La gioia fa parecchio rumore: intervista a Sandro Bonvissuto

Leonardo Ducros

Abbiamo intervistato Sandro Bonvissuto, che ha pubblicato Dentro (Einaudi, 2012), La gioia fa parecchio rumore (Einaudi, 2020) ed è fra gli autori di Scena padre (Einaudi, 2013). Buona lettura!

La gioia fa parecchio rumore è la storia di un ragazzo nato negli anni ’70, che cresce in una famiglia romanista. Ci sono alcune pagine in cui tutti sono riuniti attorno alla radio, in ascolto, per provare a seguire la partita: è un altro modo di seguire il calcio rispetto a quello di oggi, ma in questi giorni in cui si è costretti in casa, cercando di capire cosa succede fuori, una scena del genere diventa più attuale. Che ruolo può svolgere un momento come questo?

Ti fa capire la potenza della radio. Tutti gli altri mezzi di comunicazione sono cambiati tanto negli ultimi anni, mentre la radio è rimasta più o meno uguale. Questo, secondo me, non è segno di un’evoluzione mancata, ma di un’evoluzione già avvenuta: la radio funziona oggi come trent’anni fa perché era già perfetta. Anche per noi era lo strumento di una generazione precedente, che abbiamo ereditato, ma era ed è uno strumento fantastico. E nei momenti come quello che viviamo oggi ti accorgi della forza e della portata sociale di uno strumento del genere: ce l’hanno tutti e non costa niente, quindi possono averla tutti. Nel libro c’è un certo tipo di radio, quella che parla di calcio. Avevamo una comunicazione ridotta, e questa scarsità di informazione determina la creazione e l’allenamento di un immaginario. Non ti impone qualcosa di chiaro e innegabile, ma ti dà gli spunti per usare la tua mente, per lavorare con l’immaginazione. Tu hai degli indizi e devi ricostruire quello che ti sta venendo descritto; immagini, sviluppi qualcosa nella tua mente. La radio ti chiede uno sforzo. Ti racconta una storia che verrà prodotta da te, è come un libro.

Pensavo di leggere un libro sul romanismo e invece mi sono trovato a leggere un libro che parla di romanità. È un modo per dire che «chi è nato a Roma, tifa Roma»?

Il libro parla d’amore. Parla della squadra fino a un certo punto. Parla di calcio come luogo nel quale una certa emotività riesce a esprimersi, ma rimane un libro d’amore: il calcio è un pretesto. Roma? La romanità? Ci sono perché questo è un libro popolare, scritto da uno del popolo. È un libro in cui l’autore vuole sparire, perché l’io narrante sono io non più di quanto potrebbe esserlo qualsiasi altra persona della mia età nata in quel contesto. Si racconta un mondo che chi l’ha vissuto può riconoscere.

E forse anche chi non l’ha vissuto.

Certo, perché è l’onestà che riconosci. Anche io se leggo Pamuk che racconta Istanbul – un’altra città eterna, ma che non conosco – leggo di una realtà che non ho vissuto, ma riesco a entrarci, riesco a crederci, perché le cose vere le riconosci. Hanno un loro sapore.

Un altro legame tra romanità e romanismo nel tuo libro è la frase «un romanista vive tranquillo solo dopo morto». C’è una sorta di pessimismo sia nei romanisti che nei romani. Fiducia nella collettività, sfiducia nel sistema. Un atteggiamento tipicamente romano di chi si aspetta una sorta di cattiva gestione.

È che il romano ne ha viste tante. Ha visto gente litigare sui seggi elettorali e poi la sera andare a mangiare insieme in trattoria. Il romano sa. Il romano ha visto la dittatura della Chiesa, perché questa è la capitale cristiana del mondo; il romano sa che il sindaco di Roma è il Papa. Poi volete fare le comunali? Fatele. E io lo dico da non credente, ma non ci si può fare nulla: non puoi metterti contro la storia di Roma. Il romano è abituato a un certo rapporto con il potere. Con la storia e con il potere. Con l’inevitabilità. A Roma c’è un grande distacco, una grande ironia; la forza di chi è nato e cresciuto qui è la capacità di farsi scorrere addosso le cose. «Vive tranquillo solo dopo morto»: ti devi stupire, preoccupare, solo quando le cose vanno bene. Perché la normalità è che vanno male. È questo tipo di ironia che sta alla base del romanismo ma anche della romanità. Questo libro è un elogio della sconfitta vissuta in modo sano, e a saper perdere i romani sono i primi del mondo. Si tratta di avere consapevolezza della fine, della sconfitta, della morte. Il calcio qui è uno strumento di rivelazione; rivela il modo in cui l’uomo vive e reagisce a determinate situazioni. E a me interessa l’uomo. Mi interessano l’uomo e le cose dell’uomo.

In tutto quello che scrivi si avvertono una dimensione individuale e una collettiva dell’emotività. La gioia fa parecchio rumore racconta una famiglia e una comunità di tifosi; in Dentro c’è il rapporto tra compagni di cella, tra compagni di banco e tra padre e figlio. Eppure la narrazione è sempre incentrata su un punto di vista molto personale. Questi due aspetti sono in contrasto o sono due facce della stessa medaglia?

Si indaga il sentimento personale e poi il modo in cui il sentimento diventa collettivo. È una cosa che parte dall’interno, che credi che ti renda unico quando ovviamente non è così, perché altri provano le tue stesse cose. È il modo in cui capisci che gli altri sono come te, il momento in cui li guardi e vedi che soffrono o sono contenti per i tuoi stessi motivi. Ci giro sempre attorno ma poi non sento il bisogno di andarti a descrivere precisamente com’è che si sentono. Perché se sei un essere umano hai provato certe cose e sai che un uomo può provarle. Non te lo devo dire. Posso suggerirtelo, ma devi saperlo da te. La letteratura racconta un evento che magari non ti è capitato proprio nello stesso modo in cui lo stai leggendo, ma che puoi capire. Accenna a qualcosa e chiede una complicità da parte di chi legge.

C’è anche una differenza tra il concetto di comunità, inteso come uomini e donne che si aiutano tra loro, e il concetto di società, cioè gli uomini che mettendosi d’accordo creano un potere che sfugge al loro controllo e diventa più forte di loro, qualcosa che finisce per opprimerli. Anche qui i sentimenti del singolo sono più centrali di quanto possa sembrare?

Io credo che indagare la meccanica dei sentimenti del singolo abbia senso se il singolo è posto all’interno di una società, e a volte la società crea dei mostri. Ho pensato di scrivere del carcere per esorcizzare un mostro. Poi è chiaro che non cambia nulla dopo che l’ho fatto. Le carceri rimangono quello che sono. In questi giorni sono tornate un attimo agli onori della cronaca perché in questi momenti ti accorgi che il carcere si preoccupa del fuori, è il fuori che non si preoccupa del dentro. Detto questo, scrivere rimane un gesto sacro, al di là del fatto che lo fanno tutti, o che qualcuno possa farlo senza un motivo, per noia.

In entrambi i tuoi libri, la storia va avanti di nascosto. Racconti una quotidianità e al lettore sembra semplicemente che tu stia raccontando come funziona un mondo: come si vive in carcere, come si vive quando si ha un certo rapporto con il proprio compagno di banco, come si vive quando si nasce in un certo contesto romano. E invece delle cose succedono, ma il lettore se ne accorge solo quando sono già successe. È una conseguenza del tuo modo di scrivere o è un effetto che cerchi attivamente di riprodurre perché vuoi che sia così?

È la vita che funziona così. E la scrittura replica questo processo. Racconta un punto di vista una volta in più, consente di avere un’altra versione di un evento. Genera comprensione, consapevolezza, grandezza d’animo. Poi ovviamente ognuno è condizionato dalla propria esperienza. Prendi La gioia fa parecchio rumore: i genitori del ragazzo sono dei romanisti diversi da lui. Perché sono figli della retrocessione. Sono figli di chi ha fatto la guerra. Sono i figli di qualcosa che ti condiziona per farti pensare che la vita funziona in un certo modo. Cose di una certa portata hanno una forte influenza sull’immaginario di un uomo, di una donna, di una generazione. Un conto è uno che racconta delle cose. Un altro è uno che racconta ed è quelle cose. Non è che devi aver per forza patito quello che racconti ma devi esserci andato vicino, devi aver provato qualcosa. La scrittura è qualcosa che nel tentativo di raccontare una vita ne crea un’altra. Si discosta dall’originale ma è in quella piccola differenza che sta l’arte. Ti fa dubitare di quello che vedi. L’arte racconta, racconta cose che non si vedono, come i sentimenti, come un certo tipo di sofferenza, come le notti insonni di un ragazzino, o le domeniche in cui le cose non sono andate bene per la tua squadra e quindi non vuoi mangiare. Tenta di raccontare cose vere ma che non si vedono. Tutti ci sbattiamo per raccontare questo. Poi un giorno moriamo, ma finché siamo morti abbiamo vissuto, e questo m’interessa raccontare. La gente che vive, che cresce, che campa le famiglie, che va a rubare, non ho giudizi morali. Mi interessa la vita. Come si manifesta. È la cosa più incredibile che abbiamo e raccontarla è come prendersene una fetta in più. Dirsi «hai capito questo che ha fatto? Hai capito questa che ha fatto?».

In Dentro, attraverso le parole del protagonista-narratore, dai una tua visione della scrittura: 

«Quello che oggi mi fa scrivere ha a che fare con quella polvere e con la sensazione che provai al cospetto di ciò che in quel momento non ebbe luogo, e che pure mi avrebbe segnato. Scrivere e vivere sono i due estremi della stessa corda. Due risposte differenti ma ugualmente buone alla stessa domanda. E perciò devi scegliere di usarne solo una per volta, non le puoi usare insieme. Però puoi usarne una per amministrare l’altra e muoverti nel trascorso scomposto e lacerato». 

A distanza di otto anni questa concezione si è evoluta o è più o meno la stessa?

L’infanzia agisce sulla percezione della realtà che ha il ragazzino in quel momento. Lì parla un personaggio, ti dà la dimensione del gesto di scrivere. Condivido in pieno quello che c’è scritto ma rimane il pensiero del personaggio. Nel momento in cui scrivi la scrittura non deve fare altro che rendere omaggio, giustizia, a ciò di cui parla. Dovrebbe tramandare ai posteri la memoria di ciò che andiamo a raccontare, dare una prospettiva, una continuità, una speranza. Offrire una più ampia comprensione del presente. Se ti hanno raccontato qualcosa mentre crescevi sei una persona migliore. Umanamente più vasta, più estesa, più pronta alla vita. Hai tutta la declinazione del sentimento. La scrittura di valore ti racconta qualcosa di qualcuno che non sei tu e ti fa mettere nei panni di un altro. Prendi La gioia fa parecchio rumore. È il racconto di una storia d’amore andata male. Un ragazzino che scopre di vivere in una società fortemente affettiva. È una storia d’amore. Ci sono un sacco di persone a cui non frega un cazzo di quello che fanno. Stai con tua moglie ma non te ne frega un cazzo, fai un lavoro di cui non ti frega un cazzo, ti interessi di cose di cui in realtà non ti frega un cazzo. Questo è uno a cui frega eccome. Questo è uno che se la sua squadra del cuore perde non mangia. È questo che a me interessa. A me interessa l’uomo e quello che sente. È quello che cerco quando scrivo ed è quello che cerco quando leggo.

In tutti i tuoi libri racconti delle impostazioni mentali positive, votate a sentimenti positivi, ma molto dure, estreme. Come quando in Dentro il protagonista dice che lui e il suo migliore amico devono «pensare col banco nel cervello» per rimanere uniti.

Loro in quel caso sono caduti nella situazione in cui quell’assetto valido solo in una piccola parte del mondo diventa universale. Amare è un atto di estremismo, un dogma. Vogliono esportare quel sistema nella vita di tutti i giorni. Loro vogliono esportare un modo di vivere dalla scuola, dal banco, al mondo esterno. Vogliono ragionare sempre in due. Ed è ridicolo ma è l’uomo che funziona così, come i grandi sentimenti. È romantico e ridicolo.