Dispacci a Giacomo Sartori, autore di Baco, da una postazione sulla costa olandese, alla fine dell’anno

Più di una volta, Jack, mentre leggevo Baco, e mentre mi ritrovavo coinvolto nei diluvi e durante la gestione delle varie incapacità di questo ragazzo, o mentre mi sorprendeva qualcosa che poteva succedere e che presumibilmente potrebbe succedere in futuro a un personaggio digitale del genere, m’è venuto in mente che Baco aveva, ha, tutti gli elementi a posto, personaggi calibratissimi non solo nel presente e nel presente futuribile, ma anche nel passato, come se di ogni personaggio che accompagni per quel tempo narrato tu ti imponessi di tracciare l’indigestione (relativa) del tempo che ha fatto, qualcosa di preciso e a volte piacevolmente spiazzante, tu sei il pittore di un buio, di un incendio di luci di Rembrandt o Frans Hals, ma di quel buio, separatamente, ci racconti ogni cosa. Tu sei il pittore delle rocce di Ennio Morlotti, e se poi ti chiedono cosa sono quelle rocce, anziché rispondere non lo so, le ho dipinte, non sono un geologo, tu rispondi cosa sono quelle rocce, perché tu sei il geologo. E allora una delle domande che ti farei sarebbe ma come nascono le tue storie, quanto ti informi, escono da un caso?

Distopia la tua (strana parola che ho imparato non da molto, da quando mi hanno detto che avevo scritto una distopia), per alcuni aspetti adatta a far parte, non si fosse esaurita la serie, del progetto Altrove curato da Michele Vaccari. E non te ne parlo perché ne sono venuto a far parte anche io, te ne parlo proprio per questo, sì, perché un mio romanzo è stato accolto nella collana. E questo mi vien da dirlo perché in qualche modo le tue scritture e le mie nel tempo si sono incrociate, sovrapposte, estese nella stessa direzione, o alla stessa velocità lenta. Abbiamo lavorato sulla memoria ai tempi di Sironi, e poi sugli animali in Perdisa di Pop di Bernardi e Paolacci, e poi in Exòrma. Così, al di là di Baco, che è davvero quanto di meglio, come qualità di scrittura e anche di immagini, e di stratificazione geologica, ci sia secondo me in giro, la seconda domanda che mi appare all’orizzonte, è: come mai la tua scrittura non viene ancora intercettata come una cosa alta? Ossia, certo che lo è e lo viene, ma come mai un autore come te trova ancora difficoltà sul percorso… Certo, se questa fosse un’intervista, ma avrai ben capito che non lo è, mi diresti: senti, Magliani, non chiederlo a me, chiedilo ai lettori (anche se io i lettori so attirarli per bene, mi diresti), chiedilo agli editori, chiedi a loro come mai… Anzi, lo chiedo a te, visto che non è un’intervista, immagino tu mi chieda. E io Jack una risposta comincio ad averla. L’ho trovata nella mia esperienza, ad esempio nel mio rapporto con la musica. Anzi, oso un confronto tra i miei gusti letterari e quelli musicali. In letteratura faccio lo schizzinoso se mi si parla di Volo e altre scritture del genere, passo oltre e mi incanto davanti a una prosa di Haroldo Conti, di Erminio Ferrari, di Daniel Guebel, davanti a un ragionamento sul mito di Riccardo Ferrazzi, o davanti a un tuo animale; e in musica?

Per pareggiare dovrei cercare certi cantautori del Monferrato, un Manuel Serrat che sentivo da ragazzo con la finestra aperta sulle coste brave, un certo jazz, certi gruppi come i PFM, e invece impazzisco per la disco di Raf, per le melodie di Adamo… Ti pare normale tutto questo? Allora, dico io, non hanno forse diritto anche i lettori di Volo a leggere ferocemente Volo? Tu mi dirai che c’entra con Baco? È che provo a capire, non cosa sia Baco, che sia un ottimo romanzo lo vedi da come viene accolto, ma dove può, forse dove possiamo andare…

In Olanda seguo un programma di libri la domenica, forse il più famoso, il nome non lo ricordo. Alcuni anni fa intervistava gli autori un bravissimo giornalista che poi si suicidò. Era un giornalista che metteva gli scrittori nelle condizioni di rispondere comodamente, come davanti a un bicchiere di vino, o seduti su una panchina in una piazza deserta. Una volta mi dissero che mi aveva cercato per parlare di un mio romanzo tradotto da un editore olandese. Ci sarei andato volentieri, ma mi trovavo in Italia e la televisione olandese, un canale statale, non mi garantiva la copertura spese. Allora dissi che non andavo. Lo dissi perché era estate, un volo, da un momento all’altro (forse aveva dato buca un autore e cercavano un sostituto perché forse aveva dato buca anche la riserva), costava un po’ e non riuscivo a dirottare risorse verso quella spesa. In pratica bruciai una cosa simile a un passaggio da Fazio. Ma ci sta anche (ci sta?) che non avessi accettato perché il mio nederlandese è sempre stato licche lacche? Può essere. Il fatto è che non andai. Mi dirai che c’entra anche questo con Baco? Credo che c’entri. Un romanzo come Baco, scritto in quel modo, ma nello stesso modo (la penso io) non difficile da tradurre (prova ne è che in America, che è in America, la tua scrittura è stata tradotta, funziona e poi ci arriveremo) e fatto di quel materiale lì, con una famiglia complessa e una situazione pronta a implodere, un rapporto con una madre che poi va in coma, un nonno anarchico e amante di studi geologici, un fratello che è un genio, un clima inclinato verso un burrone, l’intero romanzo inclinato verso un burrone ma animato dalla forza dell’entusiasmo, che equivale alla forza della scrittura; un romanzo del genere qui prenderebbe molto, qui funzionerebbe, sai, con questa fauna attratta dalle sfide della scrittura e da questa invincibile missione dello stupire che si respira nelle tue pagine non come missione, ma come autentico stupore. El estupor y la maravilla di Pablo d’Ors.

Insomma al programma del genere «Fazio» non andai di corsa, ma un giorno, una domenica, il programma lo fanno la domenica, vidi che al posto del giornalista  conduceva le interviste una giornalista molto, ma molto brava, che ha un cognome piuttosto italiano. Mi dissi ma io questa donna la conosco. Una decina di anni prima era stata un paio d’ore seduta sul divano di casa mia, sul divano sostituito da poco dal divano sul quale stavo seduto tanti anni fa. Mi aveva intervistato per la migliore rivista d’arte. Vrij Nederland. Quattro pagine con foto. Titoli feroci. Destinato a disertare, o qualcosa del genere. La cosa aveva mosso qualche decina di copie del romanzo sulla diserzione. Ma la giornalista, dissi tra me, deve ricordarsene. Le scrissi proponendo qualcosa sui nostri racconti animali, in parti già tradotti, con quelli di Paolo Morelli che si è aggiunto a noi. Ma non credo ci saranno risposte, oppure ci sta che la redazione del programma del genere «Fazio» mi dica lei è quel pazzo che non aveva accettato ecc.

Vedi, cosa succede Giacomo, nel luogo dove abito, che è il luogo dal quale penso a Baco? Uno come te, come Meschiari, che avete agitato la terra da tempo, dai tempi non sospetti, nel senso che quando l’avete iniziato a fare non ci si vedeva un’urgenza, ma ora sì, e ora che ci consegnate un mondo dietro l’angolo, dai, un romanzo come Baco entusiasmerebbe questa lingua impossibile. Lo stress di Baco è il mio cosa credi, quando lui sfogherebbe la sua rabbia in una latta di Nutella, mi ci vedo io qui a parlare senza riuscire a farmi capire in questa lingua che per parlarla sembra di raschiare un barile. Io a rischiare il mutismo come Baco, io a capire perfettamente che lo sguardo azzurro biondo non ha capito cosa ho detto e questo non avermi inteso o avermi fatto ripetere fa crollare immediatamente anche il resto, fa crollare il molto che avevano capito e quello che avrei detto ancora con passione se avessero capito fin da subito. Ma i romanzi stupendi come Baco qui non riescono ad arrivare, arrivar qui, sotto il livello del mare, significa per l’animaletto risalire la parete di plastica viscida viscida della vasca da bagno e a metà ricadere dalle parti del buco. Ci vorrebbero le ventose del geco… Già. No, qui non si arriva, perché fondamentalmente le case di qui (ho pubblicato con piccole ma nervose ed eleganti case simili a una Iperborea nederlandese, che fa solo italiani, e con giganti dove non sanno neanche più come si raschia il mio cognome) qui ci arriva chi ha preso un certo strega, chi ha strillato in politica, chi ha puntato i piedi. Eppure Baco piacerebbe, la stessa intensità di pioggia vorresti chiedermi? No, un’intensità diversa. Sta proprio lì l’interesse. La pioggia di Baco qui, nelle pagine di qui, non c’è mica. C’è la pioggia fine qui, di Bakker, c’era quella di Kellendonk, o c’era e c’è il diluvio coloniale e post-coloniale dell’Indonesia. Qui ci sono le grondaie e funzionano alla perfezione non come in Baco, qui non ci sono cascate, qui ci sono le dighe, anzi, la sfida dell’Olanda è quella di smontare ogni tipo di diga e costruire oggetti invisibili e inesistenti al posto delle dighe. Qui Baco piacerebbe… Piacerebbero i tuoi scavi nella terra, forse per scoprire che esiste la terra e esistono i lombrichi e non solo il suolo di sabbia che ospita le fondamenta olandesi. Qui interesserebbe il tuo Cielo Nero perché alla fine qui di Ciano si sa solo che è stato fatto uccidere da suo suocero. Per dire guardate i cattolici, teniamoci il nostro calvinismo. Guardate i re italioti, teniamoci la nostra regina. Restiamo saldamente legati alle nostre costellazioni atee.

Qui, in un luogo dove mi chiedono perché e come faccio a credere e io rispondo perché non riesco a essere ateo,  in un posto dove Il mondo creato di Franco Ferrucci è diventato Autobiografie van god, un libro come Sono Dio sono certo che verrebbe letto. Ma per il resto, se da noi siamo messi in un certo modo, non ti credere che in Olanda perché è l’Olanda e ha risolto le esondazioni, si possa parlare di una decente repubblica delle lettere. Anzi.

Noi, che siamo abituati a faticare per emergere e gettare un gemito che è assieme un respiro e poi tornare nei tuoi buchi odoranti di radici finissime e flysch, non capiremmo mica i sistemi di qui (io per lo meno no, ed è per questo che non me n’è più fregato nulla di essere tradotto nella raschera), qui, Giacomo se scrivi in nederlandese e vieni pubblicato da una casa decente puoi chiedere un sussidio da una cosa che si chiama Fonds van Letteren. C’è una selezione, come dire una selezione decisa, una selezione in mano a un gruppetto, i liguri occidentali, i realvisceralisti, i post gruppo 63, i romani… Un gruppetto. Qui, anche se il tuo libro scritto in olandese viene tradotto e accolto da una casa straniera (avevo dato una mano a un autore olandese tempo fa uscito più o meno bene in Italia) il Fonds si accolla una grossa parte del costo della traduzione, e anche di certe spese di viaggio e soggiorno, credo, durante la promozione, i tour, i festival ecc. Ecco, cosa non funziona in Italia è questo, e qui funziona. I nostri libri che faticosamente vengono tradotti in altre lingue in Italia non intercettano nessun tipo di sostegno.

Ma poi giri l’angolo e succede l’orrore, succede che diventa fabbrica senza sogno. E ci giocano sempre queste cose che richiamano al gruppetto, quello dei realvisceralisti, dei post 63, dei romani… La fondazione, intesa fonds, il sussidio, le cose che dovrebbero dare una mano, certo, per carità, ma senza esagerare. Così, ti capita un giorno di leggere la preghiera di un autore sulle pagine culturali di un giornale molto noto, preghiera-supplica-j’accuse.

Ed eccone il senso: «Perché i miei romanzi non vengono più pubblicati regolarmente? Perché non vendono? (perché si inceppa il nastro della fabbrica?)». E il senso è quello: ma io devo fare un libro all’anno per sopravvivere, un libro all’anno se voglio che il fonds o altri fonds stacchino per me l’assegno…

Non lo so, Jack. Sono le 11:53 e io me ne vado nel mio bosco multietnico, qui dietro, al fianco delle dune, e i cervi oggi non li vedrò, spaventati dalle guarnigioni di petardanti imbecilli, si saranno spostati all’interno, lontano dalla costa. Camminerò almeno tre ore, correre no, sta scritto a pagina 204 in corsivo: Non correre, così non puoi vedere bene…

 

IJmuiden, 31 dicembre 2048