La città senza cielo di Jean Malaquais

David Valentini

Con la Città che continua a schizzare in alto come una freccia e a bardarsi di parafulmini, il cielo ha preso un’altezza tale che, per scorgerne un angolo, bisogna distendersi schiena a terra sul marciapiede e aspettare l’ispirazione. Sarebbe un bell’idiota, del resto, chi ci trovasse qualcosa da ridire, considerato quanti cinema e quante chiese dispongono di volte celesti assai ben riuscite, e che dal punto di vista della difesa nazionale meno cielo si ha, meno si è esposti agli attacchi aerei.”
(La città senza cielo, p. 35)

Non è dato sapere quando è nata la Città, né a opera di chi è divenuta così. Sappiamo che c’è stata una guerra durante la quale Pierre Javelin – protagonista-spettatore della storia di Malaquais  ha combattuto: tuttavia ciò che si respira nel testo è la grande assenza di una Storia con la S maiuscola, ed è proprio a causa di questa assenza che la Città viene percepita dai suoi stessi abitanti come senza limiti e confini, in ogni senso possibile. La Città risulta dunque temporalmente, spazialmente e qualitativamente illimitata: sembra esistere da sempre, estendersi ovunque, rappresentare ogni cosa. Come una sorta di Dio onnipotente che tutto vede e tutto può, la Città esiste al di sopra di tutto e tutti, inglobando le identità dei singoli individui che la abitano e fagocitando le differenze fino ad annullarne.

È questo il potere incontrastabile della Città di Malaquais, che come il Socing orwelliano (non a caso è a 1984 e in generale alla scrittura di Orwell che La città senza cielo strizza l’occhio; e anche a livello di date siamo lì, perché quattro anni separano le due opere) tende a neutralizzare ogni opposizione, ogni scarto dal reale, ogni dissidio; e come per Orwell, ma anche per Kafka – e di nuovo non è un caso se i nomi di questi due enormi autori sono riportati anche nella bandella di destra –, l’anticorpo per eccellenza della società/Città è la burocrazia, che attraverso le sue maglie fittissime, il suo linguaggio così distante dal quotidiano parlato e i suoi meccanismi tanto razionali quanto incomprensibili ai più – sempre perfettamente oliati, senza mai una macchia o un po’ di ruggine a contaminare i processi –, è in grado di riassorbire l’elemento estraneo eliminando ogni minaccia.

Laddove tuttavia l’annichilimento del problema in Orwell avviene tramite un controllo capillare da parte dello Stato a opera di infiltrati, e in 1984 assistiamo a una distopia politica di stampo cospiratorio della quale conosciamo la composizione e la nomenclatura (il Grande fratello, il Partito interno, il Partito esterno, i prolet ecc.), mentre in Kafka a essere perturbante è la realtà stessa, con i suoi meccanismi paradossali e angoscianti, in Malaquais la Città appare non tanto come un costrutto a opera di singoli individui o la manifestazione di una realtà perversa, quanto piuttosto un organismo vivente che risulta più autogenerato che creato da qualcuno, nel quale i tessuti si confondono e si mescolano, e che più che una ragion d’essere organizzata sembra seguire le logiche, come già anticipato, di una biologia.

Pierre Javelin, la cui odissea ha inizio con l’apposizione di una firma sbagliata, non è un ribelle clandestino come Winston Smith, né un malcapitato come il Josef K. del Processo di Kafka: egli è un cittadino che, inizialmente spaesato da ciò che gli sta capitando – a seguito della firma sbagliata si ritrova degli estranei in casa i quali affermano di aver sempre vissuto lì, senza contare la misteriosa sparizione della moglie Catherine, la quale sembra smettere di esistere da un giorno all’altro –, acquisisce col tempo consapevolezza del funzionamento della Città, sentendosi via via più estraneo alle sue logiche interne che logiche sembrano non essere. È dunque non la rivolta contro un sistema totalitario, né il tentativo di ottenere giustizia contro un sistema processuale senza senso a essere al centro del romanzo di Malaquais: il fulcro nodale della storia è la salvaguardia dell’identità personale, o, meglio ancora, il tentativo di riaffermare questa identità per sfuggire all’inserimento forzato dentro la geometria della Città, poiché come detto la Città vuole eliminare ciò che Città non è. E Pierre Javelin appunto non è un criminale, è qualcosa di peggio, in quanto il criminale «è un prodotto della Città, e in quanto tale ha il suo posto» (p. 232), mentre lui «è la sede di un’infezione, il focolaio di un’epidemia che ci è stata trasmessa da un’epoca barbara» (ibid), un’epoca in cui non far parte di qualcosa è simbolo di un’identità forte mentre oggi, nell’epoca della Città, è fondamentale essere dentro e mai fuori.

E che tutto nasca da una firma non è ovviamente un caso, perché possedere un nome è un forte elemento identitario e caratterizzante, così come è fonte di potere avere la possibilità di attribuire un nome alle cose e alle persone, in qualche modo inserendole all’interno di una tradizione e di una storia. Non è un caso che nella Genesi è Dio stesso a dare i nomi alle cose, e a concedere potere simile al primo uomo: «Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome» (Genesi 2:19).

La città senza cielo di Jean Malaquais è dunque un romanzo che fa dello spaesamento e della perversione del reale i suoi punti di forza: siamo catturati dalle maglie della narrazione e costretti a seguire le logiche del gioco senza a volte capirle, esattamente come capita al protagonista. Non ci è dato sapere niente di più di quanto sappia Pierre Javelin, e la sua confusione è la nostra confusione, e i suoi dialoghi strampalati sono i nostri dialoghi strampalati.

In fondo è proprio a questo che punta la Città, all’annientamento dell’individualità che avviene anche tramite le parole: «alla Città non interessa tanto ciò che si dice, quanto che non si dica niente. Ciò che le importa è il silenzio» (p. 130).