1917: una storia di guerra

Andrea Giovalè

Un lento ritrarsi. Poi, due soldati a riposo: È un film di guerra, pensiamo. Li accompagniamo, ce lo permette la telecamera, che li precede e non stacca mai, camminando a ritroso. Scopriamo altri soldati, il solco nella terra si fa sempre più profondo: un esercito, una trincea. I due protagonisti camminano ma, come noi, non sanno cosa c’è, cosa esiste oltre l’inquadratura. 1917 è un film di guerra, ripetiamo, più sicuri. E più in errore di prima.

1917 nasce dalla regia di Sam Mendes, regista di American Beauty e, in tema di guerra, Jarhead; nell’ultimo decennio ha firmato solo un paio di 007, Skyfall e Spectre. Alla scrittura, lo stesso Mendes con Krysty Wilson-Cairns, all’esordio nel lungometraggio (finora solo corti e TV, con la serie Penny Dreadful, per cui è stata notata dal produttore – Sam Mendes, di nuovo) e già candidata a un oscar per la miglior sceneggiatura originale.

Oltre al doveroso confronto con i giganti, tra cui il Kubrick di Orizzonti di Gloria e lo Spielberg di Salvate il soldato Ryan, il film colpisce per forti somiglianze con tappe fondamentali del cinema recente. Atmosfera e sintesi nel dialogo rivelano un debito evidente nei confronti di Dunkirk, film che 1917 mastica, digerisce e riassembla in un unico piano-sequenza. Questo, a sua volta, insegue Birdman più che il breve prologo di Spectre. È un uso meno integralista del piano-sequenza: Iñarritu univa alle unità aristoteliche di tempo e azione quella di spazio; non per questo la scelta registica di Mendes risulta superflua o eccessivamente leziosa: una quota di narcisismo c’è sempre nell’uso di alcuni espedienti registici, inutile negarlo, purché rimanga sotto la soglia di tolleranza e, soprattutto, abbia una motivazione.

Il piano-sequenza qui assume il ruolo narrativo di testimone della fatica, della tensione, della disperazione. Non avere stacchi visibili significa non avere tregua: sin dall’inizio, da un paesaggio incontaminato, à la Constable, al malessere di una distopia divenuta familiare; nel lugubre, inquietante silenzio del territorio nemico, ora forse abbandonato, dove inoltrarsi non fa solo paura ma sembra sacrilego; nel camminare, correre, trascinare, trascinarsi, saltare, nuotare dei protagonisti fino allo stremo. Al resto, ci pensa il montaggio digitale chirurgico, quasi mai percepibile e in nessun caso invadente di Lee Smith, il montatore di Nolan dai tempi di Batman Begins (2005).

E se questo stile registico, che prevede una telecamera in costante movimento, impedisse di cogliere inquadrature di più ampio respiro? Se il dinamismo, preso il sopravvento, precludesse l’estetica? Anche la trama è piuttosto semplice e urgente. Ricorda l’episodio di Fidippide a Maratona; basta un primo atto appena più parlato degli altri a introdurla, ed è tutta lì. Più si avanza, però, più si ha la sensazione di trovarsi davanti a un film che non racconta la guerra, o meglio, la racconta in maniera diversa da com’è stata raccontata finora.

Gli ultimi cinquant’anni ci hanno abituato ad associazioni tipiche tra immagine e senso nel cinema bellico, ma 1917 sembra deviare dal sentiero tracciato per suggerire altri generi: un film di fantascienza, un fantasy, persino qualche tuffo nell’onirico. L’estro usato nel cogliere nodi narrativi attraverso visioni così iconiche porta a ricredersi presto: non è un film di guerra, è una storia di guerra. Difficilissimo distinguere i confini tra originalità e invenzione. Possibile che quella foresta si presentasse davvero in quel modo agli occhi dei soldati? Quella cittadina in rovina si illuminava davvero di quei colori, di notte? Siamo spinti a domandarci se tante suggestioni siano frutto di una conoscenza profondissima del materiale d’origine o di una fantasia sfrenata, volutamente libera da rigore storico.

La più grande vittoria di 1917 è che, alla fine, non ci importa più della risposta.

E, sempre alla fine, arriva un’ulteriore conferma: la dedica al nonno, Alfred H. Mendes, che «ci raccontava le storie». Ecco perché è impossibile classificarlo, perché somiglia tanto alla fiaba: la tradizione orale, forse, ha percorso una strada diversa dal cinema (e dai libri di Storia), assimilando atmosfere, funzioni e sensazioni che, finora, il grande schermo non aveva associato alla guerra.

Ne fiorisce un nuovo, imprevedibile equilibrio, puntellato dagli exploit dei reparti tecnici. La colonna sonora di Tom Newman (quello, per dirne un paio, delle Ali della libertà e Il ponte delle spie), a sottolineare l’irrisolto, il pericolo e il silenzio affamato, qui sintomo di morte e preludio alla vita. La fotografia di Roger Deakins (Premio Oscar per Blade Runner 2049), a cristallizzare nel continuo movimento di macchina gli enormi contrasti del conflitto mondiale attraverso gli accostamenti cromatici: sempre a un passo dall’eccedere, vivi, tangibili, sudano e sanguinano come fossero umani. Il montaggio sonoro, la scenografia, il trucco, gli effetti speciali. Sono tutte categorie candidate agli Oscar 2020, insieme a regia, miglior film e sceneggiatura originale. In totale fanno dieci nomination, e non una di troppo.

1917 non è un viaggio di formazione, è un viaggio di frantumazione e ricostruzione continue, in cui ogni brandello rappresenta qualcosa oltre le sue dimensioni limitate. In un contesto che, quando è più clemente, lascia ai suoi ospiti appena il tempo di respirare, gli incontri (pochi) e gli scontri (pochissimi) si dilatano e tengono alta la tensione per due ore di pellicola. E quest’ultima, ancora una volta, gioca ad assomigliare a qualcos’altro. Forse, è la deformazione professionale di un regista che ha cominciato col teatro, che tuttora non ha abbandonato: sfumare i confini narrativi e visivi della scena, in modo che uno sguardo lascivo, un urlo di paura, un sospiro possano diventare sintesi di ogni sguardo, di ogni urlo, di ogni sospiro.

Il film riesce a essere potente e drammatico sia nel momento più epico che in quello più dimesso, senza la pretesa di insegnare ma con l’esigenza di raccontare, brillantemente, attraverso l’esempio e l’allegoria. Un’esperienza così forte che i volti, persino quelli noti di Colin Firth, Benedict Cumberbatch e Mark Strong, sbiadiscono. Persino quelli dei protagonisti, Dean-Charles Chapman e George MacKay, che pure consegnano una performance ineccepibile, saranno dimenticati (prima che Hollywood si riaccorga di loro).

1917 è un ibrido ma lo è per la sua anima, non costruisce sovrastrutture né stratificazioni: svela. Come un mosaico, rende impossibile concentrarsi sui singoli tasselli, alcuni nemmeno li conserva. Forse non li ha mai avuti. Il realismo, ad esempio, elemento fondamentale per un film di guerra. Qui, Sam Mendes sceglie di evaderlo, così come evade il genere e fa di tutto per chiarirlo. Qui, il realismo non servirebbe. Non siamo in un film di guerra né in una ricostruzione storica. Semmai, è una rievocazione: l’immaginazione infantile di un ricordo che, sul grande schermo, approda solo oggi. Qualcosa di profondo, ancestrale. Come una storia da tramandare attorno al fuoco.