Pressioni

Claudia Valenti

Ce lo dicemmo davanti a un caffè, che forse non eravamo più fatti per stare insieme. Ce lo eravamo già detti, qualche mese prima, ma poi era mancato il coraggio. Oggi ce l’hai il coraggio?, gli chiesi io. Oggi sì. Quella risposta decisa a quella domanda così precisa fece vacillare, invece, la mia sicurezza. Ecco qua, stava succedendo davvero. Dopo nove anni insieme. Mi rifugiai nella tazzina che avevo sotto il naso e che mi ostinavo a girare rumorosamente e senza motivo. Affondai gli occhi nel suo nero profondo. Liquido amaro. Buio pesto. Un balzo dentro l’ignoto. Una perfetta metafora di quello che avevo davanti. Appoggiai il cucchiaino sul piattino, capovolto, proprio come me. Rialzai lo sguardo. Lui era lì, che mi scrutava immobile. Sentivo la mia bocca storcersi: stavo per piangere. Allora buttai giù quel caffè, una sorsata a occhi chiusi e con la testa indietro. Mi sporcai, così cercai un tovagliolino per pulirmi. Gesti inconsulti per distrarre lui, per non mostrargli una faccia, la mia, che tanto sicura e coraggiosa non lo era più. Gesti inconsulti per distrarre me, pensare ad altro, almeno per un istante. Non lo stai perdendo per sempre, tranquilla. State bevendo un caffè e ora tu devi pagare, mi dicevo. Cercai il portafoglio affannosamente, nella borsa. Ci alzammo per andare alla cassa. Mi girava la testa. Lui mi teneva fissa nei suoi occhi per cercare di capire come mi sentivo. Per sapere come comportarsi. Due euro, per due caffè. Gli ultimi due che avremmo condiviso. 

Amavamo bere il caffè insieme, per noi era un rituale. Dopo pranzo prendevamo la moka dai fornelli. Lui si preoccupava di svitarla, perché l’aveva chiusa sempre troppo forte. Stretta, serrata come noi. La faceva scattare premendosela al petto. Poi me la passava e io la pulivo dal caffè del giorno prima. La sciacquavo e la preparavo, posata sul piano d’argento del lavandino. L’acqua fino alla valvola. Il barattolo del caffè. Qualche cucchiaino qua e là. Non lo pressare, diceva lui. Ma così è più buono, rispondevo io. Lui invece aveva una sua teoria: la polvere di caffè andava solo posata all’interno della macchinetta. Andava adagiata, fino a creare una montagnetta scura, che poi, una volta chiusa la moka, si sarebbe pressata da sola secondo i giusti spazi. Diceva così. Capelli scuri, folti. Barba incolta. Occhi neri, spaziosi, allungati. Il mio incantevole cerbiatto. Ci piaceva tanto discutere di questa cosa. La pensavamo diversamente, tutto qui. Così il caffè si faceva a volte come volevo io e a volte come voleva lui. E se veniva male, era colpa della pressatura. Se veniva bene, merito della montagnetta. Quasi sempre. Poi lui chiudeva la moka, ancora una volta ben stretta, la posava sul gas e la accendeva. E non su un gas qualsiasi. Un gas piccolo, accesso piano, diceva lui, per far salire il caffè lentamente. Una scusa, certo, perché mentre il caffè saliva noi avevamo il tempo di amarci. Lui si lavava le mani e le asciugava con lo strofinaccio, che poi agganciava penzoloni su una spalla. Appoggiava la schiena alla credenza e mi aspettava a braccia conserte. Mi chiamava con sguardo giocoso, perché io lo raggiungessi. Vieni qui. Allora io mi avvicinavo e di solito, dopo avergli rubato lo strofinaccio e aver scherzato un po’, lo baciavo. Ad occhi chiusi. Il mio corpo a premere contro il suo, la sua schiena a premere contro la credenza. E viceversa. Una giravolta di pressature, fatte con la giusta pressione, come quella del caffè. Quanto basta affinché sia buono. E ci amavamo così, nella sua cucina, in quei pochi minuti. Aspettando che la moka salisse. 

A ripensarci, quanto di sessuale poteva esserci in quel caffè. Odori, liquidi, pressioni. Risalite esplosive. Calore, bollore. Bruciature.

Fuori dal bar eravamo distanti. Chiusi nei nostri cappotti di piume, camminavamo in due direzioni diverse, senza sintonia. Già proiettati verso altre vite: le nostre nuove vite sconosciute, dell’uno senza l’altra, dell’altra senza l’uno. Eravamo entrati insieme per bere un caffè. Ne eravamo usciti soli. Straniti, vagavamo senza meta. Impacciati, finivamo per scontrarci lungo il tragitto. Poi qualcosa di inaspettato: il pianto di lui. Scusami, disse fra i singhiozzi, ma io una cosa così non l’ho mai provata. Tornai a galla d’improvviso, un tuffo inverso, fuori da quel liquido nero. Che fai, piangi?, dissi io con tenerezza. Andrà tutto bene, vedrai. Gli carezzai il volto. Mi sentivo improvvisamente quieta. Ancora condizionata da un equilibrio per due, compensavo il peso di lui con una mia riscoperta leggerezza. Come lui, alla fine, aveva fatto con me fino a qualche minuto prima. Tu sei la persona che mi conosce meglio, continuò. Sei la donna della mia vita, disse. Mi hai cresciuto, concluse. Tre frasi dette così, con estrema semplicità. Perché, in fondo, erano la verità. Tre frasi grosse, grevi come piombi. Tre tonfi, nel mio liquido nero. Non avrei potuto bilanciarlo ancora. Piansi anche io. Inutile nascondere la bocca storta. Eravamo entrambi sullo stesso piatto della bilancia: quello che va giù. Ci baciammo a lungo, di baci bagnati. Poi ci asciugammo e ci sedemmo su una panchina di marmo, così fredda in quella sera di novembre. Lui si frugò nelle tasche e tirò fuori il tabacco. Si girò una sigaretta. La decisione era presa, ormai. Rimanemmo in silenzio. Lui fece qualche boccata: guardava fisso di fronte a sé, era perso nel vuoto. Quell’odore di tabacco. Io invece guardavo lui, non potevo farne a meno. Seguivo i suoi gesti e cercavo di sentirmi lui. Fumavamo insieme, nella mia testa. Come mi piaceva il suo modo di aspirare, quella posizione che assumeva con le labbra. Socchiuse, poi strette, poi aperte.

A ripensarci, quanto di sessuale poteva esserci in quella sigaretta. Odori, pressioni. Corpi consumati, bruciati. Esalazioni lente. Calde, vaporose, offuscate.

Quando saliva il caffè, ce ne accorgevamo subito. Quel rumore, ma soprattutto quell’aroma. Corri, che esce!, diceva lui. E il gioco era tenersi per le braccia, trattenersi a vicenda, cercare di svincolarsi. Fammi andare, altrimenti brucia!, dicevo io. Ridevamo e poi ci affrettavamo a spegnere il gas. Qualche goccia usciva sempre. Due tazzine colorate: un caffè normale per lui, uno più lungo per lei. Da quando ti conosco, non riesco più a metterci lo zucchero, esordiva lui. Così è più buono, puoi sentirne davvero il sapore, rispondevo io, appagata del fatto di averlo influenzato. Lo bevevamo seduti al tavolo della cucina con i piedi scalzi, tirati su, sopra le sedie. Oppure appoggiati sulle gambe dell’altro. Rimanevamo così, intrecciati, a bere caffè e guardarci. Continuamente riflessi, fra di noi, come fossimo in un gioco di specchi. Io bevevo il mio caffè lungo, tutto d’un fiato, e lo finivo che era ancora bollente. Lui sorseggiava il suo, lasciandone un fondo. Lo guardavo storto, per questo. Gli rubavo la tazzina e terminavo il suo goccetto rimasto. Non si spreca il caffè, lo rimproveravo. E andavamo avanti così, giorno dopo giorno. Il rito del caffè, sempre uguale, ci piaceva tanto. Lo svolgevamo come fosse un copione. Un copione lungo nove anni.

Amavamo ripetere le stesse cose. Come bambini, ci piaceva guardare sempre lo stesso film. Per capirlo meglio e acquisire sempre qualche informazione in più. Ma soprattutto per poterlo prevedere e ricavarne sicurezza. Lo ripercorrevamo nei suoi movimenti e ne aspettavamo la solita fine. Ci compiacevamo del nostro copione: seguirlo ci donava un’insolita tranquillità. Finché qualcosa non accadde. Passarono nove anni e, col tempo, il copione invecchiò. I fogli divennero gialli, alcune parole si sbiadirono. I bordi si sfilacciarono. Da bambini diventammo adulti. La ripetizione dei gesti iniziò a infastidirci, ci sentivamo annoiati. Capitò un giorno, quando lui mi chiese un goccio di sambuca. Perché?, domandai io. Per correggere il caffè, disse semplicemente lui. Rimasi un attimo interdetta. Che gli stava capitando? Il giorno dopo allora fui io a sfidarlo. Mi passi lo zucchero?, chiesi io. Non lo abbiamo. Ma tanto tu lo prendi amaro, no?, mi domandò lui. Stava crollando ogni certezza. Stentavamo a riconoscerci, a prevederci. Non riuscivamo più a starci dietro. Quando lui si appoggiava alla credenza col canovaccio in spalla, io non sapevo più se avvicinarmi o se andar via. Non capivo se i suoi gesti avessero un significato, oppure se ne contenessero un altro. Se i suoi occhi mi richiamassero o se in realtà mi respingessero. E lo stesso valeva per lui.

Arrivò l’estate. E in quel periodo iniziai a bere solo caffè freddo zuccherato. A ripensarci, non saprei proprio dire cosa bevesse lui. Eravamo fuori dal cartellone stagionale, ormai.

Quando finì la sigaretta, finalmente mi guardò, ma rimase in silenzio. E ora che si fa?, sembrava chiedermi con gli occhi. Non lo so, risposi io con i miei, scuotendo la testa. Perché, in effetti, non ne avevo proprio idea. Non sapevo cosa sarebbe successo. Poi ci alzammo insieme, all’improvviso. Un’ultima intesa, che era già andata persa. E ci salutammo. Un abbraccio strettissimo, da troncare il fiato. Un bacio fortissimo, pressato a stampo sulle labbra. Gli occhi strizzati. Il tentativo di fondersi, un’ultima volta, schiacciandoci l’uno contro l’altra. Finché non ci slegammo. Braccia sciolte, gambe fluide. Sguardi altrove: liberi di andare via. Due ciao, strozzati dal pianto. Neanche ci voltammo.

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↔ In alto: foto Robert Anasch / Unsplash.