Heinrich

Roberto Sassi

Heinrich pensa che averla assunta sia la cosa migliore che abbia fatto negli ultimi anni. È seduto sul divano ed è tardi, sono le 23.05, ma Janine gli ha appena inviato il preventivo per la serata inaugurale. «In allegato trovi anche il menù che hanno proposto. A domani, J.», recita il corpo dell’email, asciutto e diretto come sempre.

Senza di lei questa edizione del Literaturfestival sarebbe un autentico disastro. Scegliere una trentenne single dall’aspetto insignificante si è rivelata una saggia decisione. In questo modo ha allontanato la tentazione di invitarla a cena da lui — era successo con tutte le precedenti segretarie — e ridotto notevolmente le probabilità di perderla per un’improvvisa gravidanza. Il fatto che la ragazza sia affetta da workaholism è un ulteriore punto a suo favore.

Heinrich aggiorna la casella di posta per verificare se nel frattempo ha ricevuto nuove email, poi lancia il telefono sull’altro lato del divano e si alza per versarsi un cognac. È un Rémy Martin, un regalo dello sponsor principale del festival. Col bicchiere in mano fa scorrere la portafinestra del terrazzo ed esce a prendere un po’ d’aria. Dal suo superattico nella Torstraße ha una vista meravigliosa. Il cielo è limpido, l’Alex con le sue luci rosse intermittenti si staglia sullo sfondo a meno di un chilometro di distanza. Vive in città da trent’anni, si è trasferito a Berlino Ovest nel 1989, pochi mesi prima della caduta del Muro, eppure non è mai salito in cima alla torre. L’ha sempre considerata una roba da turisti. Ora guarda quella struttura altissima con indifferenza, come se fosse un oggetto da cartolina. È molto più interessato a una nuova gru che ha scovato a est, in mezzo a due enormi edifici in costruzione. Sta in piedi con una mano in tasca, ogni tanto porta il bicchiere alla bocca e cerca di capire dove si trova esattamente il cantiere. È Lichtenberg o Marzahn?, si chiede. Non lo sa, e non può saperlo perché da quelle parti non ci passa. Cosa dovrebbe andarci a fare tra gli anonimi palazzoni di Marzahn? Perlopiù trascorre il tempo nell’ufficio a Charlottenburg e un paio di volte al mese va a cena nel suo ristorante preferito a Prenzlauer Berg. Il resto della città lo conosce ormai soltanto attraverso il racconto degli altri, un racconto che gli suscita sempre meno emozioni. Ed è un paradosso per lui che nel 1995 ha ricevuto una menzione speciale della giuria al premio Büchner proprio per la sua «spiccata capacità di sondare il terreno culturale e linguistico in cui affondano le radici della Berlino di domani». Ma erano altri tempi, adesso ha l’impressione di essere l’unico a invecchiare, l’unico a dover stare al passo e a non riuscirci.

Mentre studia quell’orizzonte urbano composto di luci e sagome di edifici, Heinrich fa un leggero movimento col braccio destro per aggiustarsi la camicia. Così facendo si accorge che il disco antisudore si sta staccando e gli graffia l’ascella. Ha ancora indosso i vestiti con cui è uscito al mattino per andare al lavoro, si è tolto soltanto le scarpe. Preso dal nervoso, sbottona la camicia quel tanto che basta per infilare la mano e strappare il disco assorbente. Continua a bere reggendo il bicchiere con l’intero palmo della mano per mantenere il brandy alla giusta temperatura, non sapendo che fare di quella pallina di carta adesiva intrisa di sudore. Per un attimo gli viene voglia di lanciarla giù ma il pensiero di poter colpire qualcuno glielo impedisce. Dà persino un’occhiata al marciapiede per valutare la situazione. Alla fine lascia perdere e alza lo sguardo verso il palazzo dirimpetto. In una finestra al quarto piano un uomo fuma nell’oscurità seduto sul davanzale. È troppo lontano perché Heinrich possa distinguerne la fisionomia.

Quando ha finito il cognac, rientra in casa e decide di fare una doccia. Resta a lungo nel bagno. Strofina i capelli con l’asciugamano e ispeziona accuratamente la chierica per capire se si è allargata. L’idea che gli altri possano concentrarsi su quella mancanza invece di apprezzare la sua bella faccia gli risulta insopportabile. È abituato a parlare in pubblico, ad avere gli occhi puntati su di sé. Sarebbe una catastrofe. Ma per fortuna non c’è stato nessun peggioramento significativo, lo shampoo rinforzante che gli ha prescritto il dermatologo sta cominciando a funzionare. Questo lo tranquillizza. Fa la barba con calma, taglia le unghie dei piedi rimuovendo anche le pellicine più minute, infine si pesa sulla bilancia come tutte le sere.

«Heinrich, dovresti farlo al mattino, a digiuno, subito prima di colazione», gli diceva sempre la sua ex moglie Agnes. Lui però continua a farlo la sera. Il display retroilluminato dice 87,4 kg. Lascia passare i minuti, è quasi mezzanotte, e anche se tra sette ore dovrà essere di nuovo in piedi si sofferma a esaminare il suo viso nello specchio: poche rughe, un bel naso dritto e due occhi azzurri uguali a quelli di sua madre. Niente male per un sessantenne, pensa spalmandosi una crema idratante sulle guance.

Heinrich effettua queste piccole operazioni con una precisione maniacale, impiegando molto più tempo del necessario. Lo fa per ritardare il momento in cui dovrà sdraiarsi nel letto e provare a dormire. Sa benissimo che non ci riuscirà. Janine gli ha consigliato un prodotto omeopatico ma lui non l’ha preso seriamente. In passato ha provato farmaci potenti che non gli hanno portato alcun beneficio. La scatola giace sul comodino semiaperta, dentro manca solamente una capsula. Seduto sul bordo del letto guarda il bugiardino che fuoriesce e ha un pensiero idiota: invitarla da lui con una qualsiasi scusa di lavoro. Non ha dubbi che, nonostante sia molto tardi, si precipiterebbe. Forse una sana scopata riuscirebbe a farlo dormire qualche ora di fila. Ma sarebbe in grado di sostenere il suo ritmo? Sarebbe capace di soddisfarla? L’ultima volta che era stato con una molto più giovane, una stagista venticinquenne di una nota casa editrice conosciuta a un vernissage, era andata malissimo. Lei aveva provato in tutti i modi a farglielo venire duro, ma aveva dovuto desistere abbozzando un sorriso di commiserazione. Quel sorriso gli aveva martellato il cervello per giorni e si era ripromesso di non sottoporsi mai più a un’umiliazione del genere. No, scrivere a Janine è fuori discussione. Piuttosto chiamo una escort, pensa.

Dopo essere tornato in soggiorno e aver sfogliato qualche pagina di un volume illustrato sull’arte medievale tedesca, Heinrich capisce che non dormirà, perciò si riveste per uscire a fare due passi. È convinto che un giro a piedi non possa che fargli bene. D’altra parte ha trascorso l’intera giornata tra l’ufficio di Charlottenburg e il ristorante italiano lì accanto, dove ha pranzato con l’assessore alla Cultura Peter Müller. Non sono propriamente amici, ma al terzo bicchiere di vino si è preso la libertà di chiedergli se le voci di corridoio sul drastico taglio ai finanziamenti per il prossimo triennio siano fondate. Mangiando una tartare di manzo ha scoperto che purtroppo è tutto vero. Dovrà inventarsi qualcosa, farsi in quattro per trovare degli sponsor. Tradotto: moltiplicare i pranzi e le cene di lavoro. Questo scenario lo deprime, avrà ancora meno tempo per dedicarsi al romanzo che sta scrivendo da due anni. Finora ha messo insieme appena cinque dei dieci capitoli che ha previsto.

Heinrich indossa in fretta un paio di calzoncini, una t-shirt e le scarpe da ginnastica. Una tenuta talmente sportiva che sembra stia andando a fare jogging. Nello specchio dell’ascensore scruta la sua immagine riflessa e non può fare a meno di trovarsi ridicolo conciato così. È quel tipo di uomo che riesce a vedersi in ordine solo con la camicia e la giacca. Tutto il resto gli pare volgare, inappropriato, persino offensivo per una persona della sua levatura.

È martedì notte e in quel punto la Torstraße non è molto trafficata. Heinrich cammina lentamente in direzione Rosenthaler Platz, passa in rassegna le vetrine dei negozi, alcuni illuminati a giorno nonostante siano chiusi da ore. All’angolo con la Bergstraße nota per la prima volta un nuovo ristorante vietnamita. Cerca di ricordare cosa ospitasse in precedenza quel locale ma non riesce. Una cartoleria? Una ferramenta? La velocità con cui il quartiere si trasforma lo disgusta. Dal punto di vista urbanistico e sociale è un conservatore. O meglio: ha nostalgia per la Berlino degli anni Novanta, quella città in divenire in cui tutto era possibile e che oggi gli sembra una parodia di se stessa. Sarà che all’epoca era considerato uno scrittore emergente, una promessa della narrativa tedesca contemporanea. L’unico aspetto positivo è che il valore del superattico è aumentato di almeno cinque volte. Ma questo non lo consola: i soldi sono l’ultima cosa di cui ha bisogno.

Cercando di ricordare che negozio ci fosse prima del ristorante vietnamita, Heinrich oltrepassa un gruppo di adolescenti che bevono birra seduti sulle panche di legno di uno Späti. Stringono le loro bottiglie di Sternburg e avranno sì e no vent’anni, grosso modo l’età di sua figlia Judith, che da pochi mesi studia cinema alla New York University. Sul tavolo hanno piazzato un altoparlante bluetooth e ascoltano un rapper tedesco che lui ha sentito di sfuggita un paio di volte ma di cui non conosce il nome. Forse lo ascoltava proprio Judith prima di partire per gli Stati Uniti. Guardandoli ubriacarsi a quell’ora di un mercoledì qualunque prova un misto di invidia e riprovazione paterna. E quando il suo sguardo incrocia quello strafottente di uno di loro, un ragazzino tatuato con una canottiera da basket e dei baffi radi che fanno un effetto quasi comico, si rende conto di averli fissati in modo eccessivo. Questo stronzetto mi considera un relitto, pensa, un reperto archeologico con cui misurare la propria gioventù.

Heinrich abita in zona dal 1996 e allora quei ragazzini non erano neppure nati. Trasferirsi nella Torstraße era stata un’idea di Agnes; lui avrebbe volentieri comprato una villetta monofamiliare a Friedenau. Ma lei, che di mestiere fa la curatrice d’arte, aveva insistito perché «bisogna stare lì dove succedono le cose». E nel tranquillo sobborgo di Friedenau non succede niente di niente. Le era sfuggito un particolare non di poco conto, e cioè che Heinrich desiderava un posto dove staccare la spina dopo aver avuto a che fare tutto il giorno con scrittori, editori e politici di vario rango. Adesso, a distanza di oltre vent’anni e con il matrimonio con Agnes andato in malora, nemmeno lui sa più cosa vuole. Di sicuro non ha intenzione di mettersi a cercare un altro appartamento né di provare a vendere quello in cui vive.

Riflette su questa sua pigrizia abitativa nel momento in cui Rosenthaler Platz gli si spalanca di fronte. Alcuni passanti imboccano di corsa le scale della U-Bahn per prendere uno degli ultimi treni. Una ragazza colpisce involontariamente una bottiglia col piede, facendola frantumare sui gradini. Le sue due amiche se la ridono di gusto. Heinrich attende che scatti il semaforo pedonale e osserva l’ingresso del Mein Haus am See, che è affollato di gente come di consueto. Non ha mai messo piede in quel discobar, è sempre stato scoraggiato dall’età media degli avventori e dal volume altissimo della musica elettronica. Eppure una volta, per pura curiosità, ha visitato il sito web. In mezzo alla home page campeggiava una scritta a caratteri cubitali: It’s not a bar! It’s not a club! It’s something sexier in between… Inizialmente questo slogan gli era sembrato stupido, ma in seguito l’aveva trovato una buona definizione anche per se stesso. Ci ripensa aspettando che l’omino rosso del semaforo lasci il posto a quello verde: non è uno scrittore, anche se ha pubblicato un paio di romanzi negli anni Novanta, uno dei quali ha venduto bene e gli è valso un importante premio letterario tedesco; non è un politico, anche se ha lavorato un’intera legislatura come spin doctor per un ex ministro della Cultura. Si sente anche lui qualcosa di sexier in between: è il direttore di un festival letterario.

Attraversando la strada, Heinrich vede il Döner Kebab all’angolo con Brunnenstraße e, travolto dal profumo di carne arrostita, si scopre affamato. A cena ha ordinato del sushi a domicilio ma la composizione di maki e nigiri che ha scelto non l’ha saziato. Non ha alcuna voglia di tornare a casa per vedere cosa c’è nel frigo, quindi decide di prendere qualcosa lì. Il kebab l’ha mangiato un paio di volte con Judith e quando il commesso gli chiede se vuole un dürüm lui ha un attimo di esitazione. Non riesce a mettersi in testa cosa diavolo sia. È quel panino rotondo e croccante? Oppure è il rotolo che ha ordinato il cliente prima di lui? Vedendolo in difficoltà, il ragazzo gli mostra una specie di pita greca e dice sorridendo: «Das ist dürüm». Heinrich si limita ad annuire per fargli capire che è esattamente ciò che vuole. Ottiene il suo enorme kebab avvolto nella carta stagnola, porge una banconota da cinque euro e fa segno di tenere il resto di cinquanta centesimi. Dopodiché va a sedersi a uno dei lunghi tavoli che occupano metà del marciapiede accanto alle scale della U-Bahn. Agnes non avrebbe accettato di mangiare in un posto del genere e questo in un certo senso lo mette di buon umore: a differenza dell’ex moglie, lui sa stare nel mondo.

Mentre addenta il suo kebab, un taxi si ferma davanti al Mein Haus am See e scarica tre turiste americane giovanissime. Heinrich le osserva barcollare sui tacchi, tutte e tre indossano un vestitino aderente che non lascia molto spazio all’immaginazione. Non può fare a meno di guardarle, specialmente quando la più carina, una bionda con la coda di cavallo e gli orecchini a cerchio, si sporge nel finestrino dell’auto per biascicare qualcosa al tassista. Anche loro hanno all’incirca l’età di sua figlia e si chiede se lei indossi vestiti simili a New York. Non può saperlo. Con Judith parla esclusivamente dei programmi delle lezioni e dei bonifici che deve farle ogni mese. Lui avrebbe preferito versarle trentamila euro tutti insieme, una cifra a suo parere più che sufficiente per un anno, e togliersi così il pensiero. Ma Agnes si era opposta, aveva sostenuto che fosse diseducativo mettere a disposizione di una diciannovenne tutti quei soldi. Alla fine si era fatto come voleva lei. Si faceva sempre come voleva lei. Anche il divorzio in fretta e furia era stata una sua idea; lui avrebbe aspettato, aveva sperato si trattasse dell’ennesima crisi destinata a risolversi in modo fisiologico, aveva persino proposto una terapia di coppia. Finché aveva scoperto che lei frequentava un altro uomo e allora tutto era diventato chiaro.

Dopo aver finalmente pagato il tassista, le tre ragazze entrano nel locale e Heinrich può tornare a concentrarsi sul contenuto del dürüm. L’orologio digitale della farmacia sull’altro lato della strada segna le 00.42. Ammesso che riesca ad addormentarsi, tra sei ore dovrà alzarsi dal letto, vestirsi di tutto punto e mettersi al volante del suo SUV per raggiungere l’ufficio dall’altra parte della città. Catering, comunicati stampa, la riunione del comitato editoriale: niente di nuovo. Solo a pensarci gli viene la nausea. Manca appena un mese all’inizio del Literaturfestival e l’organizzazione è in linea con la tabella di marcia. Restano da limare solo alcuni dettagli, ma Janine sembra avere tutto sotto controllo.

Mette in bocca l’ultimo pezzo di kebab rimuginando sul taglio di finanziamenti che gli ha preannunciato Müller. Sarà dura sopravvivere a un cataclisma di questa portata, riflette. Mentre accartoccia la stagnola e si pulisce i denti con la lingua, la più carina delle americane torna fuori a fumare in compagnia di un coetaneo. Li osserva flirtare ma la scena è di una banalità insopportabile e sceglie di ignorarli. Sente di aver raggiunto quella fase in cui la stanchezza diventa un ulteriore impedimento al sonno e qualsiasi cosa lo rende nervoso. Non sapendo che fare, tira fuori il telefono dalla tasca dei pantaloncini, lo poggia sul tavolo evitando i residui di cibo. Nessuna nuova email, nessun nuovo messaggio. Un’auto della polizia attraversa l’incrocio a sirene spiegate, corre verso un’emergenza di cui lui non saprà nulla. Quando le luci blu dei lampeggianti sono scomparse in lontananza sulla Torstraße, Heinrich apre la lista delle ultime chiamate e scorre i nomi fino a quello di Janine Fischer. Senza di lei questa edizione del Literaturfestival sarebbe un autentico disastro.

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↔ In alto: Photo by Joshua Ness on Unsplash