Solidi in un cielo lontano: note sulla mostra «Solidi. Archeologia dell’avvenire»

Giusi Palomba

Allontanate il cielo,
la campagna, le strade,
le voci, i nomi, la vita
così grave, così grave.”

Scriveva così Anna Maria Ortese nel 1952.
Parole tese tra l’andare e il tornare in un Sud che non faceva altro che turbarla, ma di cui era impregnata irrimediabilmente. Per una questione di coincidenze temporali e assonanze mentali, le visioni contenute in Ortese e nella mostra «Solidi. Archeologia dell’avvenire» di cyop&kaf, collettivo artistico napoletano attivo da 25 anni, si sono mischiate nei versi che abbiamo citato, contenuti nella poesia «Calabria».

La scultura che illustra la locandina di «Solidi» è un blocco di cemento con pezzi di vetro innestati. Ricorda gli espedienti caserecci per evitare intrusioni o evasioni. Per visitare questa mostra bisogna entrare nel quartiere Sanità, arrivare alle porte del palazzo Peschici-Maresca, farsi accompagnare da guide sapienti nel piano interrato e rifare la scoperta fatta non molto tempo fa, per puro caso: il prezioso rinvenimento di due tratti affiancati dell’acquedotto Augusteo del Serino, costruito in epoca romana, infrastruttura di fine ingegneria, che finiva per alimentare la Piscina Mirabilis a Miseno. Qualche anno fa, il crollo imprevisto di un pezzo del piano terra ha aperto uno squarcio sui sotterranei del palazzo: rivelazione! Il palazzo poggia su un tratto di acquedotto, lo usa come fondamenta. Dopo diverse ristrutturazioni, il sotterraneo è ora visitabile grazie anche al lavoro dell’Associazione VerginiSanità.

Tra gli anfratti e i meandri dello spaziotempo, si ripercorrono i capitoli di questa storia insieme ai lavori di artisti contemporanei invitati. Nel caso di «Solidi» si tratta di microsculture in terracotta, figure dolenti, figure tridimensionali, già familiari a chi segue il lavoro di cyop&kaf. Con una torcia prestata all’entrata si possono scovare questi piccoli scenari nascosti negli spazi recuperati. Un lavoro messo insieme senza fretta, il risultato di animazioni e rianimazioni, una ricerca artistica che va avanti probabilmente da molti anni, in silenzio. Un libro-scatola accompagna la mostra, contiene foto in penombra di alcune delle sculture.

Allontanate il cielo

In «Solidi» il cielo è stato allontanato. Forse per non respirare aria contaminata.
Il proposito di addomesticare l’ansia si risolve  – o si complica? – in un’apnea controllata, un silenzio interpretato dai numerosi artifici che minacciano, circondano, sospendono, opprimono o tengono inchiodate, agganciate al suolo queste figure antropomorfe. Le figure condividono coi calchi pompeiani il racconto di un’agonia in atto.
I calchi in «Solidi» non si trovano sottoterra per colpa di lapilli e detriti fumanti, si trovano lì per ciò che sembra una vera e propria scelta, per sottrarsi alla mutazione, l’effusione magmatica che sta disegnando un’altra città, che investe la materia urbana, e condiziona il sentimento degli spazi, più che immateriale. Una Napoli sotterranea altra, nascosta e frammentata in tanti piccoli siti, sembra proporsi di sfuggire alla bulimia turistica, alla svendita dei quartieri, agli street art photo shooting, all’esperienza venduta come un pacchetto completo, itinerario chiuso senza imprevisti, per proteggersi dalla verità di una città che non ha mai smesso di essere povera e violenta. In superficie si muovono altri calchi, figure tragicomiche adeguate alle mode, destinate al godimento altrui per poco e niente in cambio. Zoo safari, il tour della miseria.

Protagoniste le controfigure di un processo inverso, la materia è da loro – da noi – estratta, questa volta: si fanno di nuovo carne e ossa i desideri che non conviene esprimere, e le possibilità che in questa terra non esistono.

Nel sottosuolo niente di tutto questo; né scene, né scenate, né spettacoli, né marchi pubblicitari, né governi, né legislature, né macchinazioni elettorali, esiste solo il mondo dei bisogni primari. Esistono la sopravvivenza e l’adattamento. E le figure, così nascoste, malamente illuminate, disvelate in una realtà sonora onirica, a tratti cupa, non sembrano dare spiegazioni. Le posizioni sembrano già posizionamenti. La comunicazione è una vibrazione, un sisma. E il sisma arriva in superficie, di certo percepito soltanto da ben registrati strumenti: la mostra di cyop&kaf non è apparsa su nessun quotidiano, nonostante all’evento di apertura fossero presenti più di 500 persone. Escludendo altre righe in altri spazi carsici, nessuno ne ha parlato. Come i vuoti dei corpi sottoterra, la tutela di tutte le archeologie mancanti viene affidata alle occasioni e alle probabilità che qualcuno abbia voglia di raccontare ciò di cui è stato testimone.

Fuori dal calcolo, dagli obblighi impliciti della esposizione mediatica, delle pubbliche relazioni, questo lavoro diventa così anche riflessione sul significato dell’arte, sulla partecipazione al racconto del mondo di chi rifiuta di asservirsi all’istituzione, e si impone ostinatamente il principio dell’autorganizzazione del lavoro artistico, dell’intervento sulle città. «Solidi» è una serie senza stagioni, non c’è un teaser, né un finale, non lascia eredità emotive, non lascia tracce.

Nel gioco dei ruoli ribaltati, il passato è in superficie e il futuro è sottoterra. Il futuro manda il suo messaggio, ma il presente/passato, sovraesposto e stordito, sembra ignorare che la sua estinzione non è più una remota possibilità, per una volta non solo per chi vive addosso a un vulcano attivo.