Qui il lavoro fa paura. Una storia del Sulcis

Eleonora Savona

“Mi sono chiesta più volte il perché volessi tornare, ma non sono riuscita a darmi una spiegazione. Non posso stare lontana, e non posso neanche stare qui. Sono in un limbo”. Marta ha poco più di trent’anni e fa l’illustratice, nata e cresciuta nel sud ovest della Sardegna, nel Sulcis. Negli anni che ha trascorso fuori, era proprio questo il suo posto sicuro dove tornare, “il posto che ti aspetta quando te ne vai. Invece poi ho capito che ero io che volevo tornare, non era tanto lui ad aspettarmi”. In piena controtendenza rispetto ai suoi coetanei, dopo anni passati tra Roma e Bologna, ha deciso di rientrare: “Vivere della mia arte era difficile anche quando ero via, ma qui è tutto più complicato. La vita, il modo di pensare, il confronto con una realtà che sembra rimasta indietro: è tutto complicato”. Scogliere a piombo sul mare, alberi piegati dal vento, onde cullate dal maestrale, ginepri e ulivi secolari. Ma anche sfruttamento industriale, disoccupazione, spopolamento, ricatto sociale e economico. La storia del Sulcis parte da lontano, dalle sue miniere.

Porto Flavia, infrastruttura di servizio dell'area mineraria di Masua, nel comune di IglesiasPorto Flavia, infrastruttura di servizio dell’area mineraria di Masua, nel comune di Iglesias

Dal carbone allo sviluppo industriale

Il territorio, ricco di argento, carbone, piombo e zinco, ha attirato l’attenzione sin dall’età prenuragica, 6.000 a.C, passando per fenici, romani, pisani e piemontesi. Dalla seconda metà dell’Ottocento le miniere iniziano a essere sfruttate in modo industriale, fino agli anni Trenta, in piena autarchia fascista, quando da tutta Italia i lavoratori erano richiamati nella zona per l’estrazione del carbone. “Coloro che preferisco sono quelli che lavorano duro, secco, sodo, in obbedienza e possibilmente in silenzio” si legge nella miniera di Serbariu, fondata nel 1938 nella periferia sud-ovest di Carbonia, firmato Benito Mussolini. E se a metà degli anni cinquanta le miniere del Sulcis contavano 30mila lavoratori, aggiudicandosi l’argento come seconda concentrazione operaia del Paese dopo la Fiat di Torino, già nel ’68 il mercato era in piena crisi. Tanto da spingere l’Ente minerario sardo a rilevare le miniere dai vecchi proprietari, nel tentativo di salvarle: la finanziaria delle Partecipazioni statali, l’Efim, ha quindi progettato un ciclo integrato di produzione in cui le miniere sarebbero servite per alimentare un polo industriale metallurgico. Così, se da una parte il rilancio minerario si è rivelato un fallimento, dall’altra i figli dei minatori sono andati a lavorare nelle fabbriche, decretando il decollo del polo industriale di Portovesme, nel sud ovest dell’isola. Nel giro di pochi anni, nel polo si svolgono tutti i passaggi di lavorazione dalla bauxite all’alluminio primario: l’Eurallumina e la Alsar (del gruppo Alumix), erano imprese del gruppo Efim, la Amni, diventata poi Nuova Samim, era del gruppo Eni. Un vero e proprio polo di Stato, venduto poi a società straniere negli anni Novanta, in coincidenza con il programma di privatizzazione avviato in quel periodo: la statunitense Alcoa ha acquistato lo stabilimento Alumix, la russa Rusal quello dell’Eurallumina e la Nuova Samim è diventata Portovesme srl con l’arrivo della multinazionale Glencore.

Ma nel frattempo qualcosa è andato storto: nel 1988 uno studio dell’università di Cagliari rileva una quantità di piombo preoccupante nel sangue degli studenti della prima media di Portoscuso, il comune adiacente al polo industriale. Nel 1993 il governo dichiara la zona “ad alto rischio di crisi ambientale” e stanzia 200 miliardi di lire per il primo piano di disinquinamento. Nel 2001 il polo di Portovesme è inserito dal ministero dell’Ambiente nel Sito di interesse nazionale (cosiddetto Sin) di Sulcis-Iglesiente-Guspinese. Altri anni passano e nel 2004 sono effettuati i monitoraggi dell’Arpa Sardegna su aria, terra e acqua (anche sotterranea). Già i primi risultati resi pubblici, risalenti al 2008, rilevano una concentrazione di metalli pesanti ben oltre la soglia consentita dalla legge: piombo, cadmio, zinco e alluminio sono presenti nei terreni in percentuali tali da essere dannose per la salute degli abitanti. Tanto che nel 2014 il sindaco Giorgio Alimonda vieta il consumo e la commercializzazione di prodotti agroalimentari coltivati nei terreni del comune di Portoscuso. Esiste infatti una solida biografia che dimostra la cancerogenicità del cadmio o sugli effetti neurotossici dell’alluminio, “il piombo invece è dannoso soprattutto negli organismi in accrescimento” spiega Domenico Scanu, presidente dell’Isde, l’associazione medici per l’ambiente. “Ma il problema principale” continua Scanu “è che manca un completo e costante monitoraggio della popolazione e non si conosce ancora la portata reale dei danni”. Infatti, nonostante Portovesme sia riconosciuto come Sin, non è ancora attivo un registro tumori: sul sito dell’Associazione italiana registro tumori risulta che in tutta la zona c’è “un’attività di registrazione ma i registri non sono ancora stati accreditati”. Non si può più parlare solamente di inquinamento: “È necessario e urgente un controllo continuo sullo stato di salute della popolazione”, conclude Scanu. Il diritto alla salute e quello al lavoro, più che mai, uno contro l’altro.

Polo industriale di Portovesme, frazione di Portoscuso, nella provincia del Sud SardegnaPolo industriale di Portovesme, frazione di Portoscuso, nella provincia del Sud Sardegna

Tra ammortizzatori sociali e continui compromessi

Oggi le ciminiere continuano a dominare il paesaggio e delle tre centrali principali – la Portovesme srl, l’Eurallumina e l’exAlcoa – la prima è ancora in funzione, sulla seconda è in corso un processo per danni ambientali e la terza, comprata dalla società svizzera Sider Alloys, tenta da quasi due anni una riapertura. Il costo della fornitura energetica troppo elevato si intreccia con i problemi energetici dell’isola: la decarbonizzazione fissata per il 2025 – data che il governo Conte non sembra intenzionato a posticipare – determinerà la chiusura delle due centrali Enel che alimentano la Sardegna e la Regione non sembra ancora aver trovato un’alternativa energetica valida. Non sono bastati i 135 milioni di euro di investimenti fatti, dei quali 8 a fondo perduto, 84 a tasso agevolato, 20 stanziati dall’Alcoa e il restante dalla Sider Alloys. E neanche le prime settanta assunzioni con cui la società svizzera ha fatto partire i lavori di pre-revamping, conclusi lo scorso ottobre: il progetto definitivo prevedeva il reinserimento di quattrocento lavoratori a seguito del revamping, la manutenzione necessaria per la ripartenza dei macchinari di produzione di alluminio, ma non è dato sapere se e quando partirà. L’area industriale è semideserta, l’ingesso della Sider Alloys spicca da lontano, segnalato dalle bandiere sindacali e da uno striscione azzurro: “Continua la lotta per il lavoro e il territorio”. Lo stabilimento è presidiato da quasi sei anni, da quando l’ex Alcoa ha sospeso le attività: prima la cassaintegrazione, poi gli “ammortizzatori sociali” e così quattrocento famiglie si sono ritrovate senza alcuna certezza. “Chiediamo solo di lavorare” dice Luciano, un ex dipendente Alcoa, 57 anni, due figli e una moglie a carico: “Ormai alla mia età non mi assumono da nessun altra parte. Ho una famiglia che dipende da me, non è giusto”. Fernando, 59 anni con 38 di contributi alle spalle, racconta di come “molti dicono che stiamo rubando soldi, per via degli ammortizzatori sociali che riceviamo. È umiliante, perché quello che noi vogliamo è solo lavorare. Lasciateci lavorare”. Ammortizzatori sociali che spesso però rimangono bloccati da questioni burocratiche: nel 2019 per quasi sei mesi circa quattrocento famiglie sono rimaste senza entrate. “Non vediamo altre possibilità, se non riprende la produzione con la Sider Alloys siamo senza speranza”.

Molo del porto di PortovesmeMolo del porto di Portovesme

A poco più trenta chilometri dal polo industriale, sorge la Rwm Italia Spa, filiale dell’azienda tedesca di armamenti Rheinmetall, tristemente famosa per la produzione delle bombe Mk84 e Mk83 utilizzate dall’Arabia Saudita contro i civili in Yemen. A Domunovas e Iglesias, i comuni entro cui si espande la fabbrica, la situazione è controversa. Da una parte c’è chi, come le autorità locali, difende i posti di lavoro che la Rwm offre, dall’altra diverse associazioni operanti nel territorio rivendicano uno sviluppo etico e sostenibile del Sulcis: così dopo la sospensione di diciotto mesi della licenza all’export verso l’Arabia Saudita, data dal governo lo scorso luglio nel rispetto della legge 185/90 che vieta la vendita di armi a Paesi in conflitto, l’aria si è fatta più tesa. A seguito della riduzione delle commesse, infatti, l’azienda ha subito annunciato la riduzione “del ritmo produttivo di tutte le linee di produzione” e quindi “l’inevitabile” piano di ridimensionamento del personale: circa un centinaio di persone si sono trovate senza lavoro e la responsabilità è stata spesso attribuita alle associazioni che negli anni hanno messo in dubbio la legittimità delle esportazioni. In un comunicato stampa, l’Unione Sindacale Di Base Per la Regione Sardegna (USB) ha tenuto quindi a precisare che si è impropriamente parlato di licenziamenti, dal momento che tecnicamente “a queste maestranze non è stato rinnovato il contratto”. E denunciano che è “grazie alla contrattazione di II livello siglata fra azienda e sindacati che questa ha potuto abusare della contrattazione a termine ed interinale ben al di là dei limiti consentiti dal contratto nazionale, come risulta in modo chiaro dal verbale di accordo sulla contrattazione stipulato fra le parti sociali e Rwm Italia il 15 giugno 2012”.

Ma non solo, lo scorso dicembre l’Unione Sindacale Di Base Per la Regione Sardegna, il Comitato Riconversione Rwm, l’Associazione Legambiente Sardegna, l’Assotziu Consumadoris Sardigna e il Centro Sperimentazione Autosviluppo hanno presentato un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica per chiedere l’annullamento della licenza edilizia rilasciata dal comune di Iglesias per il nuovo poligono per test esplosivi “Campo Prove R140”. Al centro del ricorso c’è anche la sicurezza dei lavoratori e dei cittadini: “La normativa vigente in merito al Piano d’Emergenza per le aree Esterne (PEE), il piano di protezione civile che determina le procedure per far fronte ad un incidente industriale sulle aree esterne al perimetro di uno stabilimento – spiegano le associazioni – stabilisce che vada riesaminato, sperimentato e, se necessario, aggiornato, previa consultazione della popolazione, dal Prefetto a intervalli appropriati e comunque non superiori a tre anni”, e va aggiornato ogni qualvolta si determinano variazioni significative nella produzione. Ed è il caso della Rwm: “La produzione militare è stata molto incrementata, passando da cinquecento tonnellate/anno – rilevano le associazioni – alle attuali 6mila tonnellate/anno, con un incremento di ben dodici volte rispetto a quanto indicato nel PEE attualmente in vigore”. Il PEE relativo alla Rwm è visibile al pubblico nel sito della prefettura di Cagliari ed è datato 2012. “Viene da chiedersi se sia proprio necessario che si verifichi una tragedia perché le esigenze di sicurezza vengano prese finalmente in esame” denunciano gli attivisti.

Spiaggia di Porto Pino, lungo la costa sud-occidentale della Sardegna nel Golfo di PalmasSpiaggia di Porto Pino, lungo la costa sud-occidentale della Sardegna nel Golfo di Palmas

Il futuro

La situazione, fatta di stalli e continui compromessi, si riflette inesorabilmente sulle generazioni più giovani, che vedono il proprio futuro lontano dal territorio in cui sono cresciuti. Per chi riesce ad immaginarsene uno. Una rassegnazione che si traduce in abbandono scolastico e inoccupazione: non è un caso che il numero di NEET nel sud Sardegna sia più alto della media dell’isola: 36,67%, in confronto al 31%. NEET è l’acronimo inglese che sta per Neither in Employment nor in Education or Training e si usa per indicare i giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione. Proprio la cittadina di Carbonia è stata scelta nel progetto dell’Unicef Italia “Neet Equity”, lo scorso anno, attivo anche a Napoli e Taranto, per contribuire a rimettere in gioco i giovani rimasti fuori da studio, lavoro e formazione. E tutto sembra sempre più immobile. È necessario “creare una saldatura con i giovani, perché senza riferimenti è difficile che si riesca a creare una visione che possa di fatto incidere sullo stato di cose. Sono tutti orientati all’andar via e non gli si può dar torto, qui per come stanno ora le cose, non hanno e non abbiamo futuro”. Marta racconta di come “a volte anche solo parlare, pure in famiglia, delle problematiche lavorative, del ricatto del territorio, diventa un problema”. Perché un’occupazione nelle fabbriche rimane spesso l’unica prospettiva lavorativa nel Sulcis, “ma per chi ha altre aspirazioni non c’è molto. È proprio una questione di mentalità”.

Anche per chi con la terra vorrebbe lavorare: Fabio è un imprenditore agricolo e anche per lui “il senso di rassegnazione c’è e si sente, sarebbe inutile negarlo, ma non ho mai pensato seriamente di andare via”. In 25 anni ha imparato a guardare le cose da una prospettiva diversa, ma “non sai mai cosa fare di preciso, come rilanciare il territorio stesso, però sinceramente penso che la situazione possa cambiare, tanto per iniziare a livello turistico. Sarà banale, ma abbiamo un potenziale inespresso: mi viene in mente il Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna, a Porto Flavia, che era patrimonio Unesco”, per poi essere di recente escluso dalla Rete Mondiale dei Geoparchi per l’assenza – si legge nel report presentato dai commissari – “di un approccio strategico per l’unificazione o la creazione di un’identità comune oltre a un’organizzazione assolutamente inadeguata per quanto riguarda le risorse umane”. Un’occasione persa per il rilancio economico di tutta la Sardegna e per il recupero di quelle aree modellate dall’attività mineraria, testimoni di archeologia industriale, immersi in una natura di straordinaria bellezza. E poi c’è il mare: “È ancora più banale da dire – continua Fabio – basterebbe attrezzare le nostre spiagge, renderle più fruibili e inclusive per attirare molti più turisti. Altrimenti è normale che a parità di costo le persone scelgano di andare in regioni naturalmente meno belle della nostra, ma più servite, che vanno incontro alle loro esigenze”.

Masua, ex località mineraria oggi balneare, nel comune di IglesiasMasua, ex località mineraria oggi balneare, nel comune di Iglesias

Il Sulcis non è solo la somma dei suoi problemi, contraddizioni e criticità. Come Marta e Fabio, sono diverse le persone che sentono un senso di responsabilità e hanno una visione diversa del territorio. Perché “la testimonianza funziona”: anche Sara dopo diversi anni passati lontano, due lauree magistrali e un lavoro precario, ha deciso di tornare e lo ha fatto “perché ritengo che sia necessario, per quanto possibile, dare il mio contributo. I grandi cambiamenti sono fatti di tanti piccoli cambiamenti e dalla mia esperienza quello che incide di più è proprio la testimonianza”. “La bellezza va ricercata e va saputa riconoscere, è una questione di percezione e allenamento – racconta – spesso notiamo solo le problematiche del territorio e ci limitiamo a lamentarcene: nessuna risorsa economica, ci leghiamo alle industrie e ad altri problemi senza cogliere tutte le potenzialità che il Sulcis potrebbe avere sotto altri aspetti”. E così continueranno “a provare ad avere un futuro qui”, perché come dice Marta “quando vuoi bene a qualcuno, non vuoi e non puoi lasciarlo solo”.

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↔ foto © Riccardo Locci, 2017-2018.