Un nuovo Oliver Sacks? – Scura è la notte, luminose le stelle di Paul Broks

Roberto Galofaro

In tutti i brevi capitoli che compongono il corposo Scura è la notte, luminose le stelle (The Darker the Night, the Brighter the Stars, 2018; pubblicato in Italia da Edizioni di Atlantide nella traduzione di Michele Trionfera), Paul Broks mette in crisi (ma senza mai abbandonarla) una concezione meramente fattuale della coscienza. Perché non tutte le risposte a cui la scienza è approdata sono ultimative, perché lo stato di buona parte delle teorie su quella «macchina» prodigiosa che è il cervello sono continuamente esposte al dubbio e alla revisione. In un capitolo invero molto divertente Broks si chiede, per esempio, quanta parte della psicologia freudiana sia sopravvissuta agli studi più moderni sul funzionamento organico del nostro cervello.

Broks muove da posizioni strettamente materialiste: non esiste l’anima immateriale, la coscienza non ha un punto d’origine o una definizione univoca ma è forse da immaginare come un fascio di attività e funzioni che accadono di concerto, il libero arbitrio non esiste (come voleva Hume). Il suo però non è mero amore del determinismo. Trent’anni di esperienza clinica e di studi sul cervello, sull’anatomia e l’architettura delle reti neuronali e sulla specializzazione delle aree encefaliche hanno convinto Broks della consistenza materica (e perciò caduca e soggetta – umanamente – all’errore) di ciò che noi chiamiamo in maniera sbrigativa «mente». E tuttavia certe manifestazioni del pensiero (conscio o inconscio) hanno un portato di verità percepita che continuamente si spinge al di là del semplice dominio della concretezza. È bello vedere una mente atea e razionalista alle prese con il magico e il soprannaturale.

Il libro che ne risulta si colloca a metà strada tra memoir e saggio clinico. «Fatti e finzioni sono fianco a fianco. La scienza e il mito sono aggrovigliati», scrive l’autore nel Prologo. E al fondo dell’intero testo c’è l’esperienza del lutto di Paul Broks per l’amata moglie «Kate» (il virgolettato è mio, e sarà chiaro ai lettori solo nelle ultime pagine). In molti passaggi Broks ricostruisce il dolore della perdita, lo strazio della mancanza («L’assenza ti pugnala», va ripetendo), interrogandosi sulla capacità della mente di ricreare allucinazioni durante la veglia e mescolare ricordi e sogni per riportare in vita la persona amata, per il breve tempo di un’illusione consolatrice.

Così le discussioni con la moglie puntellano il racconto, e in particolare più volte ritorna una frase dalla bellezza disarmante e sconcertante insieme, perché pronunciata da Kate sul letto di morte, prossima ormai alla sconfitta dopo una lotta di otto anni con un tumore alle ossa e ai polmoni: «Tu non sai quanto sia preziosa la vita. Pensi di saperlo, ma non è così». Ciò che Broks tenta di fare è, da una parte, connettere la sua esperienza personale con la sua esperienza di scienziato, coltivando riflessioni filosofiche e riferendo esempi tratti dalla sua esperienza clinica; e dall’altra tessere un racconto in cui filosofia e mito si parlano come tentativi differenti di rispondere alle medesime domande. «Le spiegazioni meccanicistiche del mondo rientrano totalmente nella sfera naturale, e le spiegazioni magiche in quella soprannaturale. Le spiegazioni mentalistiche e mitiche, in una certa misura, stanno a metà tra naturale e soprannaturale. Per naturale intendo “che obbedisce alle leggi di natura” e per soprannaturale “che sfida le leggi di natura”».

Uno degli episodi più riusciti è un racconto personale in cui si confrontano i concetti di epifania (rivelazione del senso) e apofania (presunzione del senso, sincronicità, attribuzione di senso alla coincidenza): noi esseri umani percepiamo e interpretiamo la realtà secondo schemi consueti; le coincidenze sembrano avere un senso (psicologico, in primo luogo), ma è solo un affascinante inganno della mente, della struttura della mente. Non c’è alcuna predeterminazione, non c’è destino: mentre racconta i miti degli antichi greci (torna più volte sull’immagine simbolica del delfino), Broks ricorda che siamo composti nient’altro che dagli atomi scagliati nello spazio dal Big Bang e dai resti di miliardi di altre esplosioni di stelle. «Se ci troviamo qui è per l’azione delle forze fisiche cieche dell’universo, dell’evoluzione della vita sulla terra e delle contingenze della storia umana. Siamo qui perché siamo qui perché siamo qui, come cantavano i soldati durante la Prima guerra mondiale».

Broks affronta temi estremamente profondi, il più affascinante dei quali è forse quello della coscienza, che cosa sia e quando si sviluppi la «senzienza» in un essere umano. Lo fa ricorrendo a casi esemplari e di grande effetto, come la paralisi nel sonno, lo split-brain o la visione cieca, e citando e interpretando gli studi di filosofi come William James e autori come Chris Frith («la nostra percezione del mondo è una fantasia che coincide con la realtà») e Nicholas Humphrey («Sensazione e percezione si possono separare […] e sono i sistemi sensoriali, non quelli percettivi, a trovarsi alla base della consapevolezza»).

Ancora, racconta lo sbarco sulla Luna (e la difficoltà per Armstrong e Aldrin di fronteggiare «l’errore dodici-zero-due») ricostruendo l’alone mitico legato al satellite e le conseguenze dello sbarco sulla sua immagine poetica e romantica, per concludere, contro la tesi di Tom Stoppard e di altri: «Armstrong e Aldrin hanno camminato sulla luna e nulla è cambiato». Alcuni casi sono memorabili, come quello di Pat Martino, chitarrista jazz di fama che, in seguito a un intervento chirurgico al cervello, dimenticò di saper suonare la chitarra e poi reimparò a farlo, tornando a esibirsi al medesimo livello di virtuosismo.

La storia di Pat Martino è una leggenda meravigliosa ma, a volte, viene raccontata come se fosse un mito. Qual è la differenza? Credo che si riduca all’equilibrio fra significato e fatti. Diciamo che esiste un continuum fra storie vere, naturalistiche, basate su eventi concreti, e storie che parlano di entità e avvenimenti sovrannaturali. Le leggende stanno nel mezzo. Sono semi-vere ma possono contenere elementi sovrannaturali. […] La funzione del mito sta proprio qui, nel dare un significato. I fatti, o la mancanza di essi, non contano più di tanto. È il racconto che conta, non la storia.

Questo passaggio ci permette di sottolineare la differenza, neanche poi così sottile, con il principale predecessore di Broks: il «misterioso e misterico» Oliver Sacks (la definizione è di Manganelli), al quale non si può fare a meno di pensare, leggendo. Broks è forse l’autore migliore sulla piazza per chi, come me, si sente orfano di Sacks. Ma la distanza tra i due salta all’occhio sin dalle prime battute. Mentre l’esposizione di Sacks, empatica, appassionata e appassionante, è tutta volta alla ricostruzione di una storia clinica e ha il pregio di far emergere il dramma individuale e il dato biografico (anche patetico) dal cilindro del suo interesse scientifico, il racconto di Broks invece indugia sul particolare drammatico, costruisce più di una volta una scena a effetto per poi ricorrere alle peregrine spiegazioni mediche. In Sacks il colpo di scena spesso è costituito dalla semplice diagnosi, o dalla descrizione delle conseguenze teoriche di una diagnosi straordinaria. Broks è spesso teatrale, ma in tutt’altra maniera. In un capitolo mostra agli studenti la registrazione di una seduta con un paziente anziano: a Sacks sarebbe forse interessato mostrare le abilità e i deficit del paziente; a Broks interessa raccontare i dettagli del video in cui lui appare più giovane di vent’anni, le domande agli studenti e il loro silenzio, le sue imbeccate provocatorie, e alla fine non dà nessuna risposta, creando volutamente un cliffhanger.

Broks vuole narrare, gli piace mettere in scena, rappresentare, gli piace la fiction (uno dei primi capitoli racconta le sue fantasticherie di bambino prima di prendere sonno, uno degli ultimi racconta la sua ipotetica vita futura da ultracentenario) e in questo il suo modo di scrivere sembra figlio dei tempi. Tempi in cui l’informazione non basta, ma deve essere d’impatto, deve impressionare ed emozionare. A Sacks era sufficiente una bonaria ricostruzione; anche quando era ricco di dettagli era interessato più ai fatti che al banale effetto narrativo: un esempio per tutti è il diario della scoperta del tumore maligno all’occhio destro (in L’occhio della mente), in cui la sua umanità convive con il suo interesse di «registratore» di sintomi. Broks invece ha tutt’altro piglio, e nel suo diario fa mostra di volere commuovere il lettore, indugia sui particolari toccanti, si compiace della propria capacità di alternare wit e pathos (e in questo si giova molto della struttura a capitoli brevi). Lo sguardo che rivolge a sé stesso non è quello del clinico, registratore di dati e analizzatore di esperienze: è quello del narratore, armato di una curiosità propriamente letteraria. Per alcuni, tuttavia, questo è probabilmente nient’altro che un pregio.