Il mio stesso sangue

Noemi De Lisi

La pace è una menzogna, vi è solo passione.
Attraverso la passione, acquisto forza.
Attraverso la forza, guadagno potere.
Attraverso il potere, guadagno la vittoria.
Attraverso la vittoria, spezzo le mie catene.
La Forza mi libererà.”
(Codice Sith)

«Con gli altri mi sento di parlare così solo quando hanno gli occhi chiusi. Lo so che sembro malato quando entro nella stanza dei miei genitori e inizio a parlargli piano mentre sono distesi a russare. Le parole si mischiano al raschiamento delle loro gole, diventano cattive anche se dalla mia bocca escono buone, gli confesso tutto. A te ti parlo così anche quando tieni gli occhi aperti, sei l’unica, Vania, ti giuro, non ti nascondo niente. Voglio parlarti più veloce del solito, oggi, farfugliare tutto e balbettare un po’ sulle “d” e sulle “t”, così poi il tuo cervello registra le cose confuse, a pezzi, e ti fa fare sogni strani. Ti chiederò com’ero vestito nel sogno, cosa facevo nel sogno. E tu mi dirai Non lo so, Saro… eri diverso, non eri tu, però sapevo che dovevi essere per forza tu. Hai sognato nostra figlia? Sforzati, dai, ti devi ricordare di una bambina, le madri sognano sempre il figlio che aspettano. A me non frega niente, te lo dico vero, lo sai, se venisse uguale a te, io sarei troppo felice, però… quante probabilità ci sono che nasca con la tua stessa malattia?».

Saro viveva ancora con i suoi genitori, di notte li sentiva russare dal fondo del corridoio mentre la sua stanza si riempiva di cimici verdi che entravano dalla finestra. Pensava che Vania poteva viverci bene in mezzo agli insetti senza accorgersene, tanto non riusciva a vedere le cose piccole: tutto il mondo avrebbe dovuto essere grande quanto lei o più grande di lei per esistere. Le cimici s’infilavano dentro l’abat-jour fatta di carta di riso, il guscio duro sbatteva contro la lampadina. Saro passava ore ad aspettare che uscissero per schiacciarle con l’infradito. Poi prendeva un fazzoletto, le toglieva dalla parete, dal comodino, dal letto e le posava sulla scrivania. La femmina della cimice verde depone fino a 100 uova in piccoli ammassi dalla caratteristica forma esagonale. Dalle uova fuoriescono ninfe dall’aspetto grossolanamente somigliante a quello dell’adulto, eccezion fatta per l’assenza di ali (emimetabolia). Le ninfe passano attraverso 5 stadi pre-immaginali, nell’ultimo dei quali compare un abbozzo di ali. Il piano di truciolato della scrivania era ricoperto di fazzoletti appallottolati con le cimici, fogli, vestiti, libri, bottigliette di plastica, caramelle, cerotti usati, pelle morta strappata dai talloni. Saro puliva la sua stanza solo quando sapeva che Vania sarebbe arrivata. Ormai lei non saliva più spesso come prima; da quando aveva il ritardo, era diventata ancora più strana, non la capiva più. Saro riordinava la scrivania sempre senza attenzione, toglieva solo il grosso, tanto lei non poteva vedere i dettagli.

Vania gira a vuoto la manopola di sinistra, preme con forza, allenta e rigira piano, pianissimo, l’acqua calda non esce. Sua madre entra in bagno, si sporge alle sue spalle, fa un’ombra sul lavandino, capisce tutto, la rimprovera, ma com’è che le è venuta una figlia così materiale: «hai rotto di nuovo il rubinetto, Vania? Vattene, per cortesia prima di fare altro danno, distruggi sempre tutto». Non le piacevano i rubinetti con la leva (anche se di sicuro quelli non si rompevano mai), per l’acqua calda si spostano a destra o sinistra? Troppo bollente, troppo fredda. I rubinetti che aveva lei in casa, invece, erano i migliori, a due manopole: quella di sinistra acqua calda, quella di destra, acqua fredda; più veloce, più facile, più logico. Lava le mani sporche di fondotinta con l’acqua fredda, le asciuga, torna nello specchio; la matita per occhi non può metterla perché ha avuto da poco un’infezione ed è meglio evitare, «vede, le sue lacrime sono grasse, diciamo così, più dense del normale, per questo i suoi condotti lacrimali s’infettano così di frequente; non c’entra con la sua patologia di base. Le prescrivo questa soluzione oftalmica da usare ogni mattina, e mi fa sapere come va. Ora che lo sa, però, deve stare attenta, non si tocchi mai gli occhi con le mani sporche, e soprattutto cerchi di non stressarsi, che pure i nervi fanno scoppiare gli occhi». Guarda il cellulare, mancano cinque minuti all’appuntamento con Saro. Spegne la luce del bagno, corre nella sua stanza, prende la t-shirt dall’ammasso buttato sulla sedia-armadio di fronte la scrivania. La maglietta è sgualcita, «non c’è bisogno, se le pieghi bene le cose, è come se fossero stirate. Così, guarda: piega bene quando ti sposi così hai la metà del lavoro già fatto. Quelli che stirano pure i calzini e le mutande hanno problemi seri», si preme la t-shirt sulla testa, la tira giù di botto, i capelli per aria, elettrizzati per un secondo, respira di nuovo, si passa una mano sulla maglietta, c’è una piega che non si leva. Prende i pantaloncini di jeans, una gamba e una due, la vita alta chiusa nella cerniera, bottone, effetto pancera; si mette di profilo davanti allo specchio a parete, si succhia, trattiene il fiato, «ma tu non hai bisogno di fare la dieta, che minchia dici, basta che ti succhi e già sei magra perché tu sei già magra di tuo. Io allora che dovrei dire? No ma devo dimagrire e me lo so io come, devo diventare troppo bona, e poi vi fazzu abbiriri io, r’accussì, magrissima, tutti svenuti, attìpo passerella». Quando aveva diciotto anni pesava 43 chili, chissà perché poi è andata così. Non potrà più tornare com’era prima, oscilla sempre fra 54,6-53,8-52,4, non scenderà mai sotto i 52. Si guarda la pancia di profilo, primo mese, secondo mese, terzo mese. Saro ogni giorno le chiede se è arrivato, non lo sopporta più; ha cercato su Google “ritardo due settimane ciclo”: ha letto tutta la prima pagina dei risultati, anche se non lo aveva mai fatto, «gli utenti non vanno oltre i primi cinque risultati, l’obiettivo è posizionarsi fra questi; non basta indicizzare, indicizzare è la base. Ci sono ancora tante aziende ingenue che sorvolano sul concetto di SEO. Ad esempio, prima di vedere il tuo curriculum, facciamo questa prova: fai una ricerca su Google, scrivi una parola qualsiasi come albero, cane, mare, scommettiamo che il primo risultato è Wikipedia?».

Ritardo ciclo: quando preoccuparsi
Ritardo del ciclo: non solo gravidanza
Sono o non sono incinta?
Ritardi mestruali: possibili cause, cosa fare
Ritardi del ciclo: possibili cause e quando preoccuparsi

Aveva deciso di darsi un tempo massimo, se il ciclo non le arriva entro lunedì, allora fa il test di gravidanza. Ha anche cercato “migliori test di gravidanza”, non sa che marca scegliere; quando lo aveva comprato per Sonia, all’ultimo anno di liceo, tredici anni prima, ne aveva preso uno qualsiasi. Quella l’aspettava fuori dalla farmacia con la testa bassa, incappucciata, le mani nelle due tasche sul davanti della felpa, non se la sentiva di entrare. A lei, invece, veniva pure da ridere; quando era arrivato il suo turno aveva detto solo «un test di gravidanza». Poi si erano sedute alla fermata dell’autobus accanto a una vecchia piegata sulla borsa che teneva sulle cosce. Faceva già buio di pomeriggio, senza luce Vania ci vedeva meglio, si poteva togliere gli occhiali speciali con le lenti rosse. A scuola leggeva e comprendeva un testo in tempi brevissimi, quando i professori si ricordavano di farle avere le fotocopie con i caratteri ingranditi; era la più brava anche se la luce a neon della classe le dava fastidio. Avrebbe potuto fare tutto nella vita. Sonia aveva tirato fuori il bugiardino del test e lo leggeva ad alta voce, così lei poteva spiegarglielo.
«Che vista, signorina, come legge bene con tutto che siamo al buio, complimenti! Eh ma pure io alla sua età, ci vedevo perfetta».
«Shhh ma la smetti di leggere buttando voci che ti stanno sentendo tutti? Lo deve sapere tutto il mondo che così non riesco a leggere?».

La rapina: Parte I – Il duello

«E se poi ci fanno un video e lo pubblicano? C’è la sorveglianza pure».
«Ci dobbiamo mascherare, così non ci riconoscono».
«Ce li hai ancora i trucchi di Halloween?».
«Certo, saranno ancora buoni, giusto, o hanno la scadenza? Ci copriamo tutta la faccia».
«Boh, al massimo sono secchi ma io mi ricordo che li usavamo pure per anni».
«Ci possiamo truccare da Darth Maul».

Tu e Vania avete riso scalciando per aria con gli occhi strizzati, vi siete alzati dal divano del soggiorno, avete cominciato a combattere mimando le spade laser:
«Vuuum, vuuum»
«Se non sei con me sei mio nemico!»
«Soltanto un Sith vive di assoluti. Farò ciò che devo.»
«Tu provaci.»
«Vuuum!»

Vania è inciampata sul tappeto, per afferrarla hai dato una manata alla statuetta di ceramica sopra il tavolino, è in frantumi sul pavimento, tua madre ci teneva. È stata una delle prime idee: rapinare un benzinaio perché ha la cassa in tasca, altrimenti dove li prendete i soldi? Finalmente realizzate i vostri progetti. È tutto molto semplice, ognuno ha un compito, e ovviamente dovete farlo di notte: prima dovete controllare la stazione di servizio, osservare bene, aspettare, poi avvicinarvi al benzinaio senza che se ne accorga. A questo punto tu devi immobilizzarlo, cerca di non colpirlo per non peggiorare le cose, tienilo fermo mentre Vania gli mette le mani in tasca e prende i soldi. Alla fine dovete scappare e basta, non potete rischiare molto prima di fare il test; Vania non può fare sforzi, tu non puoi finire in galera. I vostri genitori non ne devono sapere niente, mai, dovete stare attenti, volete solo realizzarvi. Tutto si sistemerà.

02/10/2019

Non ho ancora detto a Saro della novità… tra l’altro, perché dovrei dirglielo? È giusto dirsi tutto in una coppia? A me sembra esagerato fino a questo punto. Degli scatti con la testa, in effetti, non gliel’ho mai detto perché tanto non ce n’era bisogno, ho sempre saputo gestire bene la cosa. Stavolta però è diverso e forse dovrei parlagli di questa ulteriore evoluzione della cosa, dato che potrebbe sentirmi. L’altro giorno lo stavo facendo di nuovo mentre lavavo i piatti, così senza rendermene conto mi sono messa a ripetere delle frasi, dei dialoghi del passato. Credo che mio fratello mi abbia sentita perché è entrato in cucina, mi ha guardata, e io ho tossito e poi mi sono messa a canticchiare per confondere tutto. Che bellezza, quindi sto assistendo a un’altra evoluzione di me stessa? Prima c’erano solo i pensieri ossessivi: mi ripetevo un pensiero nella mente all’infinito (come quel giorno sul treno per Alcamo, stavo uscendo pazza… non lo voglio manco scrivere il pensiero di quel giorno perché ho paura che ricominci). Poi ho iniziato a levarmi i pensieri facendo gli scatti con la testa, mi sentivo meglio così. A un certo punto, non c’erano più manco i pensieri ossessivi ma solo gli scatti, tipo tic. Ora al posto degli scatti, dico direttamente delle frasi. Sono sempre quelle cazzo di frasi, di cose che ho detto io o hanno detto gli altri un giorno fa o mille anni fa. In realtà forse è tutto normale e mi sto facendo le paranoie, un sacco di persone parlano da sole. Volevo fare la domanda su quel sito dove gli psicologi ti rispondono gratuitamente online ma non lo trovo più, non c’è fra i primi risultati. Magari se lo dicessi a Saro, mi direbbe che capita anche a lui, così potremmo fare i pazzi insieme. Se noi siamo pazzi, anche nostro figlio potrebbe nascere pazzo. Non ho più quindici anni, mica posso pensare di abortire, già sono in ritardo, sono nella maturità biologica per fare un figlio… a trent’anni il figlio te lo tieni, giusto? Forse dopo tutto si sistemerà, diventeremo delle persone normali. Saro l’altro giorno faceva tutti quei calcoli per capire quanto guadagna all’anno con le lezioni private e le serate. Con la band sta andando bene con il fatto dei matrimoni li chiamano spesso per ora, almeno mangia pesce gratis. A me la web agency paga ancora un centesimo a parola, anche dopo un anno, e quando mi capita una commissione buona da altri esterni, tipo quando ho preso 200€ solo per quella landing page, poi non mi è capitato più niente di così alto per mesi. Immagino nostro figlio fatto di banconote come un pupazzo di cartapesta, con le monete che fanno da pesetti per non farlo cadere quando lo metto seduto sulla mensola. Lunedì saranno 20 giorni di ritardo, se davvero sono incinta, vorrei partorire nel sonno e l’indomani ritrovarmi con questo pupazzo di soldi fra le braccia. Lo metterei dentro una scatola da scarpe, non lo farei uscire dalla mia stanza, non lo direi a nessuno. Col passare dei giorni, le banconote si sfalderebbero e le monete si staccherebbero cadendo come bottoni. Io mi sentirei fortunata perché a ogni passo troverei sempre una moneta sul pavimento. A lui, al posto dei soldi, gli crescerebbero i peli su tutto il corpo, un nuovo strato di consistenza. Potrei sollevare il mio figlio-pelliccia con una mano, e stringermelo al collo soprattutto in inverno dato che non abbiamo i riscaldamenti. Da mangiare gli darei i capelli e le ciglia che trovo sul cuscino.. Lui rigurgiterebbe sempre tutto dopo ogni pasto, il liquido grumoso gli si accumulerebbe addosso strato dopo strato, giorno dopo giorno, si incollerebbe ai peli, si seccherebbe in splendenti cristalli di vetro durissimo. Il mio bambino diventerebbe adulto nel giro di una settimana dentro il suo involucro trasparente, e lo infrangerebbe con una testata. Dei suoi peli di neonato gli rimarrebbe solo la barba. Sarebbe così alto che non saprei più dove nasconderlo, non entrerebbe neanche sotto il letto. Lo farei uscire di casa una notte, senza far rumore, «vai per la tua strada», gli direi. Non avrei paura a lasciarlo camminare da solo senza gli occhiali speciali, perché tanto avrebbe la vista perfetta. Potrebbe riconoscermi anche da 1 km di distanza, non mi somiglierebbe in niente pure avendo il mio stesso sangue. Basta, se entro lunedì non mi viene il ciclo, faccio il test. Però ci mando Saro a comprarlo, io non me la sento di entrare.

La rapina: Parte II – La corsa dei diavoli

Per un’ora, nella notte afosa, i lampi hanno acceso il cielo secco di sabbia. Loro avevano paura, non volevano rovinarsi il trucco. La stazione di servizio era una piccola chiazza di luce bianca immobile: diesel 1,499, senza PB 1,599, benzina 1,577, aperto 24H, nuova gestione. C’era un marocchino con la divisa arancione e blu dell’IP seduto su una sedia bianca di plastica davanti ai distributori. Tutto il suo corpo era ammassato come un cumulo di vestiti sgualciti con le braccia intrecciate sulla pancia, la testa penzolante con gli occhi chiusi. Loro sono rimasti a guardarlo fermi dall’altra parte della strada, nascosti dietro una fila di macchine posteggiate. Saro doveva descrivere a Vania la scena per tradurre la cenere che lei aveva negli occhi da quella distanza.

L’acromatopsia congenita è un raro difetto genetico della vista, presente fin dalla nascita e non degenerativo (non peggiora col tempo né porta alla cecità). Le sue manifestazioni caratteristiche sono:

  • cecità ai colori (visione monocromatica)
  • estrema sensibilità alla luce (abbagliamento)
  • bassissima acuità visiva (perdita dei dettagli già a breve distanza)

Lui avrebbe potuto lasciarle la mano e fare qualche passo in avanti per diluirsi nella scena, sfuocarsi, sbiadirsi, smarrirsi nel suo campo visivo, non distinguersi più dalle altre cose del mondo. Un tuono aveva aperto gli occhi del marocchino in tempo per vedere la faccia di due diavoli corrergli incontro.

La bambina ti attraversa. Sei solo nella tua stanza, la finestra è chiusa, le luci del palazzo di fronte evaporano nel buio. La bambina esce da te come una catastrofe, rovina tutto, fa esplodere ogni cosa attorno a sé, ti cambia. Hai il tempo di levarti i jeans, di cadere sbattendo l’osso sacro contro il pavimento e di squarciarti. Metti una mano sui testicoli e li senti gonfi, lisci, scivolosi; divarichi le gambe sotto una pressione nuova, magnifica, e li vedi aprirsi, stracciarsi. Il pene si alza nello sforzo, per la prima volta ti sfiora il mento; subito dopo diventa minuscolo, si ritira all’interno, si trasforma, è invisibile. Non riesci a chiamare aiuto, non hai abbastanza fiato per urlare e spingere nello stesso momento; hai letto che se urli non va l’ossigeno al cervello della tua bambina. Fai tutto in silenzio, non piangi nemmeno, hai promesso di non farlo più. In mezzo ai testicoli si è aperto un buco come il pozzo dei desideri, vedi le mani della tua bambina aggrappate all’orlo, con le unghiette ti scortica i margini. Devi dare ancora un’ultima spinta per aiutarla a risalire dal fondo, per poterla salvare, per abbracciarla; e dopo tutto sarà diverso, scapperai con lei, non lo dirai mai a nessuno. Pesti i piedi sul pavimento continuamente, ti premi le mani sull’inguine, schiacci forte con la punta delle dita, e così fai uscire di nuovo il pene. S’ingigantisce, lo afferri come una leva, hai bisogno di tutta la forza possibile, lo attiri a te, lo sbatti sulla pancia, l’ingranaggio si sblocca, vedi la testa. La bambina è scivolata ai tuoi piedi. È ricoperta di sangue e di muco, ha i capelli lisci, neri, appiccicati alla testa, non ha preso niente da Vania, somiglia solo a te, da adesso in poi sarai una persona migliore. Vuoi prenderla in braccio ma sguscia via, finisce sotto l’armadio, non riesci a raggiungerla.

La rapina: Parte III – La Pantalassa

Passiamo accanto al marocchino correndo, tenendoci per mano, non lo abbiamo manco sfiorato. Lo sentiamo gridare alle nostre spalle, ci mettiamo a ridere. Forse abbiamo bisogno di muoverci per scatenare le mestruazioni, di solito funziona. Battiamo i piedi veloci sull’asfalto, vogliamo tornare a casa prima del diluvio. Serve solo una macchiolina rosa sulla carta igienica dopo la pipì, oppure del muco vaginale mischiato al sangue sulle mutande, basta un segnale, il flusso abbondante verrà dopo. Corriamo sempre più veloci per fare tornare tutto come prima, per essere liberi. La strada è tutta dritta, non respiriamo più, andiamo in apnea, ci viene una fitta al fianco, l’acido lattico ci cola sui muscoli delle gambe. Alle spalle, sentiamo nostro figlio piangere, moltiplicarsi e diventare uno sciame. Ci inseguono dall’alto, i loro corpi minuscoli galleggiano nell’aria, alcuni mettono il piede sulla ringhiera di un balcone, piegano il ginocchio per darsi un nuovo slancio in avanti, si avvicinano. Hanno la faccia accartocciata, ci rimproverano, hanno fame, e ci catturano risucchiandoci dalle narici. Dalle cavità nasali gli scivoliamo nella gola, nello stomaco, veniamo scomposti in proteine e zuccheri, il loro sangue ci assorbe. Comincia a piovere, ci fermiamo in piazza, sotto la pensilina di un portone, respiriamo con la bocca aperta. Ci guardiamo, e non ci riconosciamo subito perché siamo uguali a Darth Maul, vite alternative. Ci buttiamo lo stesso le bocche addosso, ci premiamo l’uno contro l’altra, ci ricordiamo tutto di noi: il trucco si rovina, si scioglie. Lo scroscio della pioggia attorno s’infittisce, allaga la piazza e ogni cosa, ci riporta indietro nel tempo, immersi nell’oceano primordiale, prima di venire al mondo.

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↔ In alto: foto di Flora Westbrook from Pexels.