Scavare di Giovanni Bitetto

Familiarizzare con le cicatrici:
il romanzo in seconda persona, il tu narrante

In principio fu Georges Perec in Un homme qui dort. Nel milieu delle sperimentazioni formalistiche dell’OuLiPo, Perec decise di scrivere un romanzo in cui il tropo della limitazione letteraria si configurava nella quasi totale assenza del pronome io, in preminente vantaggio della seconda persona singolare. Ce ne sono molti di romanzi in seconda persona che sembrano epistolari ma non lo sono, che seguono i criteri portanti decisamente afferenti a una riconoscibile teoria del romanzo: dal classico intramontabile calviniano Se una notte d’inverno un viaggiatore fino al forsennato, e più recente, Apocalisse a Domicilio di Matteo B. Bianchi, edito da Marsilio. Ha dimostrato di essere un buon interprete del romanzo in seconda persona Giovanni Bitetto, che è riuscito a modulare il dissidio tra un io che prende la parola e un tu che è narrato in maniera esemplare. È uscito infatti pochi mesi fa, per l’editore Italosvevo, il suo romanzo Scavare.

Se consideriamo sempre valido l’assunto narratologico per cui il conflitto è il miglior innesco narrativo, nell’economia di un testo che ambisca ad essere un romanzo, Giovanni Bitetto ha costruito tutta l’impalcatura del suo libro d’esordio sul rapporto dialettico tra due entità contrapposte. C’è un io narrante che prende la parola e si rivolge a un tu ormai defunto. È un tu molto particolare, così come particolare e molte volte impenetrabile è il tipo di rapporto che lega i due termini dialettici del racconto.

Il tu è un avversario offuscato contro cui misurarsi, un’alterità attraverso cui determinarsi, denotarsi per negazione, per sommarsi di nequizie. È il Grande Altro della teoretica di Emmanuel Lèvinas, la cui apparizione, ogni volta, è rivelazione dell’assoluto. L’io è invece un protagonista cognitivamente ondivago, che si nutre di antagonismi, che necessita disperatamente di una dialettica per certificare la propria esistenza. Per il protagonista la morte del grande Altro – che determinava un opposto intellettuale – sopraggiunge dopo la morte dei genitori: il racconto asseconda quindi un dispiegamento del conflitto e il suo annullamento dopo la fine del conflitto supremo, quello generazionale. Il narratore è un io in liquefazione, una meridiana che ha perso il suo gnomone (per usare un’immagine ben riuscita del romanzo). L’io e il tu, il narratore e l’Altro, dopo la morte del secondo, si lasciano seguire lungo le 213 pagine, ripercorrendo tutta la loro storia, dalla più verde giovinezza alla maturità. Le pagine sono intonse, da squadernare con un tagliacarte, come tutti i romanzi della collana Incursioni di Italosvevo editore, (operazione editoriale apparentemente leziosa, ma che dà l’opportunità al lettore di rileggere le pagine, passare più tempo sopra lo stesso complesso di periodi). Alcuni capitoli sono brevissimi e rientrano nel quadrante tipografico di una singola pagina. Tanto che l’attenzione che si finisce per dare ai singoli fraseggi di testo è quantitativamente assimilabile a quella impiegata per un testo poetico.

Il procedimento del monologo è ben cogitato, sebbene diegeticamente confuso, e porta con sé profonde riflessioni sulla competizione nelle arti, sulla critica e sulla letteratura. Tanto che non sembra fuori luogo intuire, tra una riga e l’altra, Thomas Bernhard tra le letture più connotative di Giovanni Bitetto: il nostro soccombente bernhardesco è molto più fluido, intellettualmente vorace e punk, del suo analogo austriaco. Un amico geniale (Elena Ferrante, altra lettura intuibile in filigrana) a tensione continua e monologica, che brutalmente ci scaraventa sotto gli occhi lo spaesamento di uno studente di provincia, vittima di un bias disciplinare. Un rapporto distorto con l’Altro che gli fornisce gli strumenti per la sua realizzazione come scrittore.

C’era un vecchio saggio di Enrico Crispolti, lungamente dispensato come Bibbia ermeneutica degli storici dell’arte, i cui capitoli erano tenuti insieme da un refrain lapidario: la menzogna è il fondamento di ogni rappresentazione. Il protagonista, quello che dice tu nel romanzo di Bitetto, asseconda questo motto alla perfezione. È uno scrittore di medio successo, che rigetta tutto nella creatività, con gli ovvi effetti collaterali. Prende in piena faccia le controindicazioni di una vita dedicata alla letteratura, sempre in profondo dissidio interno tra la totale abiura alla vita ai fini della scrittura e l’ammissione della totale falsità del gesto letterario («La letteratura è illusione, deformazione, la bugia raccontata al prossimo»). Il Grande Altro è invece un filosofo che raggiunge grande notorietà, grazie alla sua profonda abnegazione e totale sicurezza, nonostante i pesantissimi disagi fisici che lo affliggono sin dalla nascita. Personaggio marginale ma efficacissimo è poi quello della compagna dell’io narrante, la quale offre l’occasione all’autore di inserire un intervento cuscinetto-fiume, quasi una monologica colata lirica – come fosse un’infinitesimale Molly Bloom – che sincopa lo stream narrativo del protagonista.

Il nostro protagonista segue un bildung asistematico, che si definisce per negazioni. Attraverso il rigetto, il protagonista solca un percorso retrospettivo in prosa di riflessioni e di divenire romanzesco verso la costituzione dell’io- autore.

Ti confesso che quel giorno pensai che tu non ci avessi capito nulla, costretto com’eri nelle tue striminzite categorie filosofiche. Adesso bramo un esercizio rigoroso, un intervento protervo che demistifichi le mie illusioni. All’epoca ero ricolmo d’odio e vanità, mi vendicai come meglio potevo.

L’Altro del libro, il tu, così irraggiungibile, così metodico, quasi incomprensibile nelle sue posizioni eteree e respingenti, segue categorie metodiche fisse, segue un processo di analisi ben definito dall’ingranaggio del pensiero. «Categorie ferree, rispondevano a logiche e dialettiche, la scienza esatta di pensiero e materia»: a questo il letterato che dice io, presente, riconoscibile, non riesce a contrapporre alcun argine, se non uno sfogo disarticolato di «frattaglie retoriche». Cos’è questa se non un’evidente dichiarazione critica nei confronti del posto che attualmente ricopre la recensione nella filiera editoriale italiana? Giovanni Bitetto si è distinto negli ultimi anni per il suo occhio critico e per la sua acutissima cognizione letteraria. Nel suo romanzo d’esordio sembra che, gettando la maschera, si chieda: la critica letteraria giornalistica a quale compito assolve? Quale metodo segue? Quanto il parlare e lo scrivere di libri segue effettivi codici di analisi dei testi e quanto è in realtà un seducente vanverare?

Scavare è un romanzo che parla di cicatrici e macerie, di sacrificio e cognizione del dolore. Tutto il testo è al passato, con il volto rovesciato all’indietro ad analizzare i ricordi e le idee scontrate inesorabilmente contro la cattiveria dei giorni. Il marxismo e il suo superamento, il supporto ideologico novecentesco, è uno dei grandi temi del romanzo. Da una parte il grande Altro è filosofo marxista (anzi, post-marxista), dall’altra l’io è un letterato nichilista, deluso dalle acerbe esperienze politiche, dall’inefficacia dei metodi, dalle inconsistenze pratiche dei movimenti. Emblematica la scena dell’incontro tra i due al cospetto del busto di Lenin a Cavriago, che in controluce rammenta una vecchia canzone degli Offlaga Disco Pax.

Altro tema del libro è la già accennata provincia italiana. Nel particolare, la provincia meridionale: distante e ingabbiante, il nido che richiama e rassicura, una volta che la sbronza della giovinezza nella città-simbolo di Bologna si scontra con la sua inautenticità; la provincia che diventa luogo in cui la marea della chiacchiera si prosciuga e lascia emergere tutta la secchezza esistenziale, tutta la vacuità dei dissidi. La provincia è presente nella prima fase del libro – nel ritratto dell’artista da giovane in cui il contesto del paesello è raffigurato da un luogo in cui non ci sono alternative alla triade chiesa-televisione-droga– e nella fase mediana, quando il protagonista – tornato deluso dall’oppressione intellettuale bolognese – ricalcola lo spazio intellettuale occupato nel mondo e scrive il suo romanzo. La provincia poi riappare nel ricordo maturo del protagonista, verso la fine del libro, nello sguardo livellante sulla piazza del paese. In questa parte – una delle più riuscite del libro – come un Frédéric Moreau che si confronta con Deslauriers, gli addendi esistenziali che vengono enumerati, i traguardi e gli scompensi soppesati dal protagonista con lo sguardo rivolto al passato, si mostrano in tutta la loro vacuità nel confronto con i loro conterranei che mai hanno lasciato la condizione di vinti.

Si legge nel libro: «Amore e odio galleggiano sulle acque del desiderio», che sembra una massima lacaniana, e sottolinea benissimo come l’ambivalenza del rapporto tra io e tu, fatto di attrazione e repulsione, sia lo speculum di ogni rapporto umano funzionale alla nostra sussistenza. Che sono poche, pochissime, due, tre al massimo, le persone con cui si è veramente nudi, col volto spogliato delle maschere e i sentimenti asciugati dalla melassa del super-io, quelli il cui confronto ci rende ciò che siamo. In più Giovanni Bitetto con questo romanzo ci suggerisce un’ulteriore grande verità. Che nulla come i gusti in letteratura sono il risultato di un sommarsi di fratture emotive, di immagini che portiamo dentro senza saperlo, sedimentati nella memoria. Nulla come i nostri traumi, come le nostre paure, come i nostri wet dreams e i nostri sogni infranti definiscono il nostro stile, la nostra ritmica romanzesca. Che «è proprio dal fallimento che si origina la letteratura, dall’esile respiro del linguaggio che si scopre inadeguato a nominare il mondo e per questo si sforza di superare sé stesso».

Bene così, un ottimo inizio.