E l’asina vide l’angelo di Nick Cave

Milena Sanfilippo

Se c’è uno che non ha bisogno di presentazioni, quello è Nick Cave. L’artista australiano non è solo una delle più grandi rockstar della storia, ma per molti è ormai una vera e propria esperienza religiosa. E, in effetti, una specie di Bibbia Nick Cave l’ha scritta. S’intitola E l’asina vide l’angelo, “romanzo” uscito nel 1989 e riproposto oggi da Sur nell’ottima traduzione di Francesca Pe’. Le virgolette che accompagnano il termine romanzo sono d’obbligo. L’opera di Cave sfugge a facili definizioni: è racconto di de-formazione, favola dark e grottesca, rovesciamento delle Sacre Scritture.

Nato inizialmente come bozza di sceneggiatura, ripercorre la parabola infernale e discendente di Euchrid Eucrow e della comunità degli ukuliti, una setta di fanatici seguaci del profeta Jonas Ukulore. Siamo in un indefinito Sud degli Stati Uniti a metà del secolo scorso, catapultati in una valle che vive di coltivazione di canna da zucchero e soprattutto d’invasamento religioso. È qui che viene alla luce Euchrid, «piombato nel mondo con tutta la gloria di un ospite inatteso». E il mondo che lo circonda non tarderà a fargli capire quanto sia sgradita la sua presenza.

La storia ci viene raccontata a ritroso (mah life in a review as ah go down, si legge nell’originale) dallo stesso protagonista, a cui si alterna una voce narrante esterna o forse solo un’altra voce nella sua mente. La ricostruzione si snoda attraverso i tre libri che compongono il romanzo (La pioggia, Beth e Testa di Cane) a partire dall’ultima presenza che gli occhi di Eucrow scorgono: tre corvi che volteggiano sopra di lui mentre viene risucchiato dalle sabbie mobili della palude. Euchrid è nato muto, unico sopravvissuto a una natività gemellare maledetta, partorito da una madre alcolizzata che non molla la bottiglia nemmeno durante il travaglio. L’unica passione della donna sono i tre liquori che distilla illegalmente: la Sbobba, la Grappa di mele e il famoso Bianco Gesù, la più richiesta tra le sue produzioni, che come in una sorta di eucaristia al rovescio intossica e avvelena chi lo sorbisce. Il padre di Euchrid, dal canto suo, è un sadico inventore di trappole sofisticate con cui cattura animali di ogni sorta stando ben attento a non ucciderli, per poi gettarli in una cisterna e aspettare che si ammazzino fra loro. Altro che famiglia disfunzionale, insomma.

Reietto ed estromesso dalla comunità finto-puritana cui si oppone, Euchrid non prende parte alla vita della cittadina, si limita a fare da spettatore nascosto. Il mutismo, oltre a isolarlo e rinchiuderlo in un mondo allucinato, lo distingue e gli permette di percepire ciò che agli altri rimane negato. Proprio come l’asina della citazione in esergo (tratta dal Libro dei Numeri), che riesce a vedere l’angelo del Signore laddove il suo padrone Balaam resta sordo e cieco. Anche Euchrid viene maltrattato alla stregua di una bestia e di fatto le sue caratteristiche lo rendono più simile al mulo vessato dal padre. Tra il muto e il mulo, a ben vedere, c’è solo una lettera di differenza ed è proprio all’animale che Euchrid si sente più affine.

Siamo rimasti così per un istante torpido e umido, meditando sulla follia del reciproco destino: il muto e il mulo, il muto e il mulo.

L’esclusione lo spinge a trovare rifugio nella palude, dove la gente normale non osa mettere piede, che diventa per lui «santuario e consolazione» e dove gli apparirà l’angelo di Dio: un angelo dalle morbide sembianze femminili, inviato da un’entità superiore diversa da quella temuta dagli ukuliti. Quello di Euchrid è un Dio che parla a lui soltanto, un Dio esclusivo che non si perde in smancerie e seleziona attentamente i suoi strumenti in Terra.

Gli ukuliti credevano che la palude fosse un abominio. Credevano che se il loro Dio si fosse adirato, l’avrebbe fatta eruttare sommergendo la valle.

Si convince di essere un informatore del Signore e resta ai margini a spiare. Spia il padre nell’ideazione delle trappole e ne registra la lucida follia, dallo spioncino studia la madre nei suoi deliri alcolici. Euchrid è Voyeur to the Lord e pertanto si sente autorizzato a controllare anche la meretrice Cosey Mo, da lui adorata, e i suoi incontri sessuali con gli uomini della comunità ukulita, gli stessi che si battono il petto con una rettitudine morale di facciata. È in questo continuo sbirciare, osservare, registrare che si va formando il piano del protagonista, la sua missione. Uno stato allucinatorio pressoché costante, quello di Euchrid, che tuttavia gli permette di individuare particolari e dettagli estranei agli occhi altrui. L’impossibilità della parola gli consente di stabilire un colloquio, o meglio un soliloquio, soltanto con Dio e con gli animali. Il suo è un guardare che si fa visionarietà e che passa dall’infinitamente grande (il credersi investito da un compito ordinato dall’alto) all’infinitamente piccolo, per cogliervi anche lì un segnale profetico.

Sopra di me pendeva una grande ragnatela, larga quanto il telaio della macchina, a giudicare dalle dimensioni l’aveva filata un aracnide con uno spirito d’iniziativa fuori dal comune. All’improvviso tutto sembrava orbitare intorno all’asse di quel filo intessuto, quella rete ipnotica, e ruotando in circonvoluzioni spettrali, avvolgendosi sempre più strettamente su sé stessa, la spirale mi ha attirato verso il suo nucleo oscuro, che incombeva proprio sopra la mia testa. Le tenebre mi vorticavano intorno e non vedevo più niente tranne le ombre profonde della notte… che mi tiravano giù… sotto… nel loro cuore stregato.

Il movimento verso il basso, verso il deteriorarsi morale e fisico, non è solo di Euchrid ma dell’intera valle di Ukulore e dei suoi abitanti: ipocriti, esaltati, avviluppati dal bisogno disperato di redenzione ma pronti a indirizzare a casaccio la loro miope violenza. Gli ukuliti cadono facili prede dei vaneggiamenti del sedicente predicatore Abie Poe che fa il suo ingresso nella valle accompagnato da colpi di revolver e rompe «la solida crosta di indolenza che si era estesa sulla comunità degli ukuliti come una formazione estranea». Sarà lui a identificare nella condotta di Cosey Mo la causa della pioggia nera e corrosiva che tormenta la valle e che ha annichilito e abbrutito gli animi:

Nel secondo anno la paura e il terrore si addensarono, mentre l’apatia chiudeva gli occhi e le orecchie e cresceva sulle lingue come muffa. Uomini sani soccombevano a un’inerzia che li spingeva a trascorrere intere giornate a letto. Le donne stavano alla finestra, perse in altri mondi. Alcuni portavano le cicatrici del rifiuto sul cuore, altre sul volto. C’erano quelle apprezzate per i favori concessi, e quelle consumate dai favori che gli altri si erano presi.

L’ira espiatrice della massa si accanisce quindi contro la meretrice e non farà che esacerbare il rancore che Euchrid cova per i suoi vicini, inasprendolo fino al tentativo di uccidere Beth, la bambina-idolo. La pioggia cesserà solo dopo il ritrovamento della neonata che Cosey Mo, prima di consegnarsi all’oblio, abbandona ai piedi del monumento al profeta. E qui si compie il cinico, diabolico contrappasso a cui è destinata la setta: venerare, idolatrare e proteggere morbosamente il frutto dello stesso male che ha creduto di estirpare.

Asserragliato nei «freddi chiostri della solitudine» Euchrid fonda il suo regno, Doghead: una fortezza fatta di lamiere, trappole e rampicanti aggrovigliati, con cani rabbiosi a fare da guardia. Un luogo che diventerà simbolo tangibile della sua estromissione, del suo silente delirio: da qui muoverà una crociata, lui che è «la spada affilata del Signore». Testa di Cane è il regno inaccessibile del cervello e del subconscio di Euchrid, dove prenderanno forma le sue trame più oscure, culminate nella violenza nei confronti di un’innocente.

Ma d’altra parte è il suo Dio a ordinarglielo, ripetendo «Go down to the town, go down to the town». Nel comando riecheggiano le parole del celebre spiritual statunitense Go down, Moses che riprende un episodio dell’Antico Testamento e che darà il titolo all’opera omonima di Faulkner. E difatti nel romanzo di Cave s’intravede più di un cenno ad atmosfere e personaggi faulkneriani.

Affondo dunque sono! Sì? Sono. Non sono. Non dovrò più essere? Insomma, cosa mi avreste consigliato? […] Per me queste discussioni escatologiche sono una fastidiosa perdita di tempo. Ma è comunque ridicolo che il valore dei secondi vada alle stelle nel momento in cui si decide di svenderli.

È una riflessione che Euchrid rivolge ai suoi “concittadini”, alla platea di fantasmi urlanti nel suo cervello o forse a noi ipocriti lettori? Ci invita ad affondare in noi stessi per farci delle domande, per scegliere da che parte stare? Ma forse si fa solo beffe di noi, in fondo. Chi legge si pone interrogativi per i quali lui non ha più tempo, ora che sta diventando melma. E solo nella palude si sentirà di nuovo al sicuro, non-nato ammette, come se fosse ritornato a nuotare nel liquido alcolico e obnubilante del ventre materno. L’affondare, il dissolversi, si tramuta in regressione a uno stadio preesistente in cui poteva essergli ancora risparmiato il trauma di nascere e di vivere.

«I miei strumenti di lavoro sono angoscia e umiliazione, magari fossi nato morto» scrive Borges ne L’artefice. Parole che si cuciono perfette addosso al protagonista di Cave che, prima di scomparire, lascia un ultimo messaggio al mondo: la morte è il cataplasma per il dolore della vita. E in questo caso, come in quasi tutti i casi, il dolore di una vita miserabile che è tanto quella dell’emarginato quanto quella della comunità acefala che sin dalla nascita lo ha condannato all’esilio. Allora è probabile che questa sia in realtà una storia di ribellione e di afflizione, di una mente obbligata al silenzio dalla natura e dagli uomini e condotta alla follia perché nessuno può né sa ascoltarla. Euchrid Eucrow è una preghiera disperata, un grido d’aiuto.

È chiaro sin da subito l’intento di Cave di attingere, in maniera esplicita o per allusioni, al Vecchio Testamento. Ma è nelle descrizioni che l’artista ci rivela il suo talento nell’ammaestrare la parola, maneggiare la materia preziosa del lessico e destare raccapriccio, disgusto, stupore, ma anche riso beffardo e cinico. Cave è un abilissimo narratore di episodi orrorifici e quasi splatter, in cui il lettore sguazza con perversa curiosità e come Euchrid, anzi insieme a Euchrid, arriva a osservare il mondo dallo spioncino. Affonda anche il lettore, dunque, nelle sabbie mobili di una scrittura stralunata, lirica e spiraleggiante, in cui ogni sostantivo non è mai neutro, mai lasciato a sé, ma accompagnato da aggettivi che lo peggiorano, lo sporcano, lo trascinano in basso appunto.

Sul sito The Redhand Files, rispondendo alla domanda di un fan sul motivo che lo spinge a scrivere, Cave dice: «One of the reasons I write is because it allows me the freedom to move beyond the declared world into the uncanny and unfamiliar world». Non credo che il termine uncanny venga impiegato a caso. Uncanny, per etimologia, è tutto quello trascende il rassicurante, il conosciuto. È il perturbante psicologico e nell’opera d’arte ciò che tende a sconcertare, perché ha dell’inspiegabile, del misterioso, oltrepassa la comprensione provocando brividi e disagio. E Cave in questo riesce benissimo, sia quando le parole gli servono a comporre il testo di una canzone, sia quando riempiono le pagine di un libro.