libera Nos domine – Paulus di Mastrandrea e De Luca

Alberto Pellegrini

But the effect of her being on those around her was incalculably diffusive: for the growing good of the world is partly dependent on unhistoric acts; and that things are not so ill with you and me as they might have been, is half owing to the number who lived faithfully a hidden life, and rest in unvisited tombs.”
George Eliot, Middlemarch

Da questa citazione Terrence Malick ha tratto il titolo per il suo ultimo film, Una vita nascosta (2019), in cui racconta la storia di Franz Jägerstätter, un contadino cattolico austriaco che rifiutò di combattere agli ordini della Wermacht, nel 1943, e per questo venne incarcerato e condannato a morte dai nazisti. Nel film, alla volontà calma e inscalfibile del protagonista fa eco una strabiliante bellezza della montagna, e il tempo passa lento tra la cattiveria dei compaesani, la difficoltà della prigione e degli interrogatori, qualche barlume di speranza e una grande caparbietà.

In Paulus, scritto da Mastrandrea e disegnato da De Luca nel 1986, non si parla di passato recente, non c’è spazio per la contemplazione, ma si gira sempre intorno allo stesso tema: cosa vuole dire essere liberi di fronte a un potere totalitario, e che ruolo può avere in questo la religione (cattolica, in entrambi questi casi).

Ci troviamo in un futuro distante fatto di astronavi e pianeti lontani, dove un impero secolare governa, conquista, opprime, smista, decide della vita di esseri di diverse razze e pianeti. Paulus è il nome del protagonista: bibliotecario, primo storico, per fare ordine nell’archivio si ritrova a studiare la storia dei Vangeli. Passo passo la sue vicende cominciano a corrispondere a quelle di Paolo di Tarso, in lenta sovrapposizione. Paulus ne è sgomento, e la sua conversione attira su di lui l’ira dei superiori e dei rivali: su queste basi riscoprirà una forma di coscienza sconosciuta all’educazione totalitaria e costruirà la propria rivolta. Si rende conto delle contraddizioni del potere, e così facendo lo mette in discussione: non solo disubbidisce leggendo testi proibiti (gli Atti degli Apostoli, in questo caso), ma aiuta anche dei fuggitivi, e si rimette con fede trascendente nelle mani di una giustizia temporale (proprio come il protagonista di Malick). Il governo crede che niente esista di più allettante delle sue lusinghe, quale che sia il costo che comporterebbe accettarle: è così che un rifiuto diventa ribellione e crisi, perché «la dittatura si regge sull’unanimità», scriveva Silone.

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La storia, negli snodi ed in alcune scelte grafiche, risente degli anni trascorsi; tuttavia se ne avverte un buon ritmo e un sapiente lavoro tecnico nella costruzione: leggendo si vuole arrivare alla fine e conoscere il destino del personaggio, senza esitazioni. La sceneggiatura è infatti ben scritta, anche se scolastica nel suo essere a volte prevedibile e verbosa. Si tratta però di uno stile intenzionale: la storia vuole essere trasparente, limpida, poco deve essere lasciato all’interpretazione.

Questo fumetto, infatti, uscì a puntate su Il Giornalino, dal numero 4 al numero 16 del 1987. La rivista è ancora oggi pubblicata dalle Edizioni San Paolo, fondato nel 1924 da don Alberione (lo stesso della Famiglia cristiana), sulla scia delle primissime pubblicazioni per l’infanzia. Figlio dell’apertura alla realtà politica italiana dei cattolici, attento ai movimenti della società, dagli anni Settanta apre le porte a storie di genere come Larry Yuma e Il commissario Spada, diventando per almeno due decenni rifugio e officina di grandi autori di fumetti come anche Sergio Toppi, Massimo Mattioli, Tiziano Sclavi. Oltre ad alcune serie la testata si proponeva di volgarizzare storie complesse della grande letteratura, oppure biografie di uomini illustri, spesso legati al mondo cattolico.

È dunque in questo mix di avventura e didattica che bisogna collocare l’interessantissima e sorprendente idea di Tommaso Mastrandrea, sacerdote e direttore della rivista (coadiuvato nella sceneggiatura e nelle ricerche per questa storia da Renata Gelardini): nelle sue intenzioni, infatti, Paulus serviva a far conoscere ai giovani la storia del santo attraverso un racconto fatto di spionaggio e ambientazione fantascientifica.
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Il mondo religioso e i fumetti si sono spesso incontrati, a volte sulla via dello scontro e della censura, altre volte per interesse e sano opportunismo. Ancora Tintin, uno dei più grandi successi a fumetti della storia, è nato sulle pagine de Le vingtième siècle, un giornale cattolico e decisamente conservatore. L’operazione di propaganda e riattualizzazione messa in atto da Mastrandrea è però unica nel suo genere. Paulus è sensazionale per la capacità che ha di mettere insieme propaganda e ammiccamento alle grandi tendenze del suo tempo: la vita di San Paolo è descritta con precisione, in quadretti che interrompono in pieno il racconto (pennini) e che si presentano sotto una diversa forma, pittorica (tempera), con uno stile prossimo alla narrazione catechistica che spesso cita direttamente le Scritture. Allo stesso tempo però vi troviamo il thriller intorno a un manoscritto vietato, à la Eco, con la curiosità intellettuale che diventa una forma dell’avventura; oppure le navicelle spaziali che ricordano i mondi di serie come Star Wars e Star Trek; o ancora la mostruosità aliena del capo assoluto che oggi rimerebbe con Joe di Mad Max Fury Road.

Il lettore ideale di questa storia era un adolescente di fine anni Ottanta: il racconto è costruito per catturarne l’attenzione e così insegnargli qualcosa. Per raggiungere quest’obiettivo Mastrandrea cerca di creare le migliori condizioni possibili per permetterne l’immedesimazione con il protagonista: la posizione colta e importante nell’intellighenzia del mondo descritto fa di Paulus un personaggio affascinante, gli scambi arguti con Alter (il robot-coscienza che lo accompagna) ne descrivono lo spirito acuto, e tuttavia l’ignoranza iniziale rispetto alle vicende evangeliche, i dubbi che questo comporta e il suo desiderio di sapere lo mettono sullo stesso piano del ragazzino lettore di fumetti. Quest’approccio trova una traduzione grafica conseguente, poiché lunghi passaggi del racconto sono costruiti sulla lettura-visione che Paulus fa dei documenti presenti nella sua biblioteca: la lettura e lo studio sono fondamentali per innescare la rivolta e l’avventura (altra pulce pedagogica). Lo schermo dove i libri vengono proiettati grazie a futuristiche tecnologie viene a trovarsi al centro della striscia: lo sguardo del personaggio e del lettore coincidono perfettamente nello scoprire le vicende neotestamentarie, i due – idealmente – reagiscono all’unisono.

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Che cosa vuol dire però costruire una storia intorno a Paolo di Tarso? I motivi editoriali e pedagogici che contornano Paulus sono intuibili nel guardare quale contesto editoriale lo cullasse, e tuttavia sarebbe sterile non vederne degli aspetti più profondi, archetipici, fecondi al dibattito contemporaneo. Nel 1968 addirittura Pier Paolo Pasolini prese appunti per un film da realizzare sulla vita del santo, trasponendola nel mondo contemporaneo, dove Roma diventava New York, Atene Parigi, Antiochia Londra. Per giustificare in alcune note il proprio interesse scriveva così:

Per dire insomma esplicitamente, e senza neanche costringerlo a pensare, allo spettatore, che «San Paolo è qui, oggi, tra noi» e che lo è quasi fisicamente e materialmente. Che è alla nostra società che egli si rivolge; è la nostra società che egli piange e ama, minaccia e perdona, aggredisce e teneramente abbraccia.

In Pasolini l’apostolo diventa simbolo di redenzione e di lotta al conformismo borghese e la sua predicazione si trasforma nell’offerta alla società e alle genti della possibilità di una vita differente. Non è scontato che Pasolini e Mastrandrea avessero poi la stessa idea di quale società sperare, ma quello che interessa è sottolineare la forza paradigmatica e simbolica del personaggio di Paolo di Tarso. Il senso è, in un certo modo, lo stesso dell’opera critica di Mark Fisher, autore decisamente sugli scudi negli ultimi tempi, per cui la società capitalistica si racconta come l’unica possibilità di salvezza contro l’apocalisse, tertium non datur. Ecco, fumetto e storie sembrano mostrare il contrario (anche se a volte si rischia di dimenticarlo: dalla nascita di questa rubrica è la prima volta che la storia analizzata è una ‘pura invenzione’). Ancora della stessa pasta era fatto un classico della fantascienza cinematografica come Matrix: basato sulla fede in un’alternativa, centrato sull’opera e il sacrificio di un singolo di fronte a un potere immateriale ed esatto.

↑ Queste due tavole di Gianni De Luca sono tratte da Amleto e dal Commissario Spada.

Gianni De Luca è quel che si dice un autore per autori e critici, un disegnatore virtuoso che pubblicando – come tanti altri grandi – su testate oggi un po’ dimenticate ha però passo passo complicato il senso della composizione grafica, rinnovando così un intero linguaggio. In particolar modo di lui si nota la gestione teatrale dello spazio della tavola, dove spesso un unico grande fondo accoglie diversi attimi dei personaggi, dividendosi in vignette attraverso l’uso di elementi architetturali; questa formulazione dello spazio (e del tempo) obbliga il lettore a un coinvolgimento per niente banale in un’arte bidimensionale, perché lo ingloba facendolo trovare allo stesso tempo in diversi posizioni rispetto all’immagine mostrata (di fronte, dentro, con, dice Matteo Stefanelli, dalla cui analisi derivano molte di queste annotazioni; un’opera dove ancor di più si può apprezzare il virtuosismo del disegnatore è la cosiddetta Trilogia shakespeariana, sempre edita originariamente su Il Giornalino e oggi riproposta anch’essa da NPE).

Nel caso di Paulus il disegno è forse più ingessato di altre volte, statico, fatto di leggerissime variazioni, ma con squarci – soprattutto nei paesaggi – dalla grandissima forza evocativa. È preciso, impeccabile, vagamente compassato: alcune scelte viste con gli occhi di oggi sembrano infantili, ma la storia regge, e c’è anche il tempo per qualche scazzottata.
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A quale mondo si rivolgevano Mastrandrea e De Luca? Probabilmente a qualsiasi forma totalitaria possa prendere il potere: i divieti creano l’orgoglio dell’essere perseguitati. L’aspetto di maggior interesse di questo fumetto è nell’intuizione che è alla base del racconto, ancor prima che nella sua realizzazione: è l’importanza archetipica e atemporale assunta dalla figura Paolo di Tarso, personaggio trasversale, vero artefice della diffusione – e del successo – del cristianesimo nel primo secolo. Mastrandrea batte come un martello, incessante, sul dubbio che per la prima volta attanaglia Paulus, sul suo desiderio di disobbedienza che prende sempre più ampiezza e che vediamo crescere lentamente durante il racconto. C’è in Paulus il desiderio di proporre una biografia ideale, e il recupero di una tradizione antica di resistenza al potere che nasce dai primi martiri cristiani e cui ciclicamente si ritorna. L’anno scorso è stata la volta di Malick, e qualche anno prima di Mastrandrea era toccato a uno scrittore abruzzese che parlava di Resistenza in modo acuto e originale, Ignazio Silone, raccontando la storia del comunista Pietro Spina:

Cristina” egli scrisse “è vero che si ha quello che si dà; ma a chi dare e come dare?
Il nostro amore, la nostra disposizione al sacrificio e all’abnegazione di noi stessi fruttificano solo se portati nei rapporti con i nostri simili. La moralità non può vivere e fiorire che nella vita pratica. Noi siamo responsabili anche per gli altri. Se applichiamo il nostro sentimento al male che regna intorno a noi, non potremo rimanere inattivi e consolarci con l’attesa di un mondo ultraterreno. Il male da combattere non è quella triste astrazione che si chiama il Diavolo; il male è tutto ciò che impedisce a milioni di uomini di umanizzarsi. Anche noi ne siamo direttamente responsabili…
Non credo che ci sia, oggi, un’altra maniera di salvarsi l’anima. Si salva l’uomo che supera il proprio egoismo d’individuo, di famiglia, di casta, e che libera la propria anima dall’idea di rassegnazione alla malvagità esistente.
Cara Cristina, non bisogna essere ossessionati dall’idea di sicurezza, neppure della sicurezza delle proprie virtù. Vita spirituale e vita sicura, non stanno assieme. Per salvarsi bisogna rischiare.”
Ignazio Silone, Vino e pane, 1955.