L’ideologia del corpo nell’Italia post-unitaria: un’indagine storica /1

Gaia Santini

Oggi pubblichiamo il primo di tre capitoli di analisi storica dedicati al rapporto tra costruzione dello Stato-nazione italiano e controllo sociale del corpo, dalla nascita del Regno d’Italia fino alla Grande Guerra.
Buona lettura. 

Sin dalla fine del XVIII secolo, in Europa, i ceti dirigenti e i religiosi, così come l’opinione pubblica, si adoperarono per costruire un canone sessuale che investisse tout court l’intero corpo sociale, attraverso una legislazione che separasse normativamente la sessualità «lecita» da quella «illecita», con l’obiettivo di poter condannare ogni tipo di devianza dalla norma[1].

Le categorie di normalità e anormalità, alfa e omega della polarizzazione moralizzatrice in atto, determinarono in modo sempre più netto gli insiemi di costumi, stili di vita e atteggiamenti nel Vecchio Continente. Michel Foucault, nel primo volume della Storia della sessualità[2], ha affermato che il rinnovato interesse della cultura ottocentesca per la vita sessuale fosse dettato dalla necessità di controllo e repressione da parte del potere statale. Ed è da qui che partiamo.

L’impegno delle classi dirigenti europee era tutto speso nello sforzo di creare un’identità nazionale capace di arginare la «degenerazione» della specie umana, motivo di angoscia e timore nel non saper fronteggiare fisicamente gli impegni civili e militari. Unica soluzione? Il risanamento del corpo[3]. In un clima di nation-building, il maggior controllo sul corpo dei cittadini e sui loro comportamenti sessuali avrebbe garantito alla forma Stato in ascesa forza e legittimità morale. Compito della nuova rivoluzione nazionale, che fu rivoluzione borghese, divenne quindi sottrarre devianze e supposta amoralità alla volontà collettiva. Nella seconda parte del XIX secolo infatti la nazione era l’unica depositaria dell’organizzazione politica e sociale a poter garantire progresso economico, industrializzazione e civilizzazione.

Com’è noto, in Italia la sfida si presentava particolarmente ardua, non solo in considerazione della varietà di usi e costumi ereditati dal passato recente, ma anche a causa di una presunta mancanza di tempra morale. Con la neo-costituzione del Regno d’Italia ecco che arriva la difficile missione di «fare gli italiani» attraverso un imponente processo di nazionalizzazione e omologazione di un popolo ancora così eterogeneo da minare qualsiasi tentativo che andasse in quella direzione. Tra regioni ricche e povere, tra Nord e Sud, l’Italia era un paesaggio la cui frammentazione veniva rilevata sin dalle prime inchieste e le prime indagini statistiche sullo stato di salute della popolazione. Di notevole interesse per l’ampiezza dei dati raccolti fu l’Inchiesta agraria di Stefano Jacini del 1884 che fotografava le miserevoli condizioni della popolazione contadina, rendendo urgente una riforma «del corpo e dello spirito»[4]. L’inchiesta, voluta dal Parlamento nel 1877 su proposta dei democratici progressisti, fu caratterizzata da una tendenziale dicotomia: da una parte, alcuni parlamentari si soffermarono sugli aspetti sociali del problema, dall’altra Jacini e altri conservatori illuminati tendevano piuttosto a rivolgersi ad un esame della situazione economica. In generale, sebbene i giudizi espressi fossero spesso generici, si evidenziava un graduale decadimento dei vecchi legami familiari, condizioni materiali di povertà estrema, miseria, ignoranza e analfabetismo diffusi.

Italiani malati di povertà e redenzione igienica

Gli italiani erano malati di povertà. Lo stato deperito del corpo degli italiani era un argomento che si discuteva in Parlamento sin dai primi anni dell’Unità e che preoccupava non poco le classi dirigenti. Già nel 1873 ci si appellava alla necessità di riformare la sanità nazionale, perché senza questa

non ci è forza a durare le fatiche della campagna e deì mestieri laboriosi, non valor nelle armi, non alacrità nelle intraprese, […] non forte amor della patria [giacché] nei corpi deboli ed infermicci presto vengono meno le generose passioni[5].

Le preoccupazioni sanitarie erano suffragate dai responsi delle leve militari, indette per la prima volta tra il 1862 e il 1865, dove la quota di riformati per carenze fisiche e malattie oscillava dal 22 al 25% del totale. Questi numeri, invece che diminuire, aumentarono per quanto riguarda gli anni tra il 1866 e il 1871, passando a valori che oscillavano tra il 23 e il 28% per tutti gli iscritti alle liste, mentre per quelli che erano realmente visitati, si arrivava a sfiorare il 42%. La maggior parte dei riformati erano portatori di imperfezioni o affetti da malattie, delle quali le prevalenti erano l’insufficienza toracica, la gracilità fisica, il gozzo, la tigna, la claudicazione, le varici, le ernie, il circocele e il caricocele [6].

Le indagini condotte all’epoca individuavano in una preoccupante e innervata patologia sociale la causa principale del malessere fisico della popolazione. Soprattutto lo stress lavorativo derivato dall’abuso delle forze fisiche e lo stato alimentare insufficiente che portava alla denutrizione, sia al Nord che al Sud, erano i due fattori riconosciuti come origine di diverse patologie, come la scrofola e il rachitismo.

Per questo motivo la costruzione del nuovo Stato nazionale imponeva una «rigenerazione» fisica e spirituale, in quanto l’Italia sembrava ancora mera espressione geografica rispetto alle nazioni straniere che sprigionavano energia economica, politica e militare. L’Europa, infatti, stava attraversando il «secolo delle rivoluzioni nazionali», dove

quegli stati che vivono di parti di nazioni diverse temono, ed a ragione, di vedersi assaliti da un momento all’altro, ed obbligati a restituire il mal tolto o il mal posseduto. Là onde i governi tutti si guardano con diffidenza, e si armano, ogni cittadino atto alle armi figura sui quadri degli eserciti, […] l’Europa è tutta una selva di baionette e la guerra minaccia da tutte le parti[7].

Perciò, durante il periodo dell’Italia liberale trionfò l’ideologia del corpo, con la quale affrontare quello che il Settecento illuminista e riformatore aveva prodotto come evento culturale cardine e più innovativo: l’acquisita pariteticità tra anima e corpo, i nuovi rapporti tra il fisico e il morale[8]. L’incessante pedagogizzazione sarebbe dovuta avvenire lungo queste due linee parallele: la prima attraverso il potenziamento della «macchina fisica» umana, la seconda attraverso l’interiorizzazione di un codice di comportamento nuovo, rinvigorito dal nuovo spirito nazionale[9].

La propria vita non doveva più essere reputata un patrimonio individuale, bensì si andava a costituire come una ricchezza inestimabile di interesse collettivo. L’unica   strada   contemplata   per   il   conseguimento   del «benessere della nazione» era individuata nella «rifondazione eugenetica attraverso i “lumi” dell’igiene»[10].

Per molti, operare per il bene della società non significava più solamente studiare e attuare soluzioni di ordine politico, bensì occuparsi principalmente del «miglioramento della specie, al prolungamento della vita, […] alla diminuzione della mortalità prematura»[11]. I primi anni successivi alla costituzione del Regno, nonostante la forte diffusione della letteratura divulgativa con cui Paolo Mantegazza si prodigava per diffondere i dettami della cultura igienica, con i suoi Almanacchi igienici popolari e con il quindicinale «Igea», furono caratterizzati da una generale diffidenza della cultura accademica per l’inserimento nella formazione medica di una base di cognizioni igieniche[12].

Ma nel 1879 circolò negli ambienti medici e scientifici un «Invito agli igienisti per la costituzione di una Società italiana d’igiene»[13], affinché si proseguisse il più nobile fine di accrescere la vita media e le energie nazionali, frenare il delitto e scemare la miseria, al contempo biasimando l’ignoranza igienica delle masse e l’irresponsabilità dei medici dediti a curare anziché a prevenire. La Società ebbe il suo primo nucleo a Milano, espandendosi velocemente a Modena, Padova, Pisa e Torino. I primi temi affrontati furono le miserie delle campagne – denutrizione, malaria e pellagra – e la catena dei mali urbani – anemia, scrofola, tisi, rachitismo, irritabilità nervosa, febbri tifoidi – accompagnati dalla piega dell’avvilimento e dell’ansia diffusa. A queste prime questioni, si aggiunsero presto la triste condizione del lavoro femminile e minorile nelle fabbriche, nonché l’incidenza del suicidio – al quale si cercò di porre rimedio anche chiedendo ai giornali un maggiore riserbo in proposito[14].

In poco tempo, l’igiene divenne bandiera assunta a panacea sociale, con la quale si sarebbe raggiunta la completa civilizzazione. Vennero individuati due versanti per raggiungere l’obiettivo: quello terapeutico-istituzionale e quello profilattico-culturale. Nel primo caso, furono promulgati il codice sanitario di Crispi e Luigi Pagliani nel 1888 e il Testo unico delle leggi sanitarie del 1907, con cui si rinnovarono le strutture e gli operatori sanitari. Con la legge del 1888, non solo si attribuiva un chiaro monopolio dell’esercizio professionale ai soli in possesso di una laurea in medicina, ma si creò la figura del medico provinciale con funzioni di supervisione sulle attività sanitarie, oltre alla conferma dell’esistenza di istituzioni consultive e di controllo[15]. Giudicando insufficiente il grado di specializzazione tecnico-scientifica assicurato dai corsi universitari in medicina, Pagliani ottenne anche la fondazione a Roma di una Scuola di perfezionamento nell’Igiene pubblica, dalla quale uscissero funzionari capaci di assolvere ai nuovi ruoli di medico provinciale e di capo di Ufficio di igiene. Crispi, lodando a Palermo la nuova legge, proclamò che l’Italia fosse

sulla vera via di quella redenzione igienica che, non meno della politica, l’Italia attendeva. Un’Italia sana fisicamente ci darà quelle braccia vigorose che potranno meglio fecondarla, quei validi petti che, fortezze viventi, potranno meglio difenderla[16].

Il versante profilattico-culturale prevedeva un intervento educativo che si basava sulla creazione di una nuova etica della riproduzione fisica attraverso una vera e propria alfabetizzazione igienica. Motore di tale processo sarebbe stata la scuola, di cui venne sottolineata l’importanza come principale centro di promozione valoriale, palestra di addestramento al progresso eticamente ispirato, ai supremi interessi nazionali[17]. Numerosi furono i manuali scritti per le scuole elementari indirizzati al bambino e volumi scientifici dedicati ai maestri. Ogni fanciullo, che fosse figlio di un fabbro, di un contadino o di un avvocato di grido, doveva seguire scrupolosamente le regole dettatevi: alimentazione, pulizia, riposo, ordine. I maestri non dovevano essere indulgenti nell’imporre i precetti contro il «sudiciume personale», al massimo accettare che i bambini poveri entrassero a scuola senza le scarpe, ma non potevano permettere che avessero la camicia sporca.

Ancora verso la fine del secolo XIX, nonostante tra le classi elevate si stesse diffondendo una nuova sensibilità nei confronti della pulizia personale, la massa popolare persisteva nell’avere una serie di pregiudizi nei confronti dell’uso dell’acqua: si lavavano spesso mani e viso, ogni giorno i denti, ma i piedi solo una o due volte al mese, mai la testa. Nel caso della pulizia femminile, il bagno continuava ad essere regolato dal ciclo mestruale. La pubblicistica in merito fiorì nell’Italia liberale: dai testi di Paolo Mantegazza al «Giornale della Società Italiana d’Igiene», furono moltissime le riviste nazionali o regionali che si impegnarono nella diffusione dell’educazione igienica.

L’arte della cura della persona doveva diffondere le sue prescrizioni per combattere quelli che venivano considerati i mali del secolo, come «l’ubriachezza, la ghiottoneria, l’ira, la paura, la pigrizia, la superbia, la vanità, l’ambizione, l’invidia, la gelosia, l’avarizia, la nostalgia, il fanatismo artistico, politico e religioso, etc.»[18]. Ma se fino agli anni Novanta dell’Ottocento l’educazione igienica si incentrava principalmente sulla coscienza morale e sull’arte del vivere in sanità, sul finire del secolo subisce una profonda scientificizzazione: per i pedagogisti l’obiettivo divenne allora il miglioramento dei patrimoni fisiologici e biologici, con l’applicazione di tale scienza all’intero universo sociale e con norme codificate. Il miglioramento della «razza» italiana sarebbe dovuto passare in principio attraverso indagini minuziose sull’ambiente esterno, l’acqua, il suolo, l’atmosfera, e poi l’alimentazione, l’abitazione e l’educazione fisica. In un secondo momento, l’analisi doveva passare a studiare le malattie trasmissibili e la loro profilassi. Ciò non significava negare «l’energia morale», ma «mentre il bisogno fisiologico è leva per lo sviluppo delle facoltà umane, non si potranno attendere che sforzi fugaci e passeggeri da organismi denutriti»[19].

Pedagogia patriottica

La preoccupazione della classe dirigente verso la degenerazione fisica degli italiani, che portò come abbiamo visto alla formazione di una prima coscienza igienica, se per alcuni poteva essere affrontata con «quella parte della fisica educazione che tratta della conservazione della salute», per altri doveva soffermarsi sullo stato del «carattere», non tanto per renderli consapevoli della loro comune «italianità» e dunque lavorare per una costruzione omogenea della cultura, quanto piuttosto riformarne la moralità, per «trasformarli in liberi cittadini di uno Stato libero»[20].

Negli anni Sessanta dell’Ottocento vi era l’idea che fossero gli stessi italiani i veri «nemici» dell’Italia – e non, ad esempio, gli austriaci, ancora presenti a nord-est della penisola – e che fosse necessaria una riforma della moralità e del comportamento come cittadini, per renderli degni membri della patria[21]. Gli insegnanti dovevano prodigarsi nel formare il carattere[22] di «cittadini patrioti», leali verso le nuove istituzioni e con un forte senso di responsabilità e di solidarietà di gruppo, infondendo il concetto che

se l’Italia in passato fu serva debole, dispregiata, la colpa primiera fu degli Italiani; perché i popoli, se non hanno sempre il governo che bramano, hanno pur sempre il governo che si meritano. Per tal modo il senso morale educato e rinvigorito informerà le opinioni e le azioni della nostra gioventù[23].

Molti furono gli studiosi e gli educatori che affrontarono lo spinoso argomento del «carattere» degli italiani. Era convinzione comune, infatti, che un governo liberale non potesse funzionare se i suoi cittadini erano indolenti, ignoranti e non si impegnavano a vantaggio del proprio paese. La paura di fronte al pericolo della corruzione profonda del popolo italiano, radicatasi per mezzo delle sue esperienze e istituzioni storiche, e dell’atteggiamento servile e dell’attitudine alla doppiezza, fu il motore della pedagogia patriottica messa in atto dalla classe politica liberale. Da questo punto di vista, uno dei testi più noti e fortunati furono I miei ricordi di Massimo D’Azeglio[24]Pubblicato postumo nel 1867, era un’autobiografia dalla narrazione vivace, all’interno della quale trovavano spazio numerosi inserti pedagogici, indirizzati sia all’individuo sia alla collettività. Il racconto non si soffermava solo sulle avventure giovanili dell’autore o sulla sua vita adulta, ma di volta in volta aggiungeva considerazioni morali, osservazioni sui vizi degli italiani e numerosi appelli per una riforma del carattere nazionale. Convinto delle tenaci cattive abitudini degli italiani, caldeggiava il popolo a riformare e rigenerare il proprio carattere, per liberarsi dai comportamenti della «sfiancata razza latina»[25].

Oltre a D’Azeglio, molti altri esponenti politici protagonisti del Risorgimento scrissero nella metà degli anni Sessanta dell’Ottocento opere che rimproveravano gli italiani ed esortavano il popolo al cambiamento. Uno di questi, Giuseppe Mazzini, fortemente deluso per l’esito dell’unificazione, le cui modalità era convinto fossero lo specchio della moralità del paese, scrisse nel 1866 un articolo intitolato «La questione morale» sul giornale repubblicano «Il dovere». Il testo aveva forti toni accusatori nei confronti della mancanza di «coscienza» e di «senso di missione» degli italiani, descritti come «servi nell’anima, servi nell’intelletto e nelle abitudini, servi a ogni potere costituito, a ogni meschino calcolo d’egoismo, a ogni indegna paura»[26]. Ovviamente il suo biasimo era frutto della delusione, tipica dei repubblicani più intransigenti, di fronte all’esito monarchico e monco del processo di unificazione nazionale.

Forse però dal nostro punto di vista il contributo più importante fu quello di Francesco De Sanctis, storico della letteratura, ministro dell’Istruzione per cinque volte e autore del libro di testo fondamentale all’interno delle scuole superiori dell’Italia liberale, la Storia della letteratura italiana. Pubblicata tra il 1870 e il 1871, era molto più che una storia letteraria: partendo dalle origini e arrivando all’Ottocento, fu la narrazione della formazione civile dell’intera nazione italiana, prendendo come punti di riferimento i suoi uomini di lettere. Egli individuava in Niccolò Machiavelli il precursore dei valori patriottici e liberali ottocenteschi, in opposizione a Francesco Guicciardini, rappresentante di una generazione più corrotta e fiacca, priva di un qualunque interesse per il bene comune e determinata solo al raggiungimento dell’interesse personale. Per De Sanctis, era stato allora, con l’emergere di questo nuovo uomo nel Cinquecento, votato alla malizia, all’ambiguità, alla doppiezza, che l’Italia era crollata nella sonnolenza del «dolce far niente». Dunque, anche per De Sanctis era fondamentale la riforma del carattere dei cittadini per rifare la nazione[27].

Perciò, il problema principale che gli uomini al governo sentivano di dover affrontare era la rigenerazione del carattere degli italiani, una profonda rivoluzione dello spirito che coinvolgesse cultura, costume, psicologia, struttura fisica e morale[28]. Non è un caso che, a parte il Giappone, l’Italia fu il paese dove Samuel Smiles riscosse il maggior successo e il suo bestseller Self-Help venne pubblicato nel 1865 con il titolo Chi si aiuta Dio l’aiuta[29]Il libro era un susseguirsi di casi particolari di individui arrivati al successo grazie alle loro virtù morali e alla forza. Smiles presentava un uomo particolarmente caratterizzato in termini di genere: neanche una donna era presente tra i casi citati, sebbene spesso queste fossero indicate come dispensatrici di aiuti o di ispirazione, oltre ad essere fondamentali all’interno della famiglia e della casa per la formazione del carattere. Pertanto, essendo il carattere applicato alla sfera pubblica del lavoro e della politica, dalla quale le donne erano escluse, nessuna qualità specificatamente femminile – o, per meglio dire, che veniva attribuita alla femminilità – era associata all’essenza del carattere, il quale era considerato un attributo del «gentiluomo», ideale della mascolinità che andava diffondendosi nelle classi medie del mondo angloamericano[30].

Smiles scriveva nei suoi libri di caratteri individuali. Tuttavia, convinto sostenitore di una forma collettiva di carattere, l’autore ne faceva attributo della nazione, secondo il ragionamento per cui uno Stato era la somma dei suoi abitanti, dunque il carattere nazionale sarebbe stato il carattere prevalente degli individui che la formavano. Nel corso dell’Ottocento, ciò servì a giustificare il successo o il fallimento di una nazione all’interno dell’arena internazionale. In pochi anni, in Italia, Self-Help vendette più di 150.000 copie, tanto che il presidente del consiglio Luigi Federico Menabrea dispose che se ne scrivesse un’opera analoga con esempi di uomini virtuosi italiani. Nel 1868 venne quindi pubblicato il libro Volere è potere del naturalista piemontese Michele Lessona che proponeva vicende di self-made men provenienti da tutte le regioni d’Italia[31]. Questo genere di letteratura, che si rifaceva ai bestsellers britannici, in Italia ebbe vasta diffusione popolare, di largo consumo, indirizzata alla classe dei lavoratori, i quali dovevano sentirsi ispirati da narrazioni di persone molto umili che riuscivano a ottenere il successo grazie al sudore della fronte, alla parsimonia, alla tenacia, alla laboriosità. Gli autori italiani scrivevano testi che puntavano a indicare ai lettori delle classi medio-basse il carattere come lo strumento per ottenere il riscatto sociale, in un’operazione di universalizzazione dei valori borghesi dell’epoca. Vanno inseriti in questo clima i testi che si ponevano in evidente condanna dell’ozio e del «dolce far niente» di cui sembrava che gli italiani fossero intrisi. L’etica del lavoro borghese venne esaltata non solo contro il vagabondare dei poveri ma anche contro l’inoperosità dell’aristocrazia. Carlo Lozzi, avvocato e patriota marchigiano, scrisse nel 1870-1871 un voluminoso studio intitolato Dell’ozio in Italia la cui tesi principale era come l’ozio fosse il principale vizio nazionale. Non fu il solo a esprimersi contro l’ignavia, peccato che veniva catalogato come l’atteggiamento peggiore degli italiani.

La denuncia degli scrittori liberali verso il carattere degli italiani era ideologicamente orientata: di volta in volta trovava giustificazione in una differente causa. Tendenzialmente, le motivazioni indicate erano fortemente legate alla storia del popolo italiano, perché sebbene termini come «razza» e «stirpe» ricorressero spesso in questo tipo di letteratura, il carattere italiano non veniva ancora associato alla razza in senso biologico. Le cause erano le più disparate: c’era chi si rifaceva alla lentezza e alla pedanteria ereditata dallo Stato piemontese; chi indicava la presenza millenaria della Chiesa e del cattolicesimo romano; e chi ancora ritrovava nella mancata Riforma protestante la conseguenza della mancanza delle virtù dei paesi protestanti moderni[32]. Con l’inizio degli anni Ottanta e poi negli anni Novanta dell’Ottocento, il discorso sul carattere degli italiani cominciò a cambiare e non in senso positivo: gli italiani venivano ancora considerati come manchevoli del senso del dovere, della disciplina e della perseveranza e, se le cause delle tare del popolo erano ancora indicate nella storia, si cominciò a leggere il carattere in senso più deterministico. Il vizio dell’ozio venne via via sostituito con quello dell’individualismo estremo, sebbene già Michele Lessona avesse accusato gli italiani di anteporre l’interesse personale al benessere della collettività.

L’attribuzione al determinismo etnico del carattere italiano era uno specchio dei paradigmi intellettuali che andavano cambiando in Europa nel corso dell’ultima parte del secolo: le teorie sulla razza e sull’evoluzione umana, il positivismo filosofico, inaugurarono una nuova stagione, dove i popoli e le società venivano indagate sulla base di presunti dati oggettivi e sull’attribuzione di specifiche particolarità riferite alla loro razzaSoprattutto si faceva riferimento alla corsa alle colonie: dove gli inglesi erano riusciti a costruire il più grande impero coloniale nella storia dei popoli, le «razze latine» venivano accusate di lassismo, di natura sensuale e di ingegnosità, difettando di energia. L’umiliante sconfitta di Adua nel 1896 divenne uno stimolo per rivedere la questione dell’educazione nazionale. L’istruzione doveva essere più militarizzata, insegnando agli italiani la concordia e la disciplina sin dalla giovinezza. Pasquale Turiello, insegnante e ispettore scolastico napoletano, era convinto che solo i tempi di guerra avrebbero virilizzato il carattere degli italiani, fino ad allora ancora indebolito dalla «muliebrità» della vita politica italiana. In definitiva, l’opinione pubblica e gli uomini al governo erano concordi sulla necessità di maestri che educassero i giovani alla disciplina ginnastica applicata agli esercizi militari, maestri che «inculchino quel sentimento che spinga le case al sacrificio per la vita, non per la prospettiva dei galloni o del bastone del maresciallo nella giberna, bensì per l’ideale della patria»[33].

 

1. Wanrooij, B.P.F., Storia del pudore. La questione sessuale in Italia 1860-1940, Venezia, Marsilio Editori, 1990, p. 19; Stone, L., La sessualità nella storia, Roma-Bari, Laterza, 1995, p. 18

2. Foucault, M., La volontà di sapere. Storia della sessualità 1, Milano, Feltrinelli, 1978.

3. Bonetta, G., Corpo e nazione. L’educazione ginnastica, igienica e sessuale nell’Italia liberale, Milano, Franco Angeli, 1990, p. 20

4. Wanrooij, B.P.F., Storia del pudore. La questione sessuale in Italia 1860-1940, Venezia, Marsilio Editori, 1990, pp. 25-29

5. Discussioni, leg. XI, sess. 1871-73, tornata del 12 marzo 1873, p. 1895, cit. in Bonetta, G., Corpo e nazione. L’educazione ginnastica, igienica e sessuale nell’Italia liberale, Milano, Franco Angeli, 1990, p. 244

6. Bonetta, G., p. 244

7. Parole del R. Provveditore agli Studi in Reggio dell’Emilia Cav. Sebastiano Gargano nell’inaugurare il corso ginnastico magistrale, lì 25 settembre 1878, cit. in Bonetta, G. p. 115

8. Bonetta, G., p. 20

9. Bonetta, G., p. 21

10. Bonetta, G., p. 279-280

11. Carraroli, A., Igiene scolastica, Napoli, 1894, p. 7, cit. in Bonetta, G., p. 280

12. Pogliano, C., “L’utopia igienista (1870-1920)” in Storia d’Italia – Annali, vol. 7, “Malattia e medicina”, a cura di Franco Della Peruta, Torino, Einaudi, 1984, p. 592

13. «La Società alla sua fondazione contava quarantaquattro firmatari, aumentati nel 1886 fino a quasi settecentocinquanta membri».
Pogliano, C., p. 595

14. Pogliano, C., p. 594

15. Banti, A. M., Storia della borghesia italiana. L’età liberale, Roma, Donzelli editore, 1996, pp. 120-121

16. Pogliano, C., p. 608

17. Bonetta, G., Corpo e nazione. L’educazione ginnastica, igienica e sessuale nell’Italia liberale, Milano, Franco Angeli, 1990, p. 281

18. Bonetta, G., p. 287

19. Albertoni, P., La fisiologia e la questione sociale, Bologna, 1900, p. 6, cit. in Bonetta, G., p. 297

20. Reale, A., Nazione e famiglia. Studio intorno al carattere, Milano, Tip. Pirola, 1878, p. 33, cit. in Patriarca, S., Italianità. La costruzione del carattere nazionale, Roma-Bari, Laterza, 2010, p. 39

21. Patriarca, S., pp. 39-40

22. «Il concetto di carattere nazionale non ha alcuna legittimità a livello accademico, sebbene risulti ancora presente a livello popolare e giornalistico. Il carattere nazionale viene utilizzato per indicare tutta quella serie di qualità “oggettive”, stabili, universalmente riconosciute proprie di una popolazione. In ciò sta la differenza rispetto al concetto di identità nazionale, che è il modo in cui una popolazione si autorappresenta».
Patriarca, S., Italianità. La costruzione del carattere nazionale, Roma-Bari, Laterza, 2010

23. Di Pietro, Da strumento ideologico a disciplina formativa. I programmi di storia nell’Italia contemporanea, Milano, Mondadori, 1991, p. 231, cit. in Patriarca, S., p. 66.

24. D’Azeglio, M., I miei ricordi, Firenze, Barbera, 1867. La prima edizione fu curata dalla figlia e rivista da un amico stretto di d’Azeglio, il quale aggiunse vari capitoli che non erano inclusi nel manoscritto originale – nonché dall’editore che spesso ne alterò il linguaggio per motivi stilistici e moralistici. 

25. Patriarca, S., Italianità. La costruzione del carattere nazionale, Roma-Bari, Laterza, 2010, pp. 42-44

26. Mazzini, La questione morale, in «Il dovere», 3 marzo 1866, cit. in Patriarca, S., pp. 44-45

27. Patriarca, S., pp. 46-48

28. Benadusi, L., Il nemico dell’uomo nuovo. L’omosessualità nell’esperimento totalitario fascista, Milano, Feltrinelli, 2005, p. 14.

29. Chi si aiuta Dio l’aiuta, ovvero Storia degli uomini che dal nulla seppero innalzarsi ai più alti gradi in tutti i rami della umana attività, Milano, Fratelli Treves Edizioni, 1865

30. Patriarca, S., pp. 52

31. Michele Lessona (1823 – 1894) zoologo, scrittore, politico e divulgatore scientifico italiano, venne nominato senatore del Regno d’Italia nel 1892. Viene ricordato soprattutto per il suo libro Volere è potere, pubblicato a Firenze nel 1869 da Gaspero Barbera. A sfondo didascalico, sulla scia del best-seller di Smiles, il suo scopo era di presentare le biografie di italiani suoi contemporanei, che erano riusciti a raggiungere il successo nel campo della scienza, dell’industria o dell’arte, superando le avversità iniziali, grazie ad una dirompente forza di volontà.

32. Patriarca, S., pp. 61-62

33. Bonetta, G., Corpo e nazione. L’educazione ginnastica, igienica e sessuale nell’Italia liberale, Milano, Franco Angeli, 1990, pp. 119.

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↔ In alto: Francesco Hayez, Odalisca (dettaglio), 1839. Pinacoteca di Brera.