I duemila anni di Mihail Sebastian

Stefano Friani

«Sono tempi strani per essere un ebreo» faceva ripetere Michael Chabon ai personaggi di Il sindacato dei poliziotti yiddish e posto che sono sempre tempi strani per essere un ebreo, in pochi devono averlo saputo di più di Mihail Sebastian, nato Iosif Hechter, vissuto e morto nella Romania all’incrocio fatale fra geografia e storia della prima metà del Novecento. E per come aveva vissuto pericolosamente, a cavallo fra despoti virulentemente antisemiti, la nazificazione e l’Olocausto, la sua morte è certo un anticlimax: è il maggio 1945, la guerra è praticamente finita e lui viene investito da un camion mentre sta attraversando una strada del centro di Bucarest. Andava di fretta perché era in ritardo per una lezione che avrebbe dovuto tenere su Balzac, la sua prima all’università. Aveva trentotto anni e si barcamenava come ufficio stampa per il Ministero degli affari esteri romeni.

Sarebbe stato dimenticato di lì a poco, a parte per qualche sporadica messa in scena delle sue commedie. Sennonché. Sennonché suo fratello Benu emigra nel 1961 dalla Romania in Israele affidando il diario di Mihail a una valigetta diplomatica dell’ambasciata. La cautela è giustificata: la Securitate, la polizia segreta comunista, di manoscritti ne ha già fatti sparire diversi. Passeranno oltre trent’anni però prima che i diari di Sebastian vengano pubblicati in Romania, per poi essere tradotti nel 1998 in Francia e nel 2000 in inglese. Diari di cui Philip Roth dirà a buon titolo che meritano di stare sullo stesso scaffale con quelli di Anna Frank, di essere letti da un pubblico il più vasto possibile.

La Bucarest «piccola Parigi» di inizio secolo è una città in trasformazione, cosmopolita e vivace, completamente diversa da quella lasciata in eredità da un sanguinoso Novecento che, tra le molte altre cose, ne ha quasi eradicato il lascito architettonico e urbanistico. I poliglotti intellettuali della capitale hanno dimestichezza tanto con i Carpazi e il mar Nero che con la Francia o le Alpi, come dimostra l’esordio di Sebastian. Femei (Women, Other Press, traduzione di Philip Ó Ceallaigh) è stato venduto come uno scheletrico romanzo a episodi accomunati dallo stesso protagonista, ma si tratta piuttosto di quattro racconti difformi per tenuta stilistica e portato narrativo. Il più bello e riuscito è certamente il primo, dove troviamo Stefan Valeriu, che si sta riposando in un albergo alpino dopo aver terminato gli studi da medico a Parigi. È uno scenario borghese appena scalfito dai primi aliti che solo qualche anno dopo si tramuteranno in venti di guerra, il contesto ideale affinché il giovane romeno della storia mandi a monte ogni proposito di relax per ingaggiare una triplice relazione con Renée Rey, la moglie di un possidente tunisino, Marthe Bonneau, una signora in vacanza col figlio, e Odette Mignon, una salace diciottenne alle sue prime esperienze col mondo. È un lavoro ancora immaturo e influenzato dalle letture moderniste dei francesi, in cui Sebastian sembra però già dispiegare una capacità di osservazione pazientemente esercitata.

Sebastian apparteneva a quel gruppo di agitatori che compilava Cuvântul, un giornale anticonformista e di orientamento piuttosto liberale, che si trasformerà però nel volgere di una stagione nell’organo ufficiale della Guardia di ferro, un’organizzazione schiettamente fascista. Molti degli amici di Sebastian continueranno a gravitare in quell’orbita, all’ombra della vera «eminenza grigia» Nae Ionescu, ideologo della Guardia di ferro, maestro tra gli altri di Mircea Eliade e Emil Cioran, e inconsequenziale scopritore del talento di Sebastian, suo concittadino, essendo entrambi nati a Brăila sul Danubio.

Mihail Sebastian si riteneva romeno ancor prima che ebreo, ma l’opinione non era certo condivisa dal suo mentore. Quando gli chiede di firmare la prefazione al suo capolavoro intitolato Da duemila anni (traduzione di Maria Luisa Lombardo, Fazi), questi compilerà una avvilente lapidazione pubblica dell’opera e dello scrittore che era chiamato a presentare sostenendo apertamente che «cristiani ed ebrei sono due corpi estranei l’uno all’altro, che non possono fondersi insieme in una sintesi, tra i quali non può esistere pace se non… attraverso l’eliminazione di uno dei due». Faceva seguire questa conclusione che presagiva la futura Shoah a un ragionamento teologico secondo il quale il ruolo dell’ebreo è quello del pària, impossibilitato a sfuggire a una sofferenza senza possibilità di cura o redenzione: «Giuda soffre e deve soffrire – perché è Giuda. È da quel momento che l’ebreo soffre». Poiché è stato incapace di riconoscere il messia, «accecato dall’orgoglio», l’ebreo può solo illudersi di far parte della società e pertanto anche «appartenere a una particolare comunità non è una scelta individuale. […] Qualcuno può essere al servizio di una comunità, servirla in maniera eccellente, può perfino dare la vita per questa collettività; ma questa non lo porterà più vicino a essa. La Germania ha portato avanti la guerra grazie all’attività di due ebrei, Haber e Rathenau. Ma malgrado ciò, Haber e Rathenau non sono diventati tedeschi. Hanno dato il loro contributo, ma da fuori, da fuori le mura della comunità spirituale tedesca. È ingiusto? La domanda è insensata: è un fatto». E quindi con buona pace di Mihail Sebastian, egli rimarrà un ebreo agli occhi degli Ionescu che lo circondavano: «È un’illusione assimilazionista, l’illusione di così tanti ebrei che sinceramente credono di essere romeni. […] Ricordatevelo, siete ebrei! […] Sei tu Iosif Hechter un essere umano di Brăila sul Danubio? No, sei un ebreo di Brăila sul Danubio».

Sebastian reagisce comprensibilmente molto male a questa prefazione di chiara marca antisemita, ma sceglie nonostante tutto di farla pubblicare, e anche il clamore derivato dalla spinosità sollevata contribuirà al successo del libro. Per Ionescu, l’estensore di quella nota ripugnante, manterrà sentimenti ambivalenti: lo riteneva un arrivino che agiva più per calcolo che per slancio, il suo era un cocktail politico miscelato per «metà farsa, metà ambizione», e quando nel maggio 1938, al milionesimo rivolgimento politico, sarà Ionescu a ritrovarsi in cattive acque proprio per le sue attività da ideologo della Guardia di ferro, Sebastian se ne avrà comunque a male e vedrà il suo imprigionamento in un campo di concentramento come un’ingiustizia. Nell’ora della sua morte nel 1940, poi, non riuscirà a frenare lacrime e singhiozzi per la conclusione amara della parabola dell’odioso mentore.

Da duemila anni può anche essere letto come un negativo di quegli anni bui e di come un’avanguardia intellettuale abbia scelto scientemente la bancarotta morale per fini opportunistici. È una storia che prende la forma sbilenca della testimonianza del disincanto e di uno scoramento che si fa strada e si srotola nel decennio che va dalle prime avvisaglie di un clima cambiato nei confronti degli ebrei nel 1923 fino al 1933, quando dopo un periodo di stasi trascorso soprattutto in Francia e in una cittadina mineraria, in cui il protagonista, un giovane ebreo, lavora accanto ai suoi aguzzini di ieri e di domani, e anzi diventa loro amico, certe ferite torneranno ad aprirsi prima dell’inevitabile imbrunire della Storia che travolgerà ogni cosa.

Dicevamo degli amici, che avranno tempo e modo nel libro per smettere di poter essere chiamati tali. Ciascuno di loro si prende il suo spazio e con loro l’io narrante ingaggia un dialogo tra posizioni che via via si allontaneranno sempre più. C’è Cioran, impersonato nel romanzo da Ştefan D. Pârlea, il quale ormai negli anni dell’esilio a Parigi avrà buon gioco a rinnegare le simpatie di gioventù e «il patto col diavolo» stretto quando scriveva che in pochissimi ammiravano Hitler più di lui. A mimare Nae Ionescu sarà invece il personaggio di Ghiţă Blidaru, un carismatico professore di economia politica che tiene lezioni infervorate come un improbabile ircocervo a metà fra un Bagnai e uno Spengler dei poveri, al cui corso il protagonista entra paradossalmente proprio per rifugiarsi dalla zuffa che infuria fuori la porta. L’io di cui leggiamo i taccuini, allora uno studente in cerca di una vocazione, si appassionerà e seguirà questi seminari rantolanti di palo in frasca, finché il successo del professore-istrione non richiamerà in aula un nuovo pubblico di studenti che ci metterà molto poco a individuarlo come intruso e a espellerlo dall’aula a calci e pugni. Il protagonista chiederà al professore di intervenire, ma questi se ne laverà bellamente le mani.

Mircea Eliade, che non è presente nel romanzo, non ammetterà mai pubblicamente di essersi sbagliato quando sosteneva con trasporto un fascismo dal volto profondamente antisemita e imbevuto di cristianesimo ortodosso. D’altronde commentando nella sua autobiografia l’incidente della prefazione a Da duemila anni, Eliade aveva chiosato così: extra Ecclesium nulla salus, non c’è salvezza fuori dalla Chiesa. Gli ebrei avevano rigettato Cristo e pertanto erano destinati a patire e non potevano essere salvati. La pensava proprio come il suo maestro.

Il drammaturgo Eugène Ionesco, anch’egli compromesso col regime, era invece rimasto amico di Sebastian, l’unico a suo dire a mantenere «una testa lucida e un’umanità autentica» in quegli anni. D’altra parte era anche stato l’unico di quella combriccola a sperimentare su di sé l’odio e la minaccia. La scoperta di cosa voleva dire essere ebreo agli occhi dei legionari l’aveva portato a emigrare in Francia: bastava una goccia del sangue sbagliato per finire nelle liste di proscrizione.

Gli anni in cui si apre il libro, che col suo andamento diaristico è debitore della lettura di Montaigne e della sua osservazione distaccata di quanto accade fuori e dentro dal sé, vedono un narratore camminare a testa scoperta tra macerie e sedimentazioni, i suoi ex amici si sono disposti in due file ordinate per comporre un corridoio che porta dritto all’autodafé. Eppure, non vuole farsi assoldare da chi soffre come lui in una «ridicola questione di principio». «Sono stato picchiato e il mondo non si ferma per così poco»: carrozze, sole che batte, belle donne, la vita continua a scorrere ed è sovranamente indifferente ai patimenti del singolo come di tutti. Da duemila anni recita il titolo, e sono due millenni di persecuzioni e martiri che il protagonista, una maschera trasparente di Sebastian, si rifiuta di interpretare sulla sua pelle. Non vuole essere compatito né confortato, «nonostante mi trovi fra dieci persone che mi credono loro “fratello di sofferenze”, io sono solo, completamente solo, assolutamente solo». Si rifiuta di riconoscersi come vittima – come ebreo –, si rifiuta di lasciarsi intrappolare in un «noi» a cui è per indole e pensiero riluttante, pur nella consapevolezza di non poter in alcun modo sfuggire a quel «noi».

Nella gelida casa dello studente in cui è circondato da ragazzi che come lui vengono regolarmente picchiati e cacciati dalle aule universitarie tra botte, sputi e insulti, Sebastian è solo. Se Marcel Winder conta le ferite e gli occhi neri e se li appunta in petto come fossero medaglie, anche il gigante buono senza un soldo Iancholevici Şapsă e Leibovici Isidor sono in prima linea a subire le offese senza vanagloria o illusioni, ricevendo i colpi inferti senza fiatare. Ma ci sono anche il sionista Sami Winkler che è rimasto indietro con gli esami di Medicina per il suo impegno verso Eretz Yisrael e il matematico marxista e francofilo S.T. Haim col quale è impossibile portare a termine una qualsiasi discussione senza scomodare categorie inaggirabili, e con loro Sebastian parla, prova a capire, senza riuscire a entrare in sintonia col loro idealismo. Il movimento sionista è un tentativo dell’ebreo – intellettuale per definizione – di ribellarsi al proprio destino: «un tragico slancio verso la semplicità, verso la terra, verso la tranquillità. Degli esseri cerebrali che vogliono sfuggire alla loro solitudine». Sebastian vorrebbe vederlo trionfare tra gli aranceti della Palestina dopo il viaggio in nave fino a Haifa, ma sa anche che «duemila anni, alla fin fine, non possono essere soppressi con una partenza». «Winkler ha molte mete da conquistare e le conquisterà. Ma dovrà perdere una sola cosa, e non so se riuscirà a perderla. Deve perdere l’abitudine di soffrire, deve perdere la vocazione al dolore.»

La stessa esortazione o quasi la rivolgerà per lettera all’amico Pierre Dogany, un ebreo ungherese che faceva il dottorato a Bucarest e per un malriposto amor patrio è tornato in Ungheria nonostante i pestaggi e i tafferugli per le strade di Budapest, il numerus clausus e tutte le angherie. Forse in queste parole sta un po’ il senso dell’opera di Sebastian tutta: «Cerca di non soffrire. Non abbandonarti al piacere di soffrire. Vi è una certa voluttà nella persecuzione e sentirsi vittima di un’ingiustizia è probabilmente uno dei piaceri interiori che più ci inorgoglisce. Prestaci attenzione e non lasciarti cullare da siffatto orgoglio. Cerca di accettare con un po’ di umorismo tutto quello che ti accade». Rinunciare a giocare il ruolo designato della vittima senza eroismi di risulta.

Non ci sono però solo i vessati in questa storia. È un racconto anche di cattivi maestri e di allievi perfino peggiori, di amicizie e confidenze tradite.

Ghiţă Blidaru santimonia e «si ostina a rimanere fedele al suo pensiero da bifolco», a sostenere contro se stesso che «l’Europa è una finzione», a credere in una gerarchia infrangibile, un ordine invisibile che sottostà a ogni cosa. Con aria messianica si rifiuterà addirittura di edificare una villa su un terreno proprio perché «oggi è tempo di demolire, non di costruire». Alle sue lezioni si riunisce «una specie di piccolo quartier generale ideologico di un’immensa guerra mondiale», in attesa che arrivino i primi telegrammi delle catastrofi lungamente covate e sulle cui ceneri si erigerà una nuova società di cui fatalmente nessuno si cura di delineare la fisionomia. Possiamo solo intuire chi non ci sarà per assistere a questo nuovo parto. Come un euroscettico ante litteram, lo interessa il «fenomeno monetario» in quanto sintomo della «liquidazione». Quasi che una moneta forte fosse simbolo di valori altrettanto saldi e garanzia di una cultura viva.

Pârlea invece accumula rancore, si esagita per parole d’ordine vaghe come inquietudine, crisi, autenticità, e rimprovera al narratore un eccesso di scetticismo e di essere attento solo a quelle che gli paiono mere trivialità. Ma non impressiona nessuno: «Vorrei solo fargli capire che non è possibile essere disperato e tenere conferenze sulla disperazione; essere inquieto e discutere sull’inquietudine». Decisivamente, poi, il protagonista gli rinfaccia l’assenza di umorismo: «discutere fino alle due di notte […] sull’“ansietà” e subito dopo andarsene a dormire è una suprema commedia».

Il millenarismo di Pârlea, con sua buona pace, è tale e quale a quello del marxista S.T. Haim: attendono, brigano, parlano in caffè pulciosi convinti che il gran giorno verrà, che si alzeranno le forche e i borghesi o chi per loro verranno messi al muro. La parola «rivoluzione» che hanno cura di sbandierare è «una parola troppo nuova per una miseria troppo antica». E anche in questo caso il personaggio tratteggiato da Sebastian capisce ma non comprende, è un esteta non un rivoluzionario. E d’altra parte seppure il protagonista si è lasciato alle spalle famiglia e retaggio, a quanto pare non basta, non per tutti, a partire proprio dai suoi amici. Duemila anni di «talmudismo e melanconia» che lo separano per sempre dall’amicizia con Ştefan D. Pârlea. Per Sebastian il problema non sono mai stati gli antisemiti e il loro odio, quanto semmai l’odio di sé: «Fuggire da se stessi, un giorno, due, venti, non è facile, ma nemmeno impossibile. Ti dedichi alla matematica e al marxismo come S.T.H., ti fai sionista come Winkler, leggi libri come me, vai dietro alle donne. Oppure giochi a scacchi, o sbatti la testa contro il muro. Sennonché un bel giorno, in un momento di disattenzione, ti incontri con te stesso in un angolo del tuo cuore, come se ti incontrassi all’angolo di una strada con un creditore al quale hai cercato invano di sfuggire. Incroci il tuo sguardo e comprendi, allora, quanto siano stati vani i tuoi tentativi di evasione da questa prigione senza mura, senza cancelli e senza grate; da questa prigione che è la tua stessa vita».

Fazi ha di recente pubblicato Eugenia di Lionel Duroy (traduzione di Silvia Turato), un romanzo che con tratti fortemente didascalici incrocia i dati biografici, i diari e le opere di Sebastian e ha la premura di ricostruire storicamente il clima della Romania degli anni a cavallo delle due guerre. Sono pagine magari maldestre all’interno di un’opera che si vuole narrativa ma che tornano comode per il lettore di quest’articolo:

Avevamo introiettato il fatto che fossero profondamente diversi da noi: o immensamente ricchi, come i fratelli Braunstein che possedevano l’omonimo palazzo in centro città, o come la famiglia Neuschotz che teneva commerci con il mondo intero; oppure miserabili, come quelli che cercavano di sopravvivere nei sobborghi di Târgul Cucului, di Nicolina o di Păcurari. Non ci sarebbe mai venuto in mente, per esempio, di andare a passeggiare tra le stradine tortuose di Târgul Cucului dove stavano ammucchiate centinaia di famiglie ebree, alloggiate in minuscole casupole fatte di mattoni o di terra e dove genitori, bambini e bestie, per riscaldarsi, dormivano nella stessa stanza. Si diceva che quei sobborghi durante l’inverno fossero così melmosi che neanche i carretti s’arrischiavano più a entrarci, e d’estate così polverosi che l’aria era irrespirabile. Certo, tra questi due estremi si era fatta strada una classe media ebraica: medici, o commercianti come i nostri genitori. Gli ebrei possedevano in generale le orologerie, le farmacie, gli studi medici e dentistici, gli studi di fotografia, le insegne di grammofoni e di telegrafia senza fili, i negozi di strumenti musicali, le tipografie, insomma tutto ciò che aveva bisogno di solide conoscenze, mentre le calzolerie, i ferramenta, il mestiere del barbiere, o ancora le lavanderie, che richiedevano solo un breve apprendistato, erano dominio dei romeni.

Non è che gli ebrei fossero più intelligenti o raffinati dei romeni, no, questa era piuttosto la conseguenza di una legge che vietava loro di possedere della terra in un paese in cui l’economia era essenzialmente agricola, di modo che, se volevano sfuggire alla grande povertà dei sobborghi, l’unica soluzione possibile era volgersi agli studi. Il loro “successo” era in qualche modo il risultato inatteso di una misura discriminatoria. Ciò non impediva comunque di suscitare nei romeni un cupo risentimento, della gelosia, che ci si guardava però bene dall’esprimere a voce alta perché, in fondo, eravamo ben soddisfatti che il signor Finchelstein fosse stato capace di ripararci l’orologio, o che il signor Caufman, il farmacista, avesse il dono di alleviare i nostri mal di stomaco con i suoi sciroppi. I nostri genitori, che possedevano delle vigne sulla collina di Copou e gestivano un negozio di vini in strada Lăpuşneanu, una delle vie più eleganti di Iaşi, si trovavano nei confronti degli ebrei nello stesso imbarazzo. Reputavano che ce ne fossero ben troppi, che il successo di alcuni fosse offensivo, che la miseria e la sporcizia di altri fosse una minaccia per la nostra salute, che non fossimo più padroni a casa nostra, ma allo stesso tempo tacevano i loro sentimenti perché una buona fetta della loro clientela era ebrea, a cominciare dalla famiglia Neuschotz, o dal nostro vicino più prossimo, il farmacista, il signor Mayer, che salutavano ogni mattina: papà con un’esagerata bonarietà che irritava la mamma; lei in modo secco, cercando a malapena di nascondere la contrarietà che le causava la vista del signor Mayer con i suoi capelli crespi e i suoi spessi occhiali.

Certo, sapevamo bene che dal 1919 tutti questi ebrei erano ufficialmente romeni, come aveva ricordato papà, ma sapevamo anche che la Romania aveva dovuto prendere la decisione di naturalizzarli sotto le pressioni della Francia, sua grande amica, sua alleata nella vittoria del 1918 contro la Germania, e che in realtà non era il desiderio né dei nostri dirigenti né della maggior parte del popolo romeno. Per noi, quegli ebrei venuti dalla Galizia, dalla Russia, dall’Ungheria, dalla Polonia e da chissà dove ancora, che avevano invaso le nostre città senza vergogna e costruito le loro sinagoghe un po’ dappertutto, rimanevano degli ebrei, degli stranieri, e non sarebbero mai stati dei veri romeni.

A opporsi alla «tirannia talmudica», all’«invasore ebreo», avrebbero presto pensato i Cuza e i Codreanu che circonfusi del sostegno della chiesa ortodossa avrebbero difeso la causa della vera romenità contro i «parassiti» e le «sanguisughe», ordinando cacce all’uomo col beneplacito e l’incoraggiamento di chi si rifarà una verginità intellettuale nel dopoguerra e di cui oggi si pubblicano carteggi nel giubilo generale. La Guardia di ferro era un’organizzazione filonazista che sognava di esprimere a forza di botte, intimidazioni e omicidi un proprio «Capitano» alla guida del paese. Eugenia, la protagonista di pura invenzione del romanzo di Duroy, incontrerà Sebastian in un’aula universitaria, introdotto da una professoressa che aveva messo la sua testa su un piatto invitandolo e presentandolo così: «Se il libro del signor Sebastian mi ha turbato, […] è stato perché ci spinge per la prima volta a pensare le cose in modo diverso. Come negare al signor Sebastian, che è nato nella nostra terra, che è cresciuto nella nostra terra, che condivide con noi la nostra lingua e la nostra cultura, la qualifica di romeno? E se lo riconosciamo a tutto tondo come romeno, come evitare di interrogarci sull’origine della nostra animosità nei confronti dell’ebreo che comunque rimane? Chi rifiutiamo quando rifiutiamo Iosif Hechter?».

Prevedibilmente la sua lezione sarà tagliata corta da un drappello di legionari convocati in quell’aula proprio dal fratello di Eugenia, che si troverà a soccorrere Sebastian, e infine a innamorarsene. Ma la domanda della professoressa continuerà a riecheggiare, eco fantasmatica del dialogo impossibile tra la voce narrante di Da duemila anni e l’insospettabile architetto Mircea Vieru, l’ennesimo maestro che gli darà un dispiacere. Di punto in bianco, durante una cena, questi affermerà che esiste un problema ebraico da risolvere in Romania, sparando un numero esagerato – un milione e ottocentomila – che ovviamente andava drasticamente ridotto di alcune centinaia di migliaia. Il protagonista, dapprima sbalordito, arriverà da una prospettiva diametralmente opposta a conclusioni non dissimili da quelle atrocemente esposte da Ionescu e Eliade, quasi rivendicando il ruolo di capro espiatorio a cui l’ebreo è stato consegnato dai suoi tormentatori e rintracciando in questa condizione un barlume di ogni individuo.

«Io conosco due tipi di antisemiti. Gli antisemiti puri e duri e gli antisemiti con argomenti. Con i primi, tutto sommato, posso arrivare a capirmi, siccome fra me e loro è tutto chiaro. Invece con gli altri è difficile.»
«Perché ti riesce difficile controbattere i loro argomenti?»
«No. Perché è inutile rispondergli. Vedi, caro maestro, il tuo errore inizia esattamente dove iniziano anche i tuoi argomenti. Essere antisemita è un dato di fatto. Essere un antisemita con argomenti è, invece, una perdita di tempo, una presa in giro. Né il tuo antisemitismo, né l’antisemitismo romeno necessitano di argomenti. Mettiamo che io possa controbattere questi argomenti. E allora? Credi che riuscirei a risolvere qualcosa? Considera che tutte le accuse possibili contro gli ebrei della Romania sono solo fatti locali, mentre l’antisemitismo è universale ed eterno. Non sono solo i romeni a essere antisemiti. Sono antisemiti anche i tedeschi, gli ungheresi, i greci, i francesi, gli americani. Tutti, assolutamente tutti, nel loro quadro di interessi, con i loro metodi, con i loro temperamenti. E non è che gli antisemiti siano apparsi solo adesso, dopo la guerra; esistevano anche prima della guerra, non solo in questo secolo, ma anche nel secolo scorso e in tutti i secoli. Quello che sta accadendo oggi nel mondo è uno scherzo se comparato a ciò che accadeva nel 1300. Ebbene, se l’antisemitismo è davvero un fatto così persistente e generale, non è forse inutile ricercare cause specificatamente romene? Oggi cause politiche, ieri cause economiche, l’altro ieri cause religiose; troppe cause e troppo particolari per spiegare un fatto così storicamente generalizzato.»
«Sei molto abile», mi ha interrotto Vieru. «E solo perché l’antisemitismo sarebbe eterno, lo reputi inesplicabile? E gli ebrei innocenti?»
«Per l’amor di Dio! Non solo credo che l’antisemitismo si possa spiegare, considero anche che gli ebrei siano i soli colpevoli. Vorrei solo che riconoscessi che l’essenza dell’antisemitismo non è né di ordine religioso, né di ordine politico, né di ordine economico. Credo che la sua essenza sia semplicemente metafisica. Non ti spaventare. Gli ebrei hanno l’obbligo metafisico di essere detestati. Questo è il loro ruolo nel mondo. Perché? Non lo so. È la loro maledizione, il loro destino. Se preferisci, sono affari loro.»

Martedì 22 gennaio 1941, Sebastian si chiede nel diario se ci sarà ancora un «domani». Vive in un monolocale, faticando a pagare l’affitto mentre è in pieno atto il processo di «romenizzazione», che consiste nella rimozione dagli incarichi di lavoro degli ebrei e nell’esproprio dei loro beni. I legionari, estromessi dal potere dal secondo colpo di mano del generale Antonescu, piuttosto che prendersela con l’esercito si sono abbandonati a ogni violenza immaginabile nei dintorni di via Lipscani e alla fine moriranno centocinquantuno ebrei, centinaia saranno i feriti, in una replica del pogrom di Chișinău del 1903. Cioran e Eliade ripagati del sostegno alla Guardia di ferro erano al riparo da ogni tumulto, uno a fare l’addetto culturale a Parigi, l’altro all’ambasciata a Londra.

Il diario prosegue con gli orripilanti resoconti che arrivavano a Sebastian da amici altolocati: cadaveri lastricano le strade della Bessarabia, della Bucovina, della Transnistria, gli ebrei appesi per il collo ai ganci da macellaio al mattatoio di Străuleşti con sopra la scritta CARNE KOSHER, l’organizzazione e la messa a sistema sotto Antonescu di quello che prima era solo uno squadrismo antisemita disarticolato, gli ebrei usati come merce di scambio e valuta corrente sotto re Michele. Sebastian è costantemente in pericolo, ma la sua persecuzione prenderà la forma di razioni micragnose, multe smisurate, confische, lavori forzati e l’impossibilità di guadagnarsi da vivere, la rinuncia insomma a poter decidere di sé e la remissione a un’arbitrarietà fuori dal suo controllo. Tutto questo, senza mai indugiare nella tanto detestata vocazione al martirio. Dalle pagine del diario ci giunge anzi un osservatorio invidiabile sull’Olocausto romeno, che Sebastian registrerà con un piglio da cronista spassionato, senza farsi prendere la mano dal montante orrore, riuscendo a fotografare come se la cosa non lo riguardasse profondamente, quasi il suo sforzo fosse tutto nel documentare la bassezza dell’animo umano.

L’ultimo romanzo di Sebastian, uscito cinque anni prima di morire si chiamerà paradossalmente proprio Accidentul (The Accident, Biblioasis, traduzione di Stephen Henighan), e aveva corso il rischio di non venire mai pubblicato perché il manoscritto era stato rubato allo scrittore assieme a una valigia alla stazione di Parigi. Sebastian aveva dovuto scriverlo daccapo, ma l’incidente del titolo è piuttosto quello di Nora che da un predellino di un tram cade direttamente nelle braccia di Paul, il quale la riaccompagna a casa di malavoglia non essendoci nessun altro che si prenda la briga di farlo. È l’inizio di una storia che solo lontanamente rassomiglia a un amore: Paul viene da una tormentata relazione con la pittrice fedifraga Ann e non riesce a concedersi a un’altra passione; nel finale, anzi, quasi si accontenta di Nora dicendosi che in fondo va bene così. Ma se quello era stato un incidente fortuito, il camion che stroncherà la vita all’autore di questa storia in una Bucarest liberata da se stessa rappresenta il triste e inatteso epilogo di un uomo condannato a morte dai suoi amici che aveva vissuto per assistere alla loro gloria, alla loro momentanea caduta, ma non alla loro successiva santificazione.

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↔ In alto: Mihail Sebastian, 1930–1945 ca. Costică Acsinte Archive, Romania.