Baricentri dispersi – La custodia dei cieli profondi, di Raffaele Riba

Eleonora Daniel

L’ultima volta che Caino e Abele si sono parlati, l’hanno fatto accanto a un vecchio tavolo di legno. Gabriele vi accatasta intorno libri e provviste, ci si siede sopra, lo cova a gambe incrociate; è un saggio antico, un guardiano che regge gli equilibri non di una casa ma del suo crollo. Ha accumulato sulle spalle anni che non gli appartengono e ora sopporta un’età biblica, come biblica è la vendetta che porta avanti. I fantasmi di Caino e Abele restano in piedi, fermi accanto a lui, si specchiano nei vetri tra la polvere e nel riflesso si confondono: non si riesce più a capire chi dei due abbia le mani ancora sporche di sangue.

Tutto è nato una mattina a scuola, andavo ancora a Lurano per cui potevano essere le medie. Dovevamo individuare il baricentro di diverse figure semplici, con l’aiuto di un righello tracciavamo righe che incrociandosi ci svelavano il punto d’equilibrio. Man mano che procedevo con l’esercizio, capivo che il baricentro è un riferimento imprescindibile, qualcosa di anteriore. 

La custodia dei cieli profondi di Raffaele Riba (66thand2nd, 2018) orbita intorno al calcolo di due baricentri precisi. Da un lato quello di Cascina Odessa, la casa di famiglia, eretta dal nonno del protagonista sulla voragine che un giorno, durante una passeggiata, il suo corpo e quello del suo cane hanno scavato nel terreno cedevole – la discesa agli inferi e la morte di un animale come spinte propulsive per le fondamenta. Dall’altro, il baricentro di un legame specifico, la fratellanza. Entrambi anteriori (la prima parte del romanzo si intitola Il legame anteriore), imprescindibili poiché precedenti di una precedenza ontologica: senza ciò che viene prima di me non posso esistere, senza la mia casa non so dirmi.

Esiste però nel romanzo una terza ricerca di equilibrio, che questa volta ha a che fare con lo stile dell’autore, tutto teso tra centratura e concentrazione. La frase è sempre dosata, mirata, fine; l’eleganza letteraria ed emotiva trascende l’arzigogolo. D’altronde, scrive Riba stesso in Un giorno per disfare (66thand2nd, 2014) che le tre condizioni di esistenza dell’equazione libro sono «l’onestà, la cura e l’indispensabilità della storia o del messaggio».

Domus labentis: storia di un sabotaggio

Voglio solo dire che la casa è pelle, che la casa è cognizione, che la mia casa è un modo che ho per dire qualcosa di me.

Fratello, Custode, Matto. Nella solitudine, l’identificazione fornita dai legami domestici perde senso, la pazzia scalza la custodia, l’autoreferenzialità raggiunge il suo zenit. È nella solitudine che condanna e vendetta diventano interscambiabili, in un gioco di ruoli invertiti tra Caino e Abele. Ma la proprietà commutativa tra vittima e carnefice, con un fattore in absentia, può dare solo risultati folli.

Come Gabriele occupa il centro di Cascina Odessa, Cascina Odessa, la casa-mantello da tirarsi sulle spalle per il freddo, il «tumulo abitato e folle che ho protetto come ho potuto», occupa il primo centro di equilibrio del romanzo. Quattro linee si intersecano per individuarlo: custodia e incuria, condanna e pazzia. Sono le stesse quattro direttrici che fanno capolino con prepotenza ne La pioggia gialla di Julio Llamazares, pubblicato lo scorso autunno dal Saggiatore, che con La custodia dei cieli profondi ha molto in comune.

Ma io, Andrés di Casa Sosas, l’ultimo rimasto ad Ainielle, non mi sento un condannato né credo di essere pazzo, a meno che non si possa considerare una persona senza senno chi è rimasto fedele alla propria casa e alla propria memoria fino alla morte; a meno che non si consideri una condanna l’oblio in cui loro mi hanno confinato.

Andrés di Casa Sosas e Gabriele di Cascina Odessa si ritrovano a vegliare la casa costruita dai propri antenati e la propria solitudine. Entrambi con fantasmi di famiglia alle spalle, entrambi fino a un certo punto accompagnati dalla fede esclusiva di un cane, entrambi narratori in prima persona di una versione non contraddicibile della loro storia. Proprio nel nodo centrale che accomuna i due testi, l’attaccamento alle mura domestiche, trova riparo la più profonda differenza fra loro: Andrés è vittima del tentativo disperato ed esasperato di non abbandonare la propria casa (e, oltre, il proprio paese) che si frantuma, e sceglie di restare a custodia di pietre e serpenti, Gabriele, invece, si rivela essere un sabotatore più che un custode. Per lui, il grido continuo alla condanna nasconde una calcolata vendetta – e forse, in definitiva, anche una richiesta d’aiuto.

Scopriamo allora che vendicarsi non è il contrario di perdonare: il Matto non ha nulla da cui assolvere, ma ha molto da far pagare. Perché l’abbandono del fratello si è fatto cubico: Emanuele ha tradito la casa due volte, allontanandosi per studiare e decidendo di voler vendere la sua quota di proprietà, e ha tradito il legame, lasciando a Gabriele una famiglia sbilenca e ammuffita, con due genitori dissolti (la madre dispersa, il padre ormai afasico dopo un ictus) e una figlia dal (del) nulla.

Miserere: contro la dispersione

Se «il primo diritto fondamentale di una persona» è, per il protagonista, il diritto all’attaccamento, il secondo deve essere quello al sabotaggio del legame. Essere fratelli dovrebbe imporre una custodia comune; minare le basi di Cascina Odessa diventa l’unico tentativo possibile di disperdere un passato all’insegna della fratellanza e della cura.

A chi affidare, a questo punto, la parte di Caino e quella di Abele? O, ancora più a fondo, chi è vera vittima: Abele, o forse Caino, cui «non hanno permesso di fare altrimenti»?

Quando due fratelli si allontanano così tanto che si ritrovano assassini, non c’è più modo di comprendere. Poi, altri li seguono nelle generazioni e nei gesti, fino a diventare Seth e Osiride, Abele e Caino, Romolo e Remo.

Gabriele è un narratore di un’inaffidabilità subdola e paradossale, che trasforma il rovesciamento finale nella conferma di quanto già dichiarato. È dalla sua conclusione, dal Matto, che il protagonista riscrive la storia («s’è fatta ora di cambiare modo di pensare al passato»), con una voce che ricorda quella desolata della Dissipatio HG morselliana, in cui la sola cosa concessa al lettore è credere a ciò che sente, perché non sente altro. È il racconto che fa la verità. Persino la morte, spiegherà Andrés ne La pioggia gialla, per essere vera deve raggiungere le orecchie di qualcuno.

I citati Morselli e Llamazares hanno un altro punto in comune con La custodia dei cieli profondi: l’apocalisse dell’abbandono si rivela in tutti e tre i romanzi attraverso uno scenario inquietante e desolato. Il rapporto tra costruzioni umane e natura traccia il profilo di una solitudine catastrofica: gli animali tornano a occupare il posto che gli era stato strappato, le foglie gialle crollano al suolo in sincrono con i mattoni delle fattorie. Il mondo costruito da Riba ha due soli in cielo, il conto delle ore si perde nell’alternarsi di giallo e blu; a terra uno stillicidio di uccelli, sempre morti o agonizzanti, come falene attratte dalla luce sbagliata.

Gabriele, che vorrebbe che al centro della sua storia esistessero due fratelli soli, uniti nella cura e nella lotta, si ritrova ad avere due soli. Non solo: il secondo è in agonia. E la luce blu che esala è il suo lontanissimo ultimo respiro, la cicatrice che la distanza impone alla luce per raggiungerci. La stessa che Gabriele ha imposto a Emanuele per tornare a salvarlo, se essere fratelli è in fondo una «costante dell’equazione che descrive il mondo».

Una parentesi sulla polvere

Il protagonista del romanzo ha imparato la custodia ancora bambino, spazzando i tredici gradini di marmo che di lì a poco avrebbero diviso gli invitati dalla sua festa di compleanno; l’accanimento contro il residuo si è fatto doppio all’insorgere dei primi attacchi d’asma. Ma la lotta alla polvere è una lotta impari: presto il Custode diventa Matto, ed è proprio dalla stanchezza di questa resa che Gabriele comincia «a osservare il cielo». Da lì i due soli, dai due soli la storia.

Tutto accade senza disconoscimento, anzi si tratta del suo esatto contrario: riconoscere alla polvere il ruolo che le spetta. La polvere non è suolo. È aria, è unghia, è casa. È il moto impazzito nella luce che «ha dato evidenza sperimentale agli atomi», la consapevolezza, nel suo formarsi continuo, dell’eterna sconfitta e del rinnovamento eterno, la prova vivente della dispersione. È «disfacimento epidermico, ma teleologico». È una sorella: prima nemica, poi alleata; balla e ci trascina per le stanze sulla punta dei piedi.

La polvere segna il passaggio, segnala la fine di una storia.

Dust in the air suspended
Marks the place where a story ended.
Dust inbreathed was a house–
The wall, the wainscot and the mouse.
The death of hope and despair,
This is the death of air.

T.S. Eliot, Four Quartets

Polvere sospesa nell’aria
Segna il punto dove una storia è finita.
La polvere che respiri era una casa–
Il muro, il pannello e il topo.
Morte della speranza e disperazione,
È questa la morte dell’aria.

(Trad. it. Raffaele La Capria)