirono un po’ il lavoro. Spero che tu non debba mai vedere una cosa simile, mai». Di solito arrivato a quel punto si prendeva una breve pausa, i pensieri sommersi dalla marea vermiglia di piume impressa sul fondo delle sue pupille. Poi sospirava e aggiungeva: «Ma tu, Paulie, sei al sicuro: gli uccelli sono finiti».
Una grossa falena morta lo colpì sulla nuca. Paul si riscosse e scese lungo le scale della metro, inghiottito dalla corrente fredda che saliva dal sottosuolo. Non si era mai sentito così sollevato all’idea di scendere sottoterra. Per una mezz’ora aveva un rifugio. Ma, mentre la scala mobile lo guidava verso il basso, si chiedeva quanto sarebbe potuta durare. Si chiedeva cosa significasse che fosse cominciata così presto.

«Avevano detto che avremmo avuto ancora centinaia di anni!» diceva sottovoce una ragazzina. Aveva sedici anni, portava due anelli al naso e le unghie dipinte di viola.
«Non è questo il punto, Liu» rispose il ragazzo smilzo che era con lei, tormentandosi i capelli con le mani, un gesto abituale di nervosismo. «Il problema è che avevano detto che sarebbe toccato a noi prima che agli insetti, capisci? Prima! Questo rimescola tutti i calcoli che avevano fatto. Vuol dire che si sono sbagliati sulle tempistiche. Come facciamo a capire quando toccherà a noi?».
Liu strinse la presa sull’ombrello trasparente che stava condividendo con il suo amico e si guardò intorno: per terra stava cominciando a formarsi una poltiglia scivolosa. Sebbene loro due avessero cercato il più possibile di non calpestarla, intorno nessuno sembrava prendersi la stessa premura. Si trovavano vicino al Palazzo della Borsa. Impiegati con ventiquattrore scure alla mano avanzavano inarrestabili, molti addirittura senza ombrello, togliendosi dalle spalle e dai capelli le farfalle che si posavano loro addosso con un gesto distratto di fastidio.
«A volte penso che sopravvivremo a tutto, invece», disse, «a tutto quanto. Ci basterà tenere stretti le valigette e gli orologi». Si fermò al centro dell’incrocio. Non c’erano automobili in giro perché nel momento in cui era stato diramato l’allarme ogni mezzo di locomozione era stato fermato per evitare incidenti. A parte il calpestio ritmato della strada, non si levava il minimo suono. Jian e Liu non conoscevano il sottofondo vago offerto dal cinguettio degli uccelli, ma erano cresciuti con i suoni striduli e scattanti degli insetti cittadini che, quasi del tutto privi di nemici naturali, si erano moltiplicati tra le aiuole e i parchi. Da quando la prima farfalla si era posata al suolo, però, sembrava che il resto del loro regno fosse ammutolito, come se stesse trattenendo il fiato, ciascun ordine interrogandosi sulla propria sorte, ciascuna famiglia ponendosi le stesse domande che attraversavano i pensieri umani.
Jian si fermò accanto a Liu. «Guardali», disse lei abbracciando con lo sguardo sia la folla che le farfalle calpestate. Jian si accorse che si era rosicchiata le unghie e il suo indice stava iniziando a sanguinare. «Secondo te cercano di ignorarle o non le vedono sul serio?».

Clara Consolo viveva affacciata sul mare da quando era nata. Dalla sua finestra osservava la spiaggia risplendere, il sole che illuminava un ricamo di ali come fossero cristalli prismatici. Il vero spettacolo era però offerto dalle onde che, con il loro perpetuo rimescolio, creavano e scomponevano un mosaico multicolore, informe e senza fine. È più bello di quella volta coi pesci, pensava. Quando era toccato ai pesci l’intera Scilla era stata scossa da pianti e lamenti. Il pesce era il sostentamento, il pesce era il commercio, ancora il primo dio del loro pantheon. Clara ricordava le lacrime di Salvatore come se fossero state scolpite nel marmo. Suo marito era poco abituato al pianto, non per una qualche sciocca ossessione di virilità, ma perché sin da bambino aveva sempre sfogato diversamente la sua tristezza, allontanandosi in passeggiate solitarie lungo la battigia fino a trovare il punto perfetto dove piantare la canna da pesca. Ma il giorno in cui la superficie del mar Tirreno era stata sommersa da pesci morti risaliti a galla, Salvatore era esploso in un pianto gutturale e antico, un lamento che non ammetteva sollievo. Ogni volta che Clara ne incrociava il volto rugoso, anche dopo anni, per un istante il suo cervello vi proiettava sopra quel momento di abbandono, la sua resa a un’angoscia profonda che non l’avrebbe più lasciato. Sarebbe comunque andato in pensione nell’arco di pochi anni, questo Clara lo sapeva, ma sapeva altrettanto bene che per lui la possibilità di sortite solitarie in barca o di insegnare la pesca a suo nipote era perduta e questo gli avrebbe pesato sul cuore in eterno. Un dolore sottile ma costante che lei percepiva come una scossa elettrica ogni volta che lo toccava, un ultrasuono celato in ogni sua parola. Clara invece non aveva mai amato più di tanto pescare ma adorava fare immersioni – il suo rimedio alla mestizia – e per moltissimi anni il mare era stato inaccessibile, un tappeto traslucido di squame, tentacoli e occhi, soprattutto occhi. Le mareggiate di settembre spingevano sulla riva i loro precedenti abitanti e lì li abbandonavano, a irrigidirsi nell’aria secca, ad essere divorati da api, bigattini vendicativi e mosche della sabbia. Era impossibile camminare sulla spiaggia senza sentire addosso una folla di occhiate interrogative, pupille sbiancate dal sole che chiedevano a Clara una spiegazione. Era o no la moglie di un pescatore? Chi più di lei doveva loro qualche risposta? Per mesi non era riuscita ad avvicinarsi alla costa senza sentirsi in colpa, in un modo che non era in grado di razionalizzare, una colpa che era un’eco ancestrale e frustrante. Clara aveva dovuto lasciarsela alle spalle per non impazzire. E l’odore, Dio, l’odore era insopportabile. La sua casa di bambina sorgeva proprio accanto al mercato del pesce ma mai aveva sentito un tale puzzo di putrefazione, come se il mare intero fosse morto, e in qualche modo era esattamente così. Ricordava di aver pensato a quanto beffarda fosse stata la sorte che aveva fatto sparire i gabbiani cinque anni prima, precludendo loro quel banchetto memorabile. Per smaltire i pesci c’era voluta un’infinità e le spiagge di tutto il mondo erano ormai piene di lische.
Ci vorrà meno per le farfalle, suppose Clara. Chiuse la finestra e raggiunse il marito che leggeva il giornale del giorno prima in salotto.

Il dottor Patel era seduto alla sua scrivania. Viveva a Richmond da ormai più di quindici anni, da quando aveva ottenuto il massimo dei voti e una borsa di studio per approfondire i suoi studi di biologia, eppure, quando alla finestra aveva visto grondare farfalle, aveva subito ritrovato il Gange, il vortice delle donne che vi andavano a sciacquare i panni, i colori accesi dei vestiti nei giorni di festa a Mumbai. In America non aveva più incontrato colori così intensi. Era stato a Times Square, bombardato dai maxischermi pubblicitari, era stato abbagliato dalle luci di Las Vegas e da ogni eccesso cromatico che gli Stati Uniti potevano offrirgli ma, prima di quella mattina, non aveva mai rivisto i colori della sua terra d’origine. Quest’associazione improvvisa lo distrasse dal suo lavoro, tanto che poté tornarvi dopo molte ore. Solo allora l’incanto di quella reminiscenza si ruppe e la nostalgia fu soppiantata da un pensiero repentino. Presto. È troppo presto.

Il quindicesimo giorno fu la volta delle zanzare. Nere, minuscole, eppure ancora gravide di sangue e saliva urticante, esplodevano a contatto con ogni cosa che colpivano. Erano un brulichio ronzante che oscurava l’orizzonte come una nube, una tempesta dalle precipitazioni rossastre e malariche.
Benché dalla scia inaugurata dalle farfalle non fosse passato giorno in cui diverse specie di insetti non precipitassero al suolo, nelle grandi città nessuna attività era stata chiusa, erano stati esentati soltanto coloro che non potevano raggiungere i luoghi designati a piedi o in metropolitana. Dopo la prima settimana di spaesamento, le strade venivano costantemente ripulite impiegando vecchi mezzi spazzaneve, nel tentativo di ammucchiare gli insetti morti negli angoli delle città e mantenere liberi almeno i percorsi principali. La loro estinzione non era ritenuta pericolosa, a patto che ci si muovesse con accortezza. Paul era d’accordo, ma il giorno delle zanzare aveva preferito darsi malato in ufficio. Angie avrebbe partorito di lì a qualche settimana e la storia degli insetti aveva iniziato a metterla in seria agitazione. A Paul era bastato guardare fuori dalla finestra per capire che quel giorno sarebbe rimasto a casa. La strada di fronte somigliava alla scena di una strage efferata. I vetri della sua finestra erano schizzati di rosso e Paul capì in minima parte quanto grande doveva essere stato il terrore di suo padre quando gli uccelli avevano cominciato a schiantarsi. A rendere tutto più raccapricciante erano le dimensioni delle zanzare: in quell’eccidio erano quasi invisibili, minuscoli grumi neri in mezzo a sempre più ampie pozzanghere di sangue che sembrava piovere dal nulla.
Paul non era mai stato credente ma la sua memoria non poté fare a meno di correre all’Antico Testamento, ai tempi di Dio tonante punitore. Si chiese in che modo l’umanità si fosse guadagnata queste nuove piaghe. Mentre abbracciava sua moglie, con un brivido pensò che era in arrivo il suo primogenito.

Giorno 1: lepidotteri.
Giorno 2: coleotteri – coccinellidae, harmonia axyridis.
Giorno 3: odonati.
Giorno 4: ortotteri – ensifera. 

Il dottor Patel rileggeva i suoi appunti. Aveva iniziato a tenerli dall’undicesimo giorno, quando erano state ritrovate senza vita le blatte di tutto il mondo. Molte erano andate incontro alla loro fine nelle fogne ma altrettante erano, per qualche motivo, risalite in superficie, dove si erano lasciate morire sull’asfalto, un tappeto scricchiolante di infezioni e malattie. Stavolta le autorità sanitarie erano state costrette a intervenire con prontezza maggiore, emanando raccomandazioni diffuse a non muoversi di casa se non obbligati e indossando maschere antismog. Nel caso delle blatte, soprattutto nelle grandi città, spostare gli insetti morti non era una precauzione sufficiente: era stato necessario il fuoco. Guidati dai distaccamenti dei pompieri, volontari in tuta da rischio biologico avevano dato alle fiamme le strade e per un po’ l’aria era divenuta irrespirabile.
Patel era ormai venuto a patti con l’inizio anticipato del fenomeno, eppure fino all’undicesimo giorno aveva continuato a supporre che vi fosse uno schema, che l’ordine in cui le varie specie di insetti scomparivano avesse una sua logica interna, una costante, una formula. Aveva elaborato un discreto numero di ipotesi e scenari e in ciascuno di essi le blatte erano, se non le ultime, di certo una delle specie più tardive ad andarsene. L’undicesimo giorno aveva smentito con un certo sadismo i suoi sforzi e da allora aveva cominciato a credere, in un impeto di superstizione, che un’intelligenza crudele avesse cominciato da farfalle, libellule e coccinelle per lasciare l’uomo da solo con gli insetti ritenuti più fastidiosi. Aveva deciso di puntare tutto sulle zanzare. Il suo risveglio al quindicesimo giorno irrise anche questa congettura. Con un sospiro il dottor Patel prese il suo taccuino.

Giorno 15: ditteri – culicoidea.

Jian aveva deciso di passare a prendere Liu a scuola. Sapeva che lei non si muoveva più di casa senza il suo ombrello ma sapeva anche che era di plastica trasparente e Jian voleva risparmiarle l’imminente colata di sangue. Di quell’ombrello avevano discusso, poco dopo l’inizio delle piogge. «Non capisco perché tu vada in giro con qualcosa che ti ripara il corpo ma non la vista». Lei aveva obiettato di non voler essere colpita dagli insetti morenti ma nemmeno allontanarli del tutto. «Voglio essere presente, non ignorare quello che sta succedendo. Senza dubbio arriverà il momento in cui sarà troppo e vorrò voltarmi dall’altra parte». Jian aveva supposto che il quindicesimo giorno avesse fissato quel confine. Arrivò davanti al liceo proprio nel momento in cui suonava la campanella. Liu fu tra le prime a uscire: il suo sorriso si fece ampio quando scorse l’amico appoggiato a un lampione dall’altra parte della strada.
«Devo ammettere che mi hai salvato la vita», disse Liu rabbrividendo mentre chiudeva il suo ombrello, già sporco di sangue.
«Penso che questa sia l’ondata peggiore», osservò lui, «Qualsiasi cosa venga dopo, potrai continuare a farti del male e a osservarla dalla tua bolla trasparente».
«Non essere così ottimista», lo canzonò Liu. La sua voce malsicura rivelava il tentativo di mascherare il disgusto con lo scherzo. Camminarono con lentezza, attenti a non scivolare sull’asfalto viscido. Svoltando l’angolo posarono gli occhi su una scena che non avrebbero più dimenticato.
Un esercito di uomini in abbigliamento da ufficio aspettava che scattasse il verde, ventiquattrore in una mano, fazzoletti nell’altra. Le loro facce erano completamente rosse, i loro occhi puntati sul semaforo o intenti a guardare un orologio per rallentarne le lancette. Ogni tanto si passavano il fazzoletto sulle palpebre, con lo stesso gesto stizzito con cui si erano tolti di dosso le farfalle morte quando tutto era cominciato. Sembravano una tribù di cacciatori selvaggi, tinti del sangue delle prede, eppure compìti, metallici, asettici, nonostante la morte vischiosa che li ricopriva. Quando scattò il verde furono incontro a Liu e Jian come un solo uomo, quasi a passo di marcia. D’istinto lui le mise una mano sulla spalla, in un involontario e futile gesto di protezione, e avvertì nel suo sussulto il gemito impercettibile che le era morto in gola. Passò un minuto buono prima che la folla li superasse. Solo quando se ne furono andati Liu riuscì a parlare. «Hai ragione», disse piano, «questa era l’ondata peggiore».

Clara si affacciò alla finestra, con la curiosità malinconica che da due settimane la faceva correre a vedere quale sorpresa – quale minaccia – le riservasse il nuovo giorno. Le onde si infrangevano sugli scogli in un rimestare di spuma rossastra. Decise di non voler sapere altro e chiuse le imposte.

                                                                                                *

Il trentesimo giorno fu la volta delle api. Il dottor Patel sapeva che nell’immaginario collettivo le api erano considerate degli insetti amici, nonché intelligenti per via delle loro complesse strutture sociali. Come scienziato era consapevole dell’importanza di ogni specie per l’ecosistema di appartenenza, ma non ignorava quanto si fosse calcata la mano sul peculiare contributo delle api agli equilibri ecologici della terra. Non si stupì dunque dei piccoli focolai di isteria che si manifestarono in tutto il mondo. Guardando il panico generale alla tv in realtà gli venne quasi da ridere.

Giorno 30: imenotteri.

Aveva smesso del tutto di cercare un senso a quelle estinzioni casuali. Insetti della stessa famiglia morivano in giorni diversi mentre specie con poco o niente in comune si ritrovavano talvolta insieme al momento del trapasso. Aveva rinunciato anche a scorgere un segnale, un’epifania che gli rivelasse qualcosa di più sulla data di scadenza che, a questo punto non riusciva a pensare altrimenti, incombeva sull’uomo. Sempre più spesso guardava con uno strano desiderio i sonniferi nella sua cassetta delle medicine.

Il giorno delle api Clara passò distratta accanto alla finestra. Aveva ormai smesso di distinguere le tipologie di insetti che scendevano dall’alto e iniziava a credere che quel diluvio di sagome dalle molte zampe non avrebbe più avuto fine. Stava avvitando la caffettiera dentro il lavandino quando notò un baluginio nero e giallo oltre il vetro. Api. La moka le sfuggì di mano e il caffè saltò fuori macchiando le tendine e il piano della cucina.
Più di trent’anni prima si trovava nella stessa stanza e stava guardando al telegiornale l’inventario degli animali estintisi in quel periodo. Ricordava quanta tristezza aveva provato vedendo i corpi ammassati delle giraffe, dei possenti gorilla, delle tigri siberiane. Ricordava di aver cominciato a piangere alla vista degli elefanti, immobili come giganteschi dolmen, riuniti per morire insieme in un’austera fine collettiva, divinità sapienti che abbandonavano per sempre l’uomo alla sua insignificanza. Ricordava che in quei giorni c’era chi aveva gridato che la fine del mondo era vicina e che Dio stava iniziando a chiamare a sé le sue creature a partire dalle più maestose, chi invece inveiva contro segreti complotti a opera di mefistofelici padroni del mondo, chi accusava l’inquinamento e chi invece darwinisticamente parlava di selezione naturale nell’epoca della noosfera. Clara si limitava a stare davanti alla televisione con il petto oppresso da una malinconia intraducibile. Ricordava poi di aver udito d’un tratto un ronzio: si era voltata e aveva visto un’ape, allora nel pieno delle forze, irrompere dalla finestra aperta e muoversi descrivendo spirali nell’aria della stanza. Annunciandosi con una sequela ritmica di passi rapidi, Bruno, il gatto striato che viveva con Clara e Salvatore da sei anni, aveva acciuffato il malcapitato insetto con un unico balzo preciso e l’aveva divorato. Solo qualche mese dopo Clara aveva trovato Bruno, quell’assassino così rapido e vitale, rigido ai piedi del suo letto. Aveva capito allora che il massacro sarebbe durato a lungo e non avrebbe fatto prigionieri.

Il trentesimo giorno Hong Kong impazzì. Jian e Liu stavano percorrendo il loro consueto tragitto. Dal giorno delle zanzare si erano arresi e usavano ormai l’ombrello scuro del ragazzo. Jian sapeva che lei considerava la cosa una sconfitta molto più grande di quello che era, ma preferiva non toccare l’argomento. La pioggia quel giorno iniziò tardi, tanto che per qualche ora Liu si illuse che fosse finita. Davanti alla scalinata del Palazzo della Borsa, un ticchettio prima lieve e subito scrosciante annunciò la nuova ondata. Gli impiegati camminavano veloci come al solito. Mentre Jian si avvicinava agli insetti caduti per capire bene di quali si trattasse, l’uomo che stava passando loro accanto raccolse qualcosa da terra lanciando un grido terrorizzato: «Api!».
Liu si aggrappò al braccio di Jian. «Ma cosa gli prende?».
L’uomo era rimasto immobile, nello stesso punto dove aveva raccolto l’insetto e continuava a fissare il palmo della propria mano, pietrificato. Il suo urlo si diffuse. «Api!», urlò una donna con gli occhiali squadrati e la camicia abbottonata fino al collo, urlò un uomo lasciando cadere a terra il proprio cellulare, urlò un sessantenne in giacca di Armani e iniziò a coprirsi la testa per ripararla da quella grandinata nera e gialla, urlò un direttore di banca e, abbandonata la valigetta sulle scale, corse via.
Nell’arco di qualche minuto Jian e Liu si ritrovarono sul marciapiede di una strada deserta, mentre il volume degli insetti morti per terra si innalzava intorno a loro. «Ma cosa gli è preso?», ripeté.

Paul si chiedeva perché la maggior parte degli esseri umani fosse riuscita a mantenere la calma in quel mese infernale. Trovò risposta pensando che tutti concepissero ormai il fenomeno come fisiologico. Lui stesso era nato nell’anno in cui stavano scomparendo i piccoli roditori, poco prima che si verificasse il primo arresto, ma c’erano già moltissime bestie che aveva visto soltanto in fotografia, per lui non molto diverse da quello che per i suoi bisnonni avevano rappresentato i dinosauri. Aveva sentito molte storie sul senso di tragedia che era calato sull’umanità quando era toccato ai cani. Si adagiavano a terra, affievolendosi come tutti gli altri, ma qualcuno mandava un ultimo guaito interrogativo o scodinzolava, come invaso da un’emozione ignota che nessuno avrebbe saputo decifrare. Molte famiglie si erano sentite mutilate nel profondo e si era verificato anche qualche caso di suicidio, come se quella specifica moria avesse oltrepassato un confine da cui non c’era ritorno, segnando il punto esatto in cui era divenuto legittimo abbandonarsi alla disperazione. Paul non aveva mai avuto un animale domestico per il semplice fatto che, quando aveva compiuto l’età per pretenderne uno, la cosa che più vi si avvicinava era lo scarabeo stercorario. Certo, moltissime persone avevano iniziato a cercare di ammaestrare le tarantole, altre si erano portati in casa enormi vasi trasparenti colmi di terra, solo per osservare la vita delle formiche. Gli apicoltori non avevano mai conosciuto un periodo più florido. E adesso era finita anche per loro.
Aveva letto sul giornale che era rimasta una sola specie di insetti, l’ultima con cui l’uomo avrebbe, forse, condiviso la terra. Restava da vedere chi dei due sarebbe sopravvissuto.

                                                                                               *

L’ultimo giorno toccò alle mosche. Figure dalle tinte cangianti, nere, verdi, azzurrognole cospargevano le strade. Miliardi continuarono a pioverne mentre Angie partoriva. Paul aspettava, fumando una sigaretta dietro l’altra. Era soddisfatto: suo figlio nasceva proprio mentre l’ultima forma animale moriva, però avevano almeno condiviso qualche minuto di vita. Sapeva che non aveva alcun senso ma non riusciva a fare a meno di pensare che tutti i bambini nati dopo quel giorno sarebbero stati carenti di qualcosa in modo irrevocabile. Non era uno sprovveduto, era ben conscio che anche suo figlio non avrebbe mai visto altra specie vivente che la propria, ma riteneva quasi un successo personale la sua breve coesistenza con le mosche che precipitavano in quell’ultimo giorno. L’aveva percepita come una benedizione.
«Avete scelto il nome del bambino?».
Paul rifletté. Aveva discusso molti nomi con Angie senza arrivare a una decisione. Poi ricordò qual era il nome del padre di sua moglie e, illuminandosi, capì che era perfetto. Era l’appellativo di un’altra era, un’era che Paul stesso non aveva vissuto ma che comunque non voleva venisse dimenticata.
«Scriva Philip».

Clara aveva preso il suo grande ombrellone e si era sdraiata sulla spiaggia, come se fosse una splendida giornata estiva. Le mosche continuavano a tuffarsi, spente, ignare, e lei guardava le onde lasciarne una striscia sempre più consistente sul bagnasciuga. Nelle zone costiere come la sua, la soluzione più pratica per sgomberare le strade era stata quella di spingere i cumuli di insetti direttamente in acqua, tanto non vi era nessuno da disturbare. Il mare era un immenso libro di entomologia, sbagliato dalla prima all’ultima pagina. Api danzavano nell’acqua insieme a falene testa di morto, le mantidi religiose con la loro fede perduta condividevano il sudario fluido con enormi cavallette e libellule dai colori accesi. Ancora qualche tempo e la superficie sarebbe tornata liscia. Ancora un po’ e lei avrebbe potuto di nuovo indossare maschera e muta. Incrociò le orbite vuote di un grande teschio di pescespada. Sì, lo so che voi non ci sarete, rispose Clara a quegli occhi così severi. Sorrise – una smorfia di rassegnata amarezza – pensando alla sua prima immersione dopo lo sterminio degli animali acquatici. Il mare era un’immensa vasca vuota e innaturalmente silenziosa, quasi del tutto immobile, non fosse stato per il passivo ondeggiare di alghe e posidonie sul fondale. Sott’acqua, Clara si era passata le dita sulla cicatrice che il veleno di una medusa le aveva impresso sulla guancia quando era una bambina. Un ricciolo di pelle sollevata le correva lungo lo zigomo. Adesso, dopo aver piantato l’ombrellone tra i carapaci più robusti, ripeté il medesimo gesto, sfiorandosi l’antica ustione sul viso. Avrebbe dato tutto quello che aveva per una sola medusa, anche letale. Anche uno squalo a bocca spalancata diretto verso di lei, la doppia fila di denti a mandare bagliori mortiferi, sarebbe stato un sollievo in quella mostruosa desolazione.

Giorno 31: ditteri – lucilia sericata, musca domestica, sarcophaga carnaria.

E così erano finiti. Il dottor Patel appuntò con precisione anche l’ultimo ordine che era piovuto sulla terra. L’uomo era adesso l’unico abitante del pianeta, e chissà per quanto. A livello razionale Patel credeva che questo dominio solitario sarebbe stato breve. L’ecosistema era compromesso in modo irrimediabile, le risorse in rapido esaurimento. La flora terrestre avrebbe presto, con ogni probabilità, seguito le sorti della fauna. Eppure, una speranza dolorosa echeggiava tra le pareti della sua testa. La sua indagine aveva infine trovato una sola risposta plausibile. Non gli riusciva di pronunciarla perciò lasciò che fluisse dalla punta della sua penna, un assioma in chiusura dell’elenco insensato dei caduti.

Jian e Liu passeggiavano nel centro semivuoto di Hong Kong, l’ombrello scuro aperto. Dal giorno prima, che aveva segnato la fine delle api, le vie in genere trafficate avevano udito pochissimi passi umani. Una miriade di mosche scendeva costante a ricoprire ogni centimetro di asfalto. Calava la sera e Liu era stanca, nonostante i suoi sedici anni. Era stanca di non aver mai visto una pioggia autentica, stanca di tutta quella tristezza che continuava a rovinare in terra come i tifoni di cui aveva solo sentito parlare. Chiuse gli occhi e ascoltò. Poteva quasi avvertirla in quel gocciolare di insetti che cozzavano gli uni con gli altri. Bastava riorganizzare le proprie percezioni. Posò le dita sugli occhi di Jian. «La senti?», chiese all’amico. Lui non capì subito ma il suo corpo comprese prima della sua mente e sentì – simulò – l’odore della pioggia battente, dell’asfalto bagnato dagli acquazzoni primaverili, ormai così rari che a stento ricordava che esistessero. Per vari minuti rimasero fermi, intenti nell’ascolto di uno scroscio d’acqua che non c’era.
A poco a poco, il cielo sembrò esaurire i suoi insetti e presto non vi fu più alcun rumore. Liu aprì gli occhi.
«Ha smesso», disse piano, e chiuse l’ombrello.
Esitante, Jian levò i palmi verso l’alto, come per assicurarsi che non vi fossero nuove maledizioni o pestilenze in serbo per loro. Poi prese Liu per mano, desideroso di sentire il sangue scorrere nelle sue dita, la vita pulsare in lei fino alle unghie tormentate.
«Sì, alla tv hanno detto che le mosche erano le ultime. È finita».
Rimasero in silenzio per un tempo lunghissimo. La gente cominciava a rastrellare per terra senza dire una parola. In cielo Venere risplendeva annunciando una notte limpida.
«E adesso?», chiese Liu.
«Aspettiamo», rispose Jian.
Liu gli sorrise, stringendogli la mano, e guardò le ali delle mosche per terra che riflettevano la luce dei primi lampioni e i neon dei negozi. La strada era un mare di gemme iridescenti.
Adesso erano completamente soli.

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↔ In alto: Seven different types of insects including the bee, the butterfly and the dragonfly. Coloured etching by J. Pass, 22 September 1804. Credit: Wellcome CollectionCC BY