La Transnistria e noi. Un racconto da Tiraspol

Queste riflessioni nascono sulla scorta di un viaggio collettivo compiuto a giugno 2019 per fini giornalistici, che ha avuto fra le sue tappe principali Tiraspol, capitale della repubblica de facto della Transnistria, stato non riconosciuto dai membri dell’Onu al confine tra Moldavia e Ucraina.

Come isole, anzi come piccoli sassi appuntiti, stanno le teste dei bagnanti. Il sole di giugno a Tiraspol scalda l’asfalto, brucia le foglie rinsecchite di un verde ormai pallido nei parchi e, verso il tramonto, chi riesce cerca riposo dai ritmi cittadini presso una spiaggetta ricavata sul fiume Nistru. «Riva pulita, pulita repubblica» recita un cartello al limitare della sabbia, mentre un altoparlante dall’altra sponda passa grandi classici del pop internazionale – dalle Spice Girls a Cher – riadattati in lingua locale. «Pulita» in russo ha una doppia valenza, a indicare anche il termine «liscia», senza fronzoli o aggiunte, magari detto di alcolici come la vodka. Così sembra scorrere la quotidianità in Transnistria: la pulizia delle strade e delle piazze riflette l’ordine che si incontra nella disposizione di negozi e uffici, nella mentalità delle persone con cui parli o chiedi indicazioni. Così sembra essere l’attitudine di una popolazione che lascia scorrere la tua alterità nel luogo ma, al contempo, è interessata a entrarci in contatto.

«La vita qua è complessa», dice Andrei dopo averci raggiunto sotto un baldacchino poco al di fuori della spiaggia. Descrive San Pietroburgo come la San Francisco del mondo russo – ci ha vissuto cinque anni – e non ha dubbi: dovete andarci se vi piacciono queste cose (beviamo un po’ di birra nell’unico spazio che ci è concesso dalla guardia locale, visto che in spiaggia – ma in generale in tutti i luoghi pubblici – è vietato), se avete sensibilità per l’arte e per la notte. «Se mi mettessi a suonare per strada qua sarei preso per pazzo. Ho un gruppo di amici: vengono a casa e io mi piazzo alla batteria. Poi scrivo anche poesie». Dopo averne recitata una, vorrebbe trascriverla, ne trascrive un pezzo ma poi non gli esce più, torna a recitarla, la declama, a tratti la predica. «È che qua in Transnistria non si vive, si sopravvive. Le patate, la pensione, il cibo per i figli, gli elettrodomestici per la casa: la gente non pensa ad altro. Invece c’è dell’altro, no? Posso condividere questi dubbi solo con pochi». A San Pietroburgo era diverso, ribadisce, ma poi è ritornato a Tiraspol per un senso di appartenenza, quasi un dovere verso se stesso e il luogo. A voler esagerare, una sorta di dipendenza. «Mi tocca», dice girandosi verso la spiaggia e stringendo un poco gli occhi per la troppa luce. Come piccoli sassi appuntiti le teste dei bagnanti si immergono e riemergono dall’acqua; dagli altoparlanti alzano il volume a presagire la sera incipiente; su una torretta di guardia un paio di poliziotti in divisa controllano che tutto sia nel giusto posto, che non ci siano infrazioni. Stando a quanto ha trascritto sul taccuino, la poesia di Andrei si intitola Starost’, «Vecchiaia».

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Il punto è sempre quello: come poter parlare della Transnistria senza scadere nella retorica delle frasi fatte e del sensazionalismo? Trattandola come un qualsiasi altro posto pur sapendo che è, a tutti gli effetti, un non-posto, che la mancanza di un riconoscimento de iure del territorio pone problemi che vanno, inevitabilmente, a influire sulla vita quotidiana e che dunque, per usare un lessico che si preferirebbe evitare, esiste una cortina di ferro a delimitarla, una specie di cappa?
La realtà è che, considerando i dati di fatto, la Transnistria è in tutto e per tutto un paese normale, almeno relativamente al contesto geopolitico in cui si trova immersa. Esistono delle peculiarità legate al suo status impreciso, che la rendono sulla carta un luogo potenzialmente più esposto a crimini quali il commercio illegale di armi, tratta di esseri umani e riciclaggio di denaro sporco. Ma la reale incidenza di tali attività non è mai stata provata con certezza (anzi,  uno delle più grandi frodi finanziarie che hanno coinvolto l’area, il cosiddetto “Russian Laundromat” o “furto del secolo”, pare aver riguardato solo banche moldave) e soprattutto ricade in modo molto indiretto sulla popolazione. Quest’ultima, in fin dei conti, si ritrova ad affrontare questioni e problematiche parecchio simili a quelle che sono all’ordine del giorno dalla parte opposta del Nistru: bassi salari, crisi demografica dovuta a un alto tasso di emigrazione e scarse prospettive di sviluppo. Nessuna anomalia politica o sociale, nessun conflitto aperto e profondo.

LEAD Technologies Inc. V1.01Eppure, è la stessa Transnistria che talvolta ama raccontarsi come un luogo speciale. Da qualche anno è entrato in attività nella capitale quello che è forse il primo ufficio del turismo del paese e tanti dei souvenir esposti recano la scritta: “Il paese che non esiste”. Similmente, non è improbabile essere fermati per la strade di Tiraspol da qualcuno che ti dice di non fidarsi delle apparenze, di fare attenzione, visto che ci si sta muovendo in un posto strano, anzi dentro a un vero e proprio “stato di polizia”.

Ma tanti altri non ci stanno. Vladislav, vicedirettore della fabbrica tessile Intercentre-Lux (che produce anche per molte firme italiane), parla un perfetto inglese, evidentemente abituato a trattare con i numerosi partner internazionali. Mentre discutiamo ci scappa un’espressione forse avventata, una metafora probabilmente non troppo felice per cui la Transnistria, per noi occidentali, sarebbe un «grosso punto di domanda» e allora lui sbotta ancora prima che iniziamo la frase: «Tutti con questa convinzione che il nostro paese è speciale per un qualche motivo. Ne ho incontrate di persone, di manager delle aziende con cui collaboriamo, che si sono rifiutate di venire qui perché hanno paura che la Transnistria non sia un posto sicuro. Io ci sono stato in Europa, le ho viste le vostre metropoli… Dove credete sia meglio passeggiare per una madre con i suoi figli, qui o a Berlino con gli ubriachi che le passano accanto? I nostri cittadini lavorano giorno e notte e non perché sono costretti ma perché amano il proprio paese. Se non ci fosse questo problema che non siamo riconosciuti come nazione, saremmo come la Svizzera, ve l’assicuro io!».
È come se gli abitanti nel proprio auto-raccontarsi fossero spinti verso due eccessi opposti. Per alcuni il quotidiano corrisponde uno stato di eccezione permanente. Per altri, invece, la sensazione di normalità e di tranquillo scorrere delle proprie occupazioni è tale da diventare una certezza di perfezione assoluta, la garanzia che tutto va per il meglio.

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«Pulita» in russo indica a tutti gli effetti anche il termine «pura», quindi scevra da elementi o corpi estranei, essenziale, poco incline all’ibridazione e al meticciato. Quel “pulita repubblica” presente sul cartello in spiaggia sottintende dunque anche una tale accezione e non sembrerebbe una descrizione poi così distante dalla realtà di alcuni aspetti della vita in Transnistria. Effetto collaterale della dissoluzione dell’Urss, lo stato non riconosciuto al di là del Nistru si è costituito attraverso  un conflitto armato (1990-1992, con numerosi cessate il fuoco) con le autorità moldave facenti capo a Chisinau in cui hanno giocato fattori storici (i due territori erano uniti solo dal 1940, con il patto Molotov-Ribbentrop), linguistici (in Transnistria è parlato quasi unicamente il russo, mentre il 31 agosto 1989 la Moldavia adottò il rumeno come lingua ufficiale) e geopolitici (parte dell’élite moldava guardava con favore a una riunificazione con la Romania). La striscia di terra si ritrova quindi ora in una situazione di conflitto congelato, supportata economicamente e militarmente quasi solo dalla Russia (sebbene dal 2016 sia entrata nell’accordo di libero scambio tra Ue e Moldavia DCFTA), con una classe politica i cui interessi sono profondamente intrecciati a quelli della maggiore azienda del paese (la Sheriff è presente in praticamente tutti i settori del mercato ed è stata fondata da due ex-agenti dei servizi segreti) e i resti del passato sovietico ancora ben in mostra nello spazio urbano e nell’immaginario collettivo (dalle statue di Lenin alla terminologia ufficiale, per cui il parlamento si chiama Soviet Supremo). Pur senza toni e accenti eccessivamente nazionalistici o xenofobi e spinta anche dalla sua condizione di isolamento rispetto al contesto geopolitico, la costruzione identitaria della Transnistria si impernia dunque sui referenti concettuali di purezza, ordine e pulizia. Nell’attitudine intanto verso il passato comunista e i suoi simboli, che sono conservati in maniera, per così dire, dimessa e dunque problematica ma rispetto ai quali non pare esserci alcuna volontà di operare cesure o distanziamenti; nel mantenimento di certi stilemi relazionali (improntati al decoro e all’ordine, a uno zoning serrato degli spazi urbani e mentali) e di una certa concezione dei meccanismi sociali che vede possibile il loro funzionamento solo attraverso una distinzione rigida fra categorie (privato, economico, politico…); nell’idea infine di una repubblica e di un potere politico che, a tutti gli effetti e sotto molteplici aspetti, provano – come dice il vicedirettore di fabbrica Vladislav – a “fare il bene dei propri cittadini” (garantendo magari prospettive di vita e una piena occupazione, se si vuole “lavorare giorno e notte”), ma che allo stesso tempo non concepiscono come un “bene” la piena partecipazione dei cittadini ai processi decisionali e alle scelte democratiche di senso più ampio (le quali vengono invece quasi per intero sussunte da chi del potere detiene le redini a livello più alto, ovvero dalla rete clientelare che si sviluppa attorno alla Sheriff).

Più ci perdiamo in queste elucubrazioni, più la parabola esistenziale di Andrei – con la genuinità ma, in qualche modo, anche la prevedibilità delle passioni che le fanno da corollario, dalla musica alla poesia – ci sembra quasi ricalcare le vicende del grande anti-classico del dissenso Poema ferroviario Mosca-Petuski di Veredikt Erofeev (uscito inizialmente in Unione Sovietica come samizdat, e ora recentemente ripubblicato in Italia da Quodlibet nella traduzione di Paolo Nori), in cui il protagonista e alter ego dell’autore tenta la fuga verso l’utopia e il Grande Altro (rappresentato satiricamente dalla città industriale di Petuski), misurando lo spazio percorso e il tempo trascorso in quantità di vodka bevuta, per poi ritrovarsi al punto di partenza, sotto le mura del Cremlino. Gli occhi che di rado incrociano chi gli parla, in un misto di ebbrezza e diffidenza, anche Andrei – samizdat di se stesso – sembra essere un dissidente. Una persona che, in maniera magari inconsapevole, sente lo scarto fra le narrative del potere e la propria quotidianità e prova a esprimerlo con gesti e abitudini che sono atti di protesta, per quanto sommessa. Ma la sua San Pietroburgo non potrà mai essere la nostra, poiché per lui è innanzitutto una pietra di paragone, il negativo di quella Transnistria che noi possiamo possedere solo di striscio.

Negative3-15-15A(2)Il fatto è che la nostra percezione dello spazio post-sovietico – e in particolare della Transnistria, che ci viene consegnata dal senso comune come fluttuante in un tempo che ancora post non è – è inevitabilmente influenzata dall’immagine che i dissidenti ce ne hanno di volta in volta fornito. O meglio, dal mito del dissenso che, per la sua stessa natura di protesta sottile e inquieta, nega ma al tempo stesso conferma il potere contro cui tenta di opporsi: rileva, contesta l’alienazione ma se ne nutre, pone anzi l’alienazione al centro del proprio sussistere e del proprio pensare. Ed è forse proprio l’impossibilità da parte nostra di sperimentare fino in fondo una tale alienazione, subendone però al contempo anche il fascino, a generare un atteggiamento ambivalente nei racconti sulla Transnistria. Da una parte, un giornalismo semplicistico che in questo pezzo di terra, al di là del Nistru, non vede altro che il grande scandalo ’del «buco nero d’Europa»: le violazioni dei diritti umani e dei traffici illegali, l’educazione siberiana, lo strambo, fatiscente, esotico e addirittura orientalista relitto sovietico. Dall’altra, racconti, testimonianze, refoli di consapevolezza che provano – con caparbietà e talvolta genuino fervore – a demistificare, a concentrarsi sul solito invece che sull’insolito, a connettere i fatti sospendendo il giudizio ma che, forse, mancano di render conto del regime di sospensione ed effettiva irregolarità in cui questi fatti si svolgono. Come dice il critico e scrittore Matteo Marchesini – «sul rovescio di qualsiasi forma di comprensione cresce per fatale dialettica un callo di stupidità» e in Transnistria ci si sente appunto a percorrere i «due dorsi» di una tale, fatale, dialettica provando ad avere ragione del posto quando invece, alla fine, è lui ad aver ragione di te.

Dopo l’incontro con Andrei, decidiamo di pernottare in un hotel alla periferia di Tiraspol. La strada è illuminata giusto dalle insegne a intermittenza di un night karaoke e dalle luci di una pompa di benzina targata Sheriff. La stanza si trova all’interno di un prefabbricato, nessuna reception se non il contatto telefonico del proprietario dello stabile e oltre alle camere, disposte lungo uno stretto corridoio ricoperto a moquette, un paio di locali al primo piano che sembrano essere ancora in allestimento. Forse dei negozi o bar di prossima apertura, fatto sta che probabilmente le persone che vi svolgono i lavori si dimenticano dell’esistenza delle camere d’albergo e all’indomani chiudono a chiave l’intero edificio, lasciandoci senza possibilità d’uscita e costringendoci a bucare alcuni appuntamenti.

Inseguiamo le persone che avremmo dovuto incontrare ma, vuoi per un’impressione di inaffidabilità che ormai ci si è appiccicata o per un senso di diffidenza alimentato da un’imperfetta padronanza della lingua locale, tutti si rifiutano, nicchiano, si smarcano dal confronto. «Sono già stati qua dei giornalisti europei qualche anno fa, poi hanno scritto solo fandonie», dicono alcuni. Altri affermano di non capire bene chi siamo, altri ancora chiedono l’autorizzazione stampa ufficiale da parte delle autorità transnistriane, risoluti a parlare solo in presenza di quel documento. Fatichiamo a far capire le nostre motivazioni; forse, a quel punto, fatichiamo a spiegarle anche a noi stessi. Uscendo in strada l’afa ci acceca, la luce ci lascia in un torpore che ci viene da attribuire a un senso di estraneità, a un momento di scarsa comunicazione esterno/interno, dentro/fuori.

Un uomo sulla quarantina, le gambe gonfie e visibilmente escoriate, ci chiede aiuto per portare alcune borse della spesa. La sua figura pare una macchia grezza sullo sfondo pulito della città: parla e cammina a fatica, ricalca alcuni concetti e ne perde per strada altri mentre i passanti attorno sembrano comportarsi come se non esistesse. Veniamo a conoscenza, nell’ordine, della sua fatica a uscire dall’alcolismo, di una sorella che vive in Russia e di un simbolo neonazista tatuato vicino al polpaccio. In fondo, le due attitudini che il giornalismo tende ad avere verso la Transnistria corrispondono a due diversi (contrapposti?) atteggiamenti che possiamo mantenere verso l’altro. Su quali basi, sospinto da quali urgenze (profonde, personali, di facciata, lavorative…) può nascere, a tutti gli effetti, l’incontro? Da una parte si è animati dalle più classiche buone intenzioni, da una pratica sistemica e sistematica della curiosità in cerca di alleanze e corrispondenze fra gli interlocutori, di quello che in un passaggio delle sue conferenze sul tema dell’alterità Ryszard Kapuscinski definisce «il dovere etico dell’apertura». Eppure, così facendo, si ha l’impressione che all’altro si stia come sequestrando qualcosa, gli si stia sottraendo anzi ciò che in lui vi è di più prezioso e che in fin dei conti ha spinto affinché l’incontro avvenisse: la sua – alienante, per un verso, e inalienabile, dall’altro – diversità. Non è proprio il lavorio della ricerca quello di dissotterrare ciò che è nascosto, far emergere salti, cesure e ferite laddove sembra invece esserci una sostanziale omogeneità?

LEAD Technologies Inc. V1.01Diceva lo storico e antropologo Ernesto De Martino che l’uomo occidentale è stato forse l’unico che ha provato a «demistificare la storia», provando cioè a svelare come la vita culturale e simbolica dei singoli popoli e dei singoli individui non fosse altro che un «mascheramento della storicità dell’esistenza».  Ecco, verrebbe allora da pensare che – oggi, nel 2019, a ridosso del fiume che dovrebbe segnare il confine con uno Stato che non esiste – la storia sia comunque più forte delle sue demistificazioni.  E che, dunque, accanto a un dovere etico dell’apertura esista anche la necessità di non scordarsi che l’altro è pur sempre un abisso e che con lui – al di là delle facili formule del dialogo, della tolleranza, delle domande e richieste di circostanza – sia forse possibile ricercare innanzitutto il conflitto, perfino metaforicamente lo scontro, come massima forma di rispetto. La Transnistria è uno dei luoghi dove di più si percepisce una tale urgenza, dove i racconti e le biografie personali appaiono ai nostri occhi, almeno in parte, già come provocazioni ed enigmi che per essere riportati abbisognano di costanti biforcazioni di senso, ambiguità di pensiero.

Za nashe besnadesnie dela, «alla nostra causa senza speranza»: pare fosse questo l’autoironico motto con cui, nel chiuso dei loro appartamenti, brindavano i dissidenti dell’URSS negli anni ‘70. Chissà se allo stesso modo possa esistere anche un giornalismo (e magari uno dei migliori, se riferito alla Transnistria) senza causa e senza speranza, che nasce dai fallimenti ancor prima che dagli incontri e in grado di trovare infine l’altro sulla superficie della sua maschera, e non sotto. Un po’ come lanciare dei sassi appuntiti sul bordo dell’acqua, per vedere fin dove rimbalzano.

 

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↔ foto © Francesco Brusa, Giugno 2019.