I senza cuore: Marino Magliani intervista Giuseppe Conte

Oggi ospitiamo l’intervista di Marino Magliani a Giuseppe Conte, poeta, scrittore, traduttore e critico, sul suo romanzo I senza cuore, uscito lo scorso maggio. Buona lettura.

I senza cuore (Giunti, 2019) inizia nel Basso Medioevo, in Terrasanta, nel luogo in cui l’Occidente ha perso definitivamente la sua innocenza. Ma si può anche dire che di quell’Occidente, di quell’incontro tra Mediterraneo e Nord Europa, racconta le Origini?

In realtà I senza cuore tenta di riandare alle origini dell’immaginario occidentale moderno, che nasce, per quanto riguarda il romanzo, con il ciclo bretone dei romanzi cavallereschi d’amore. Non è un caso che il mio narratore, lo scrivano Oberto da Noli si fermi in Bretagna e, dismessi i panni dell’uomo di mare, che gli vanno stretti, si dedichi unicamente allo studio e alla scrittura: incontra Chretien de Troyes, Beroul, Thomas d’Inghilterra, e scrive, in lingua bretone, quella della donna che ha sposato e della terra che ha scelto, o più probabilmente in lingua d’oeil, quella dei libri che ha scoperto e degli autori che ha frequentato, la storia che il lettore si trova davanti. Questo cosa vuol dire? Che ne I senza cuore c’è ancora più forte che in altri miei libri un’ideologia letteraria anti-novecentesca, la ripresa del mito, dell’avventura, dell’amore, la volontà di tornare alle origini, di rifondare il romanzesco meticciando Occidente e Oriente, Nord Europa e Mediterraneo. Un proposito folle, come quelli che mi hanno sempre guidato e spinto a scrivere.

Guglielmo degli Embriaci, facoltoso genovese, appartenente a una delle famiglie più potenti della città, si trova a Cesarea. La sua fame di guerriero lo consegna alla Storia col nome di Guglielmo il Malo, e Guglielmo Testa di Martello. Al ritorno in patria, ricco e famoso, mosso da un’ossessione, quindici anni dopo la conquista della Terrasanta, l’armatore Gueglielmo il Malo porterà con sé 192 persone attraverso il Mediterraneo e oltre le Colonne d’Ercole, contro le onde lunghe di quel Mare del Nord , selvaggio e sconosciuto. Guglielmo il Malo è un grande personaggio, ambiguo, sa di non potersi fare stritolare dalla Storia, e anzi, sa di doverla condurre lui, come dirige la  sua Grifona, diventa persino una specie di poliziotto a bordo, e tutto questo, mentre, forse ,vive anche lui i suoi sensi di colpa. La narrazione non ci racconta le sue efferatezze in Terra Santa, ma ne tiene conto, e come dire, ce le consegna attraverso un gesto feroce e quasi intimo: l’assassinio di un vecchio ebreo innocente, colpevole solo di aver messo in dubbio l’autenticità di un pezzo archeologico. 

Guglielmo Embriaco è l’unico personaggio storico del romanzo: dopo il 1112, di lui che era stato il conquistatore di Gerusalemme, di Cesarea, che aveva acquisito la città di Gibelletto in Oriente per la sua famiglia, che aveva portato a Genova ricchezze immense e affascinanti reliquie e ne era stato console, non si sa più niente: cosa ha fatto, come e dove è morto, niente. Allora su questa lacuna della storia si insinua l’immaginazione romanzesca. Guglielmo, deluso dalle sua conquiste, provato dal peso delle violenze commesse, rodendosi nel dubbio se il vaso di smeraldo portato dalla Terra Santa non sia quello sulla tavola dell’ultima cena di Nostro Signore, decide di partire verso il luogo che, a detta del vecchio ebreo che ha ucciso, è stato portato il Sacro Catino: da Giuseppe d’Arimatea, l’unico giusto del Sinedrio, nel Nord favoloso e brumoso d’Europa. Guglielmo è un navigatore, un commerciante, un guerriero, un costruttore di navi e di macchine da guerra: in una parola, un uomo d’azione, al contrario dello scrivano Oberto da Noli. Quando cominciano gli efferati delitti a bordo, è costretto dalle leggi della marina a investigare. La recensione al romanzo scritta da Renato Ferraro, ammiraglio , ex comandante del Porto di Genova, comincia con una citazione del codice marinaresco, che assegna al comandante, sopra il quale non c’è che Dio, il compito di tenere le fila delle indagini. Lo fa quasi controvoglia, applicando alle investigazioni le regole ferree della meccanica con cui si costruiscono navi e macchine da guerra. Non crede che la colpa possa essere del Demonio, come ripete nelle sue litanie il cappellano di bordo, Don Pelle; usa la ragione, sa che il colpevole è un uomo. Lo aiuta sempre di più il ragionare più sottile, sinuoso, quasi femmineo del suo scrivano, che è un lettore di Virgilio e di Seneca. Ma non sarà lui a svelare il mistero. E la verità sul vaso di smeraldo gli sfuggirà ancora. Ma lui è un eroe della ricerca. Quella volontà di conoscere muove tutta l’avventura, come per l’Ulisse gotico di Dante.

Il colore di queste pagine è quello dello smeraldo, con tutte le sue ombre, i suoi smalti, le sue maschere, le sue profondità, la luce marina, Mediterraneo, Atlantico, Mare del Nord. Ma anche lo smeraldo di un oggetto prezioso quanto oggetto, e lo è per ciò che ci racconta: in quel vaso esagonale di materiale trasparente Gesù Cristo ha consumato la sua Ultima Cena. Come è nata e quando questa storia? Ne ho ascoltato la presentazione in un lussuoso palazzo genovese e ho immaginato di essere poco distante dalla genesi della narrazione.

Sì caro Marino, credo che Palazzo della Meridiana non sia lontano dal porto e neanche dalla Torre degli Embriaci e da San Lorenzo. Io ho uno sguardo da forestiero su Genova, la amo moltissimo, ma mi sono formato a Milano e quando ho preso casa in città ho scelto Nizza. Questo sguardo da forestiero mi ha aiutato muovendo onde di curiosità sempre maggiori per il passato gloriosissimo di una città oggi spenta, su cui si accendono i riflettori del mondo quando succede qualche catastrofe. Genova è stata per un secolo la capitale economica del mondo, armava più navi di tutta l’Inghilterra, dette un impulso spaventoso e violento alla nascita del capitalismo (da lì in parte l’invettiva contro i Genovesi “uomini diversi / d’ogni costume e pien di ogni magagna” di Dante, uomo legato al passato cavalleresco, nemico del primato dell’economia e del denaro), e nei suoi angoli segreti ci sono tesori come il vaso di vetro verde smeraldo detto Sacro Catino, visitabile, anche se pochi lo sanno, nel Tesoro di San Lorenzo. Un oggetto in sé meraviglioso, misterioso, carismatico , che emana una sua luce affascinante, e che può avere 1000 anni o 2000 o essere senza tempo, come una leggenda e un mito. Sai che io , quando scrivo in prosa, mi dichiaro più facilmente mitologo che romanziere: forse per questo i romanzieri in Italia se ne stanno alla larga dai miei libri.

Mentre leggevo e traducevo Sudeste, di Haroldo Conti, mi rendevo conto di come il contenitore delle acque (il delta del Paraná), paesaggio del romanzo, non venisse osservato dalle rive, ma quasi sempre dal centro dell’acqua, o da una delle isolette che popolano il delta. Anche il punto di vista de I senza cuore è un legno lontano dalla costa: la Grifona, la galea di nuova costruzione, con la sua ciurma, un equipaggio composto da 192 persone, tra marinai, ufficiali, schiavi ai remi, mozzi, mastri d’ascia, tesorieri, cappellani, sarti, gabbieri, una squadra di balestrieri. E l’io narrante: Oberto da Noli, scrivano, giovane, (ma le avventure le racconterà da anziano, o non più giovane, come appare nello stupendo cortometraggio realizzato e prodotto da Simone caridi per l’Istituto Italiano di Cultura di Amsterdam: città anfibia, quale altro luogo per I senza cuore?) alla sua prima esperienza. Una scelta molto intelligente quella di dar parola a un personaggio che prende nota e trascrive, come dire: indagando al fianco di Guglielmo il Malo, mentre i crimini si susseguono. E non potrebbe essere altrimenti: I senza cuore si legge, anche, ma sarebbe molto riduttivo solo, come un’indagine: sulla Grifona naviga un assassino, i crimini si compiono durante le notti di luna nuova. Che ruolo ha nell’indagini uno come Oberto da Noli, scrivano, ma anche umanista e letterato? Mi piacerebbe rispondere io stesso con un concetto a te molto caro: la poesia salverà il mondo.

E cosa potrei aggiungere? Molti hanno pensato che io mi identificassi nel mastro d’ascia Giuseppe Pietrabruna da Porto Maurizio, convertito all’Islam: ma, a parte il fatto che l’autore di un romanzo deve identificarsi in tutti i suoi personaggi, anche i più balordi e ridicoli, forse il personaggio a me più vicino è Oberto da Noli. Scrivo di mare ma non sono un uomo di mare, scrivo di avventura ma non sono un uomo d’azione, non ho fatto nella vita altro che studiare, leggere, scrivere, e poi poche altre cose altrettanto piacevoli. Solo che scrivere è anche una disperazione, un fallimento, un dovere oltre che un piacere. Più che salvare il mondo, è già così difficile salvare se stessi, anche se la letteratura almeno può cambiarlo, questo mondo. Creare nuove visioni, aprire la strada a nuovi sogni. Nessuno ci crede più. Io sì. Con quanta follia basta per continuare a scrivere.