La carrozzina vuota di Andrea Levy

Redazione

Questo racconto mi fu commissionato da una rivista femminile; mi avevano chiesto di scrivere un testo di circa mille parole, facile e scorrevole anche per chi non è abituato a leggere molto. Accettai la sfida. Avevo appena finito di scrivere Un’isola di stranieri e avevo in testa ancora tantissime storie legate alle prime esperienze di mia madre in Inghilterra. Ecco l’occasione per proporne una che ricordavo bene.
Una volta finito il racconto, lo inviai alla persona che mi aveva dato l’incarico. Rimase molto colpita. Cominciammo a fare l’editing, un processo necessario prima di una qualsiasi pubblicazione. Comunque, quando stavano per approvarlo, il direttore editoriale della rivista lo lesse per la prima volta. Disse che il racconto non era adatto alle sue lettrici. A quanto pare, non volevano sentire storie del genere. Erano parecchio polemiche.
Il racconto non fu mai pubblicato.
Quindi attenzione, trattasi di una lettura un po’ troppo azzardata per le donne inglesi!

Andrea Levy

La carrozzina vuota

Ero appena arrivata dalla Giamaica e non mi sentivo ancora pronta a quell’incontro così strano.
Era il 1948.
Ero in Inghilterra da soli tre giorni, e non vedevo l’ora di iniziare la mia nuova vita qui, in madre patria. Stavo pulendo la bettola che quello stupido di mio marito aveva preso in affitto per noi due. Che stanza squallida che era; insulsa come un bicchiere d’acqua, e dovevamo persino condividere il bagno con gli altri inquilini. Bussarono alla porta. Un colpetto leggero – così timido che all’inizio pensai a un ratto venuto a farci visita. Andai ad aprire, c’era un bambino fuori dalla porta. Guardava in alto verso di me con la bocca spalancata, mi arrivava a malapena alle ginocchia. E aveva in braccio un neonato. Lo stringeva al petto, impacciato, con le braccia secche, bianche.
«Che cosa fai?» gli chiesi.
Lui sorrise mostrandomi il buchino umido tra i denti davanti: «Questo è il mio piccolo» disse.
Avevo già visto quel bambino. Quella mattina, tornata a casa dopo aver fatto la spesa, lo avevo trovato seduto davanti alla porta di ingresso. Il bambino inglese aveva i capelli biondi, quasi bianchi, stavano su dritti come se fosse a testa in giù, e aveva gli occhiali così sporchi che mi spiava, vispo, solo da un occhio.
«Ma di chi è?» gli chiesi.
Il povero neonato piagnucolava perché stava scivolando dalle braccia del bambino, che ora lo teneva stretto intorno al collo. Lo stava strozzando.
«L’hai portato su per tutte quelle scale?» chiesi.
Il birbantello annuì.
Ora, io vivevo in un condominio. Sei lunghe rampe di scale per arrivare alla mia stanza; ne sono certa, avevo contato ogni singolo scalino. Mi palpitava il cuore per l’agitazione al solo pensiero di quello che sarebbe potuto succedere al neonato, mentre il bambino lo portava su per le scale con le sue braccia fragili. Mi avvicinai per prendere il neonato, ma lui non voleva lasciarlo andare. Mentre afferravo il suo corpo grassottello, il bambino lo strinse ancora più forte. Cominciammo a lottare, tutti e tre, finché alla fine riuscii a strappargli il povero neonato dalle braccia.
«Dov’è sua madre? Fammi vedere dove l’hai trovato» dissi.
Il bambino, che adesso frignava come se gli avessi appena dato un ceffone, corse giù per le scale. Non ce l’avrei mai fatta a raggiungerlo. E quindi mi ritrovai a cullare quel neonato sconosciuto.
Scesi le scale e bussai a ogni porta, nella speranza di trovare qualcuno che mi aiutasse a uscire da questo guaio. Ma nel condominio c’ero solo io. La porta di ingresso era aperta, quel maleducato era scappato via. Lo seguii fino in strada. Là, vidi una carrozzina. In questo paese le madri lasciavano spesso i figli fuori, a respirare un po’ d’aria fresca; a quanto pare non avevano paura che li rubassero. Eppure io ero lì, con un neonato rapito in braccio. Mi avvicinai alla carrozzina nella speranza di trovarla vuota e di risolvere, così, il mio problema. E invece, avvolto nelle coperte, c’era un bimbo che dormiva tranquillo. L’Inghilterra era sempre più un mistero per me. Nessuna madre si era accorta che il figlio era sparito? Me ne stavo lì in piedi, confusa, mentre il neonato gorgogliava e si sbrodolava tra le mie braccia.
Poi sentii un urlo. Veniva da dietro l’angolo. Seguii il vociare rumoroso, e vidi tre donne inglesi che guardavano inorridite dentro un’altra carrozzina. Una carrozzina vuota, ne ero sicura. Mi precipitai verso di loro.
«Scusate, è vostro figlio?» dissi mentre mi avvicinavo al gruppetto. Mi lanciarono tutte uno sguardo così pieno di terrore che mi venne voglia di urlare. Sei occhi saltarono fuori dalle orbite e tre bocche si aprirono di scatto alla vista della mia faccia nera. Una donna allungò le braccia per prendere il neonato. Poi si chiusero in cerchio, come a fargli da scudo, e indietreggiarono con eleganza.
Allora spiegai la situazione. Raccontai del bambino che aveva portato il neonato nella mia stanza. Sorrisi, certa che avrebbero avuto il coraggio di tirare quel sospiro di sollievo trattenuto così a lungo.
E invece corrugarono la fronte come a dire: «Non capisco cosa dice».
Ripetei la storia e, mentre parlavo, spostavo l’attenzione su ognuna delle donne. Ma nei loro occhi non si accese la benché minima comprensione. Lo dissi ancora – questa volta a voce più alta.
Una delle donne gonfiò il petto e cominciò ad arrotolarsi una manica. Fece un passo avanti e mi prese il polso, stringendolo forte.

«Andate a chiamare un poliziotto» disse. «Ha cercato di rapire il piccolo».
Mi dimenai e la pregai di starmi a sentire. Ma ogni singola parola che pronunciavo le agitava sempre di più. Non riuscivo a farmi capire.
«Polizia!» gridavano.
Poi da dietro l’angolo sbucò il bambino.
«Eccolo, ce l’aveva lui il piccolo» dissi al gruppetto.
Il bambino, vedendomi lì ferma, si mise a implorare le donne. «Quella donna col cespuglio di lana in testa ha preso il mio piccolo» disse. Quando vide il neonato in braccio a un’altra persona, strillò: «Lui è mio. L’ho trovato io».
«E dove l’hai trovato?» gli chiese una delle donne.
«Nella carrozzina».
«Sei stato tu a prenderlo dalla carrozzina?»
Il bambino, che forse si era reso conto di aver fatto qualcosa di sbagliato finalmente, si morse le labbra e guardò in alto.
Ora sì che avevano capito! «Te l’ha portato lui il piccolo?» mi chiesero.

Annuii.
«Ah, ecco» dissero in coro.
Il bambino ricevette subito uno scappellotto. «Te l’ho già detto non so quante volte, Georgie» disse una di loro. «Lascia stare i bimbi piccoli».
Un’altra donna batté le mani, sollevata perché il diavolo non ero io.
Mi liberarono il polso, e la madre del neonato, che ora sorrideva, mi disse «Grazie per avermela riportata. Ma poteva dircelo prima cos’era successo». Poi le tre donne iniziarono a darmi dei colpetti, come fossi un cane – sulla spalla, sulla testa – mentre discutevano tra loro se volessi una bella tazza di tè.

The Empty Pram from Six Stories and an Essay
Copyright © 2014 Andrea Levy
First published in Great Britain in 2014 by Tinder Press
Reproduced with permission from David Grossman Literary Agency Ltd

Traduzione di Cristina Galimberti, Martina Ricciardi e Ilaria Stoppa – Parole Migranti

 

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↔ In alto: foto di Karen Arnold da Pixabay.