La narrazione selvaggia, Tiffany McDaniel

Beatrice La Tella

«Vorrei avere migliori teorie sul diventare grandi.
Sul diventare vecchi.
Queste sono tutto ciò che posso dare in attesa
che la felicità sopraggiunga
mentre queste voci mi battono viva».

La fine della poesia che chiude e battezza la raccolta di Tiffany McDaniel – Queste voci mi battono viva, appunto – sembra condensare anche il cuore dei suoi tre romanzi. Dall’esordio, L’estate che sciolse ogni cosa, passando per Il caos da cui veniamo e infine l’ultimo, Sul lato selvaggio, è limpido il tentativo di elaborare in modi diversi una sorta di mappatura del dolore estremo della crescita.

Tutte le vicende sono ambientate in Ohio; le prime due nella cittadina fittizia di Breathed, la terza nella prima capitale dello stato, Chillicothe, teatro reale della sparizione insoluta di sei donne a cui il romanzo si ispira. I narratori sono persone ormai adulte, cresciute, che guardano al loro passato e ai momenti in cui l’innocenza dell’infanzia si è incrinata: Fielding, il cui padre avvocato invita il diavolo a visitare Breathed e riceve la visita di un ragazzino nero, Sal, a reclamarne il titolo; Bitty, settima di otto fratelli nati da una donna bianca e da un nativo americano, progenie «maledetta» e invisa alla città; e infine Arc, figlia di due tossici che mai se ne sono presi cura, unita da un rapporto quasi simbiotico alla sorella gemella Daffodil. Sono tutti personaggi a cui nulla è stato risparmiato e che raccontano sé stessi senza risparmiarsi.

È possibile leggere i tre libri come romanzi di formazione al limite: in contesti di razzismo, omofobia, abuso, dipendenza, ghettizzazione, l’orrore convive con la scoperta e non è mai puramente ornamentale, anche quando sembra troppo, troppo soffocante, quasi morboso e ricercato a tutti i costi. Talvolta sembra che l’autrice insista nell’alzare sempre la posta in gioco, facendo seguire disgrazia a disgrazia, mostruosità a mostruosità, con una schiettezza che lascia frastornati, ma che rimane comunque coerente con la dimensione fiabesca che ne ammorbidisce i contorni.

I due romanzi ambientati a Breathed conservano più netta questa sensazione di fantastico e trasmettono l’impressione di stare ascoltando una fiaba, gotica e nera certo, ma comunque una fiaba, dal respiro vasto, in espansione continua. Sul lato selvaggio invece compie un movimento inverso, centripeto, in cui l’ampiezza va riducendosi e mutandosi in trappola. Mentre Arc e Daffy sprofondano sempre più nel pantano che aveva già risucchiato i loro genitori, anche chi legge finisce  esasperato al centro di un vortice da cui non sembra esserci scampo, nei meccanismi da eterno ritorno tipici della dipendenza, in cui il desiderio di venirne fuori si alterna a nuove ricadute e abissi più profondi.

All’opposto degli spazi aperti in cui Il caos scandisce la vita della famiglia di Bitty e di quelli in cui corrono Sal e Fielding mentre L’estate scioglie tutto intorno a loro, le gemelle nate e cresciute sul lato selvaggio sono costrette sempre nello stesso percorso circolare, prede di una claustrofobia soffocante da cui trovano sollievo solo attraverso il racconto. Istruite a ridefinire la realtà intorno a loro dalla nonna, unica figura di riferimento che abbiano mai posseduto, Arc e Daffy si regalano finali diversi da quelli della miseria in cui sono stipate, trasfigurandoli mediante atti di immaginazione che sono anche atti di fede.

«Fa’ diventare bello anche il lato selvaggio»

Questa è la supplica che Daffy rivolge ad Arc come un ritornello nel corso della storia, la preghiera di restituire armonia a un’esistenza fatta di abbandono e menzogne, in cui fin dalla prima infanzia si fanno i conti con ferite troppo dolenti. È impossibile non uscirne cambiate, non cedere a loro volta al richiamo dell’eroina e ai guadagni della prostituzione, fino a divenire quelle persone la cui scomparsa non riguarda più nessuno, non suscita altro interesse se non l’ipocrita colpevolizzazione della vittima. Contro la loro sorte segnata, quasi preda di una nemesi storica in cui le colpe dei padri precipitano sulle teste dei figli – sorte comune, seppur in modo diverso, alla progenie meticcia e maledetta della famiglia di Bitty – Arc re-immagina per Daffy e per se stessa gli eventi traumatici subito dopo averli subiti, limandone gli spigoli, smussandone le lame, fino a renderli, almeno nel ricordo, almeno nell’illusione, inoffensivi.

I tre romanzi sono tutti intrisi da un vivo affastellarsi di racconti: ne L’estate che sciolse ogni cosa Sal, il ragazzo che potrebbe o non potrebbe essere il diavolo, dispensa come un profeta descrizioni minuziose e narrative dell’inferno e nel Caos da cui veniamo l’intero rapporto tra Bitty e il padre è radicato sull’atto di raccontare, al punto che il sunto più completo è dato da breve un dialogo tra i due:

«Non so se ti ho mai detto che ti voglio bene, Indianina. Non so se è una cosa che ti ho mai detto».
«Me l’hai detto ogni volta che mi hai raccontato una storia…».
[…]
«E io te l’ho mai detto che ti voglio bene?», chiesi, perché non lo sapevo.
«Me l’hai detto ogni volta che mi stavi ad ascoltare».

L’invenzione narrativa, l’uso della parola, è l’unica possibilità di dominio su una realtà incontrollabile. In romanzi in cui la maggior parte degli appellativi sono nomi parlanti (Arc, l’arca, l’archeologa, l’architetto o Autopsy, che crede solo a quel che vede coi propri occhi, per citarne due dei più palesi) l’unico esercizio di potere concesso ai protagonisti dalla loro condizione di minorità è quello di condannare all’anonimato i loro carnefici. Per Arc e Daffy, protagoniste del più femminile dei libri di Tiffany McDaniel – «A quei tempi c’era ben poco che, a nostro giudizio, non fosse stato fatto da una donna, o non provenisse da lei», racconta Arc – questo significa battezzare tutti gli uomini che ne avvelenano la vita, con la droga o con un sesso malato, con il nome universale di “John”, senza che sia possibile distinguerli.

In una realtà in cui la bellezza può essere più facilmente raccontata che trovata, nominare è governare l’ingovernabile.

«Non c’è niente di giallo all’inferno»

Un elemento che investe fin dalle prime pagine il lettore di Tiffany McDaniel è la simbologia, pervasa da un ricco cromatismo. Le storie dell’autrice sono colme di colori, non solo nelle descrizioni vivide ma anche nell’impiego peculiare del colore stesso. Quest’ultimo cessa di essere una caratteristica e diviene un sentire. Le tende gialle che nonna Keith desidera appendere alle finestre delle nipoti, i fiori di tarassaco che riempiono i prati di Breathed, il giallo bandito dall’inferno nei racconti di Sal non sono semplici determinazioni di un oggetto ma un pigmento inseguito e continuamente perduto, idea di una felicità che non fa che eclissarsi. La lingua della scrittrice affonda nello spettro cromatico e lo utilizza oltre la sola descrizione, amplificando al massimo la sinestesia per rendere più incisivo il fendente sferrato ai danni del lettore.

La narrazione tutta è scandita da operazioni ossimoriche. In nessuno dei romanzi risparmia orrore e mostruosità, senza temere di sfinire il lettore con il susseguirsi quasi surreale di sciagure, senza alcun riguardo per la sospensione di incredulità. Tutto viene raccontato con un’asciuttezza cruda che convive miracolosamente con picchi lirici di rara bellezza. E così due bambine abusate riescono a trovare meraviglia anche dove sarebbe impossibile immaginarla. «Ma io ero una bambina che scambiava le gocce di sudore per gioielli. Il sole rimarrà per sempre il primo uomo che mi abbia regalato dei diamanti».

La voce dell’autrice è intensa e inconfondibile proprio in virtù di questa duplicità, che le consente di oscillare con la medesima grazia tra le parole taglienti e secche – che descrivono senza sconti delitti abominevoli – e quelle liriche, che dagli stessi delitti riescono a distillare poesia.

«Essere sorelle è una cura per tante cose»

Tiffany McDaniel esplora con particolare meticolosità la dimensione familiare, i rapporti che legano i consanguinei ma anche il nucleo che ognuno si sceglie. Senza Daffy, Arc non sarebbe sopravvissuta alla propria infanzia e viceversa – qualsiasi cosa significhi «sopravvivenza» in un libro il cui incipit enuncia: «La nostra prima colpa è stata credere che non saremmo mai morte. La seconda credere che fossimo vive».

Le famiglie barcollanti e spesso nocive dei protagonisti sono pregne di paradossi. Feroci ciascuna a suo modo e ricche di non detti pronti a deflagrare, conservano tutte un loro incanto struggente e una forza insospettabile, un legame che può essere spiegato solo a livello viscerale e al di là di ogni forma di raziocinio. I Bliss, i Lazarus, i Doggs, le dinastie tragiche protagoniste dei romanzi si scontrano con il male nelle sue forme più pure e distruttive, quando addirittura non lo covano al loro interno, eppure riescono a soprassedere anche davanti all’imperdonabile. I personaggi perdonano coloro che amano anche quando sarebbe impossibile; non sono però mai in grado di perdonare sé stessi, in un circolo di colpe che non trova mai completa assoluzione ma solo sollievo, il conforto della prossimità. L’autrice plana sui loro misfatti e sulle gentilezze senza giudicare né gli uni né le altre, facendosi testimone del loro improbabile coesistere.

La lettura della produzione di Tiffany McDaniel – tutta pubblicata da Edizioni di Atlantide con la consueta cura che la casa editrice riserva a quell’oggetto di culto che è il libro – rivela come ci sia comunque bellezza, anche sul lato selvaggio, uno splendore precario e sempre minacciato ma forse per questo ancora più grande perché, prendendo in prestito un altro verso da Queste voci mi battono viva:

«Niente promette bellezza più robusta
di ciò che scompare».