«Porta sfortuna uccidere un uccello marino»

Beatrice La Tella

«Dovresti vedere The Lighthouse, tanto a te l’horror piace!».
Tanto a me l’horror piace, mi ripeto mentre il film comincia. Centonove minuti dopo, fissando il buio dei titoli di coda non sono sicura di aver visto davvero un film dell’orrore, o, per meglio dire, non sono sicura di cosa ho visto in generale.

The Lighthouse è la seconda prova di Robert Eggers, regista statunitense classe 1983, impostosi nell’universo dell’horror d’autore nel 2015 con l’apprezzatissimo The Witch. Le prime immagini dichiarano fin da subito una messa in scena accurata e ben lontana dagli attuali indirizzi del cinema di genere, a partire dalla progettazione estetica.

La vicenda è ambientata su una costa desolata alla fine dell’800 e ruota intorno al guardiano di un faro (Wilem Dafoe) e al suo assistente (Robert Pattinson) che si ritrovano isolati a causa di una tempesta. Il rapporto fra i due è un crescendo di morbosità, con Dafoe che rimarca ossessivamente il proprio ruolo di superiore, vietando a Pattinson l’accesso al faro e costringendolo alle mansioni più umili, ai limiti della crudeltà. Abbandonati alla reciproca e indesiderata compagnia, intossicati dall’abuso consolatorio di alcol, i due sprofondano in una follia delirante, abissale.

La trama è questa, lineare, semplice, quasi una storia che si conduce da sola. A rendere il film unico e destabilizzante è però, anzitutto, la sua fattura: girato in bianco e nero, su pellicola 35mm e formato 1.19:1 (quasi un quadrato, simile a quello dei film degli anni ‘20 e ‘30), parlato in un inglese arcaico e masticato. Il risultato è un dramma che sembra arrivare da un’altra epoca, evocato da Eggers con una seduta spiritica. Nonostante questo la scenografia non appare spettrale, anzi, ha la solidità scultorea del bianco e nero più tagliente, in cui luci e ombre esasperano ogni espressione del viso. Il grigio mantiene una perenne patina uggiosa e opprimente, il buio sembra sempre omettere qualcosa di sinistro e il bagliore lattiginoso del faro non ha alcuna portata salvifica.

La potenza visiva del film è valsa a Jarin Blaschke la candidatura all’Oscar per la miglior fotografia, ed è di certo l’elemento che per primo tramortisce lo spettatore e lo risucchia al proprio interno come un gorgo marino. In The Lighthouse forma e sostanza trovano piena corrispondenza. Non è un esercizio di stile, non è manierismo fine a se stesso: è chiaro che per Eggers questa storia poteva essere raccontata solo in questo modo, poteva esistere solo in un campo visivo limitato, in un bianco e nero violento, nelle inquadrature vertiginose e slanciate verso l’alto e non in larghezza, in volti che sembrano impressi da antichi dagherrotipi. Non è un film ambientato in una diversa epoca storica, è un film che quell’epoca storica la ricostruisce attraverso un meticoloso lavoro di ricerca, la fa propria e ne viene in qualche modo partorito.

È impossibile riservare al film una fruizione passiva: basta un primissimo sforzo dell’occhio, abituato alla visione in 16:9, e ci si ritrova di colpo intrappolati, in preda alla claustrofobia che coglie i due protagonisti. In questo senso sembra che Eggers abbia voluto compiere un’operazione inversa a quella di The Witch: tanto sconfinati sono gli spazi boschivi tra i quali potrebbe o non potrebbe celarsi una strega, tanto ristrette sono le inquadrature dedicate alla natura costiera in The Lighthouse. Se la protagonista di The Witch (la Thomasin dell’allora esordiente Anya Taylor-Joy) si trova costretta in una casa che è quasi una capanna malferma in uno spazio dall’estensione spaventosa, quasi agorafobica, i due guardiani del faro sono sempre schiacciati, che sia in una stanza o semplicemente dentro un’inquadratura che non lascia respiro. Anche quando il soggetto della ripresa è una vasta spiaggia deserta o un mare in tempesta o ancora un cielo in cui i gabbiani descrivono cerchi controvento, la cornice nera del formato comprime e soffoca, non lascia scampo.

L’impatto dell’elemento naturale è pregnante in entrambi i film, ma anche qui in maniera divergente. Il bosco di The Witch e la fauna che lo popola – il caprone Black Phillip, la lepre, il corvo – sono elementi insinuanti, che sussurrano e tentano impercettibilmente. È una natura che finge il silenzio vorace dell’attesa, consapevole che basterà la superstizione a condurre al disastro finale la famiglia puritana estremista di Thomasin. In The Lighthouse, invece, l’ambiente esterno è un fragore costante, in cui la sirena del faro si mescola allo scroscio delle onde sugli scogli, al vento in tempesta, in cui un gabbiano guercio non mormora ma grida, emettendo versi che potrebbero essere ugualmente di allarme o di condanna. Stavolta non c’è alcuna attesa, ma una costante imboscata, un territorio che miete le proprie vittime per sfinimento, in cui l’unico sbocco possibile è la follia.

Simili a quelle che animavano The Witch, senso di colpa, superstizione, isolamento e frustrazione per un ruolo subalterno sono le questioni nodali che innescano i meccanismi del film e mettono in moto le dinamiche tra i personaggi. Nulla è spiegato in modo netto o semplificato; un forte simbolismo da incubo domina la scena senza concedere nulla allo spettatore, mantenendolo in perenne bilico tra la dimensione onirica e quella reale. Eggers compie un’operazione di raccordo culturale, esplorando i capisaldi delle leggende e della letteratura marinaresca per restituire l’orrore interiore dei protagonisti. Per citare i più espliciti e dichiarati, The Lighthouse parte dalla Ballata del vecchio marinaio di Coleridge, passa per la voce delle sirene e per i tentacoli lovecraftiani, scende nel Maelström con Poe, menziona Melville e finisce per approdare a Eschilo.

Pattinson e Dafoe mettono in atto un’interpretazione magistrale, estenuante, fisica, stabilendo un rapporto ossessivo e malsano in cui il confine tra carnefice e vittima passa dall’essere nitido al frastagliarsi e mescolarsi, in cui verità e menzogna sono indistinguibili. «Forse sei solo un taglialegna che sta morendo assiderato nella neve», dice Dafoe a Pattinson, mentre entrambi vanno perdendo lucidità, devastandosi la psiche a vicenda, scavando in profondità sempre meno tollerabili.

La pulsione erotica è un corpo irrisorio di sirena adagiata sulla spiaggia o la luce incorporea eppure orgasmica del faro («la sposa» del personaggio di Dafoe, che come un amante geloso la vuole tutta per sé); la pulsione di morte è la nuca offerta in sacrificio di un compagno detestato, è un atto di sepoltura prematura e asfissiante. Mentre i due poli di eros e thanatos si scatenano in una climax ascendente il guardiano del faro e il suo assistente si trovano a duellare costantemente in preda ai propri desideri animaleschi, ma anche a ballare abbracciati e cantare canzoni sfrenate da nave pirata, a litigare con ferocia per minuzie e confessarsi l’inconfessabile.

Dafoe ricrea un Achab caricaturale e dal ghigno spaventoso, esteticamente credibilissimo e intriso di sadismo. Il suo Thomas Wake è un sacerdote invasato consacratosi a Nettuno, che tuona maledizioni in monologhi serrati e sfibranti, rimpiangendo il mare e difendendo la sua unica ragione di vita che risiede all’ultimo piano del faro. Pattinson a sua volta è una figura tormentata, combattuta tra la voglia di espiazione e l’oscurità che lo erode dall’interno, che gli fa desiderare di guardare l’occhio del faro, come se da esso potesse ottenere una sorta di assoluzione, che questa sia sopportabile o no non è un problema che sembra riguardarlo. Il conflitto prometeico che lo anima rispecchia una dedizione attoriale totalizzante, uno sforzo fisico mostruoso che rovina tutto addosso allo spettatore, reso partecipe dello sfiancamento di attore e personaggio.

The Lighthouse è un film da cui si viene fuori tramortiti, incerti, pieni di domande e ipotesi che si affastellano in testa senza poterne trovare una risolutiva, perché, dove la razionalità umana affoga nel mare e nella luce, una risoluzione vera e propria non ci può essere. Il finale del film non concede risposte ma solo suggestioni, volti alterati, con quei primi piani distorti e terrificanti di cui il regista ha già ampiamente dato prova nel battesimo conclusivo di Anya Taylor-Joy in The Witch. Il primo film di Eggers ha certamente uno sviluppo più lineare, sebbene si discosti anch’esso dallo standard del cinema horror: anche qui la lentezza è estrema e l’allegoria ha un ruolo centrale, e gran parte della violenza è suggerita più che spiattellata, ma ha un’identità più nitida e definita. Quella dei due guardiani del faro è invece una tragedia a tratti grottesca che si limita a piombare sullo spettatore, senza lasciarsi definire.

Tanto a me l’horror piace, penso di nuovo mentre capisco che guardando The Lighthouse ho assistito a un film schizofrenico. È, sì, un horror, ma anche una commedia malsana, un dramma satiresco, un thriller psicologico. Eggers mette in scena tutto questo con uno sperimentalismo radicale che deraglia dall’idea del cinema come intrattenimento e anche dalle basilari leggi di mercato. Il suo film può, con pari ragione, essere apprezzato o detestato, ma difficilmente può non essere riconosciuto per l’anomalia che rappresenta: un atto di coraggio, un delirio di onnipotenza, o, probabilmente, entrambe le cose.