High Maintenance: l’erba del vicino è sempre più buona

Marco De Laurentis

High Maintenance. Tenete bene a mente il nome. Qui da noi è una serie difficile da recuperare – se la googlate vi usciranno non più di cinque articoli in italiano – ma merita di essere vista. Perché? Perché è una serie atipica, fuori dagli schemi, un prodotto brillante e innovativo dal punto di vista della sceneggiatura. Ha conquistato la critica statunitense, compresa la celebre firma del New Yorker Emily Nussbaum, che lo scorso dicembre ha inserito High Maintenance nella lista delle migliori serie dell’anno.

Screenshot_2020-03-12 (20) Emily Nussbaum su Twitter I’m so happy High Maintenance is back I needed the weird TwitterScreenshot_2020-03-12 (20) Emily Nussbaum su Twitter Just watched the High Maintenance S3 finale Honestly one of the best t[...]

 

Oggi è arrivata alla quarta stagione, e anno dopo anno è riuscita a creare uno splendido spaccato della vita urbana e a evidenziare come una serie di persone, seppur strambe e divertenti, possano vivere nella più profonda solitudine, nell’abbandono o essere semplicemente ignorate in un contesto densamente popolato come New York. Isole sperdute in mezzo all’oceano, mentre nelle loro/nostre città assistiamo sempre di più ai cambiamenti prodotti dalla tecnologia e dal capitalismo. High Maintenance merita di essere vista perché ha rivoluzionato la serialità, riuscendo a rappresentare il concetto contemporaneo di collettività, comunità e spazi condivisi dove tanti altri prodotti, anche con più potenzialità e budget, avevano fallito. Ma procediamo con ordine.

 

14379751_1165633853517229_3014666281992194671_o

Ben Sinclair, Katja Blichfeld. Photo by: Marion Curtis (Facebook)

Roll With It

High Maintenance nasce da una coppia sui generis, composta da Ben Sinclair e Katja Blichfeld. Sinclair è il protagonista, Blichfeld lavora dietro le quinte, ma entrambi sono ideatori della serie. La sua nascita è frutto di un periodo di gestazione lungo ma fortunato.

«The greatest show NOT on television». Era questo il claim pubblicitario quando vide la luce nel 2012. Quando è nata, High Maintenance era una produzione indipendente; i due autori (al tempo sposati) scrivevano da soli le scene, allestivano il set e giravano a casa di amici senza saper bene quale futuro avrebbero avuto i loro sforzi. I rapporti del protagonista sono spunti presi dalla coppia nella realtà e, come ammesso da Sinclair, High Maintenance è nata proprio dalla sua esperienza come fattorino (presso un fioraio) a Williamsburg. Non solo gli eventi principali, ma anche e soprattutto lo sfondo della storia nasce dal vissuto dei due creatori.

Dopo poco tempo il progetto è sbarcato su Vimeo, diventando una delle webseries più interessanti nel panorama comedy, premiata poi nel 2015 ai premi WGA (Writers Guild of America) nella categoria Short Form New Media. Fino al grande salto del 2016, quando High Maintenance è stata acquisita dal gigante televisivo americano HBO.

Nel frattempo la coppia ha divorziato, in seguito al coming out di Blichfeld, ma i creatori della serie sono rimasti in buoni rapporti. Ora sono accompagnati da altri sceneggiatori: il passaggio da web a Tv ha cambiato il contenitore e quindi anche il contenuto. Da 7/8 minuti la durata degli episodi è stata ampliata a circa mezz’ora, con conseguente sviluppo dei contenuti. Sinclair ha aggiunto che a partire dal loro divorzio la loro serie ha iniziato a soffermarsi su persone che si allontanavano dalle relazioni, risultando a tratti troppo amara e malinconica.
Il grande stacco si nota nella differenza tra la prima stagione, che ha faticato un po’ nel passaggio tra le due piattaforme, e le stagioni seguenti, che hanno maggiore consapevolezza riguardo la profondità di temi e la creazione e gestione di nuove storie. High Maintenance adesso è un’opera matura, ma conserva la sua natura di produzione indipendente e fuori dagli schemi rispetto al panorama attuale.

high-m

«A city of strangers with one connection»

High Maintenance ruota attorno a uno spacciatore d’erba, barbuto e un po’ naïf, chiamato «The Guy» e impersonato da Sinclair, che gira per le strade di Brooklyn in sella alla sua bici e con una valigetta in stile Pulp Fiction. Un lavoro atipico per cinema e tv ma che sta crescendo negli States, come dimostrano anche i recenti articoli in epoca di pandemie (a New York pare ci sia stato un boom con il Coronavirus). Come affermato dallo stesso Sinclair durante un’ospitata da Colbert, lo show è nato una settimana dopo che la marijuana è stata resa una sostanza legale in stati come il Colorado e Washington. Ma è una commedia sulla droga? Assolutamente no.

Ogni episodio usa il pretesto della consegna di droga per soffermarsi sulle vite che conducono i clienti occasionali, dedicandogli pochi minuti o tutto un episodio. Anche se assistiamo a ogni genere di uso della sostanza, passando per i classici bong, vaporizzatori, pipe, smoking game e vari tòpoi degli show sulla droga, non stiamo guardando una drug-comedy. Il pubblico a cui si strizza l’occhio è quello agiato di HBO (un parallelo con noi potrebbe essere il pubblico satellitare di Sky, dove peraltro sono visibili le tre stagioni), e non quello delle commedie post-adolescenziali con Seth Rogen, per intenderci.

Tutti i personaggi, che siano protagonisti o comparse, sono accomunati volutamente solo dal consumo di marijuana, in ogni sua forma e per qualsivoglia scopo. Ma l’erba è propedeutica al fatto di far vedere la complessità di queste persone, le loro vite, i loro caratteri, le loro peculiarità, senza scadere in banalità o nella retorica, e per dare uno spettro più ampio dei «consumatori di marijuana», fino a demolire l’idea stessa di poter usare il consumo di marijuana per definire un gruppo limitato di individui. L’erba è il pretesto per entrare nell’intimità di questi clienti occasionali. Non ci interessa molto chi usa una sostanza, ma perché lo fa.

Come in ogni narrazione che voglia rappresentare in modo onesto il mondo contemporaneo, i tre temi che si intrecciano qui sono il sesso, la droga e il lavoro, e sono affrontati da un punto di vista sociologico e psicologico. Abbondano nella serie nevrosi, stress, traumi o incertezze sul proprio futuro, nel lavoro, negli affetti. Il filo tra commedia e dramma è sottile, ma sempre ben bilanciato e mai pesante. In ogni scena dura si nasconde una rivelazione, che rende ogni singola storia seducente dal punto di vista narrativo. High Maintenance non giudica o irride nessuno, ma mantiene lo sguardo fisso sulla weirdness di ogni personaggio, sottolineando il modo in cui isolamento e intimità possono sovrapporsi.

Il punto focale è dare una voce a questi sconosciuti. Per certi versi High Maintenance ricorda la polifonia di voci che hanno le serie di David Simon come The Wire, anche se lì si trattava di un vero e proprio romanzo poliziesco corale, in cui gli sceneggiatori sono stati affiancati da scrittori illustri del genere come Dennis Lehane, George Pelecanos e Richard Price. Nel caso di una serie rimasta sostanzialmente indipendente come High Maintenance invece, le singole vignette rese in ogni episodio compongono più un’antologia di short stories vista nel suo insieme, unite solo da Sinclair nei panni di protagonista e al tempo stesso narratore invisibile che tiene legati i singoli personaggi che descrivono New York. The Guy, in quanto venditore di una sostanza illegale, è implicitamente facilitato a entrare nella sfera privata dei suoi clienti. Anche lui, nel corso della serie, ha una propria evoluzione, ma rimane comunque sempre sullo sfondo. In entrambi gli show citati finora, infatti, lo spettatore intuisce, con il passare degli episodi, che il vero protagonista è la città in sé. Cosa significa vivere a Baltimora (nel caso di The Wire), cosa si intende con l’essere New Yorkers in High Maintenance. Naturalmente sarebbe impossibile descrivere nella sua interezza una città come New York; in questa serie il centro del mondo è rappresentato da Brooklyn, dai quartieri gentrificati di Bushwick e Williamsburg, dalla classe media intellettuale e creativa, dagli hipster che girano in bicicletta o che coltivano orti in spazi condivisi, lontani dal punto di vista concettuale da quartieri come l’Upper East Side, Wall Street o Manhattan.

Questa scelta di creare brevi microstorie, poi, che in letteratura potremmo riscontrare nella recente trilogia di Rachel Cusk o nei racconti di Grace Paley, o, per quanto riguarda l’audiovisivo,  in serie come Easy o Master of None, permette di avere maggior libertà sia da parte degli sceneggiatori, sia degli spettatori, che non vengono risucchiati dal solito binge watching compulsivo.

Questa mancanza di trama lineare è una scelta consapevole: ossia quella di elevare l’ordinario a straordinario, la stranezza in normalità. E New York è una fonte inesauribile di questo genere di storie.

IMG_8231

Gli spacciatori a Brooklyn leggono George Saunders

Stay Green

A volte le tinte freak di High Maintenance sembrerebbero farla uscire dai confini del reale, rischiando di farcela risultare kitsch o poco attinente alla quotidianità, ma, come ben descrive Willy Staley sul New York Magazine, la stranezza e il perenne senso di novità rendono magnificamente lo zeitgeist di una città multietnica, aperta ma competitiva (il celebre motto «Go big or go home» è sempre attuale) come la Big Apple. High Maintenance mette a nudo qualsiasi comportamento umano, sia esso consentito o meno, e risalta il lato migliore e peggiore di ogni cosa.

Prendiamo ad esempio uno degli episodi più surreali ma allo stesso autentici della seconda stagione, «Globo». Sappiamo che si è appena verificato un evento scioccante (non si capisce se si tratti di un attentato, come una sparatoria di massa, o dell’elezione di Trump nel 2016). In mezzo a questo caos superficialmente contenuto, compaiono diversi personaggi, che vengono tutti più o meno toccati da questo shock collettivo, e il nostro spacciatore, che ha molte richieste in giro per la città. Dentro un appartamento troviamo un ragazzo completamente in trance («It’s like a phantasmagoria of despair out here» urla impaurito sul divano mentre compra erba da The Guy), mentre subito dopo seguiamo il suo coinquilino in giro per la città. L’uomo sta lottando a fatica per mantenersi a dieta, frequenta una sessione in palestra ma ogni volta che prova a pubblicare i suoi progressi sui social vede qualcuno in lutto e cancella la bozza. Dopodiché si passa ad una donna che fa sesso con due uomini, e rimane allibita quando scopre che sono fratelli. In chiusura si cambia di nuovo focus su un cameriere immigrato che torna esausto a casa, in metropolitana, dopo una giornata pesante di lavoro. Ogni storia ha un punto di svolta che può essere dolce, divertente o, come dicevamo prima, strano. Ma basta questo episodio da solo a farci entrare nei panni di una città ferita e nei suoi abitanti che cercano conforto, anche se non sappiamo da cosa. Le storie finiscono così per essere sempre spontanee e naturali, nonostante l’acceleratore spinto costantemente verso situazioni irrealistiche. Come dimostra la scena di chiusura dell’episodio, in cui un palloncino si libra nel vagone della metropolitana in mezzo ai passeggeri esausti e tutti, sebbene non si conoscano l’un l’altro, giocano assieme. Una scena autentica, sebbene intrisa di fantasia e leggerezza. Tutto è sorretto da una colonna sonora che aiuta a creare l’aria libertina, magica e psichedelica che avvolge la serie.

In definitiva guardare High Maintenance equivale a ripensare ai rapporti che abbiamo con la nostra comunità, nel tessuto urbano, con il nostro quartiere e con la nostra città. Mi stupisce invece che questo approccio sia ancora inesplorato alle nostre latitudini. Forse è solo questione di tempo prima di ritrovarci con videomakers in giro per il Pigneto, o a Porta Venezia, o a San Salvario, nell’intento di svelare la singolarità di ogni persona che abita nel quartiere, nel testimoniare la vita delle persone che incontriamo al bar sotto casa o di chiederci, per un breve attimo sopra un vagone della metropolitana, qual è la vita delle persone che incontriamo di sfuggita ogni giorno.

High Maintenance è riuscita in quest’impresa, restando umile, maneggiando con cura come da titolo il proprio bagaglio culturale, anche quando è stata acquistata da una major, e trasmettendo questo senso di comunità a tutti i suoi spettatori.