Gente che salta con traiettorie per me imprevedibili

Andrea Cappuccini

Reset, riavviamo tutto. Dove ho lasciato Armando? Sono lì in piedi in mezzo alla gente e alla musica, impallato. Gira tutto. Mi accendo una sigaretta, ho uno di quei maledetti pacchetti morbidi, quelli che costano venti centesimi di meno e non sono avvolti dal cartone rigido ma da un insulso strato di carta e plastica che dopo due secondi ti si dissolve nella tasca aderente e sudaticcia dei pantaloni. Così, dopo vari smucinamenti, estraggo una sigaretta tutta schiacciata che sembra ancora funzionante e me l’accendo. Funziona. Bene, una è fatta. Partendo da principio, c’è Armando che è completamente lercio. Ha bevuto fino a vomitare almeno un paio di volte – non mi ricordo più –, poi ha sbiascicato qualcosa sulla necessità di dare una tiratina di speed o di coca, penso stia provando a tirarsi su da quel baratro vertiginoso in cui si è immerso una schifezza alla volta, e alla fine si è raggomitolato su uno scalino. A me però sul momento non me ne è fregato niente e devo averlo smollato lì a Luchetto. Luchetto. Forse lui l’ho rivisto poco fa, al bancone, senza Armando, aggregato a un gruppo di gente mai vista. Ci sono delle ragazze carine. Una ha fatto un sorriso strizzando gli occhi in quel modo che sembra divertirsi e volerti anche dare dello scemo, esattamente come la tipa con cui mi sono appena mollato. Con cui mi ero appena mollato. Ci stavo un po’ male, era davvero straordinaria lei. Chissà perché, quando uno beve e tutto si fissa sempre su cose così. Di nuovo mi perdo, mi sembra sia ripartito il vorticare di cose che due tirate di sigaretta fa avevo quasi fermato. Così non va. Mi metto in moto alla ricerca di un appoggio qualsiasi dove sedermi e inchiodare la mia semicoscienza alla realtà. Forse la sigaretta è rotta, non mi pare tiri bene. Sì, è rotta. Perché cazzo continuo a comprare questi pacchetti morbidi.

Eravamo finiti lì dopo essere stati rimbalzati a un’altra serata qualsiasi, la solita roba per coatti ripuliti con quella mezza tecno debosciata, quella musichetta odiosa che non sa proprio di nulla e che piace tanto a Luchetto. Aveva detto che era un dj importante, che veniva da Berlino, che il locale aveva un impianto che si chiamava Funktion One e tutta una serie di cose a cui nessuno aveva mai dato retta. Ovviamente non eravamo riusciti ad entrare, non io Armando e Luchetto. Capitava di restare fuori a serate come quella e quando capitava ti rodeva un po’, cominciavi a pensare che tra una cosa e l’altra avevi perso ore preziose e che forse sarebbe finita che te ne tornavi a casa senza avere concluso niente. Ma non ci eravamo buttati giù e avevamo fatto la solita cosa che facevamo quando ci sentivamo messi alle strette, senza possibilità: imbucarsi a un seratone. Sceglievamo sempre posti grandi e abbastanza difficili, ci caricavamo bevendo smodatamente, fumando e calandoci qualsiasi altra sostanza potessimo procurarci senza troppe perdite di tempo. Potevamo finire, ad esempio, in una cosa come una mega festa al Palazzo dei Congressi, un sorvegliatissimo casermone che richiede un piano d’assalto per niente facile: scavalcare la rete sul retro, strisciare tra le macchine per almeno una mezz’ora, appostarti e aspettare una distrazione dei buttafuori per andare alla porta, e, se non schiodano da lì, convincere qualcuno più fesso o semplicemente più smanioso a lanciarsi e provare a entrare. Gli dici vai si sono distratti, e quello si lancia verso un fallimento assicurato. A un certo punto della sua corsa disperata, quando incrocia lo sguardo con i buttafuori che invece stanno là a fissarlo e non si sono mossi di un cazzo, lo sfortunato cambia la traiettoria della sua corsa – la rapidità di questo cambio di rotta dipende dal grado di lucidità – trasformando un salto verso la gloria di un dj set con line up da paura, stile Amnesia, in un rocambolesco tentativo di fuga. Se sei fortunato e il pollo di turno è abbastanza stordito dalle droghe o da quello che è, si renderà conto con il giusto ritardo che i buttafuori sono lì che lo aspettano, così da sterzare proprio all’ultimo, invogliandoli ad andargli appresso per almeno quei due o tre passi, non di più, che figurati se ai buttafuori frega niente di correre dietro a un imbecille strafatto. Così, tu e tutti quelli appostati avete un margine di pochi secondi per scattare, dribblare gli energumeni e infilarvi dentro disperdendovi tra la calca. Ci riusciva più volte di quanto ci si aspetterebbe, ormai erano tutti studiati e collaudati i piani di attacco, ognuno di quei posti ne richiedeva uno specifico e certe volte quasi cercavi l’evento nel locale in cui non avevi mai provato, per stare lì con il brivido di non sapere come fare, di dover organizzare un piano, di discutere con i tuoi amici e dividervi i compiti. Il premio per chi riesce nell’impresa è di non dover accollare per la prima droghetta della serata. A pensarci bene non sapevamo più cosa inventarci per fare mattina. Anche la sera in questione era partita così: eravamo rimasti in quattro fuori dal locale per cui Luchetto ci aveva messo in croce e avevamo visto i nostri amici ragazza-muniti riuscire a entrare. La cosa ci aveva fatto un po’ incazzare, un po’ perché se n’erano fregati, un po’ perché ci pareva che portandoti una ragazza in una di quelle occasioni rompevi quel patto di attesa e speranza che c’era fra tutti noi. Si andava per svoltare la serata, per quel brivido di incertezza che hai quando senti di sfiorare la grande occasione, non per stare lì a ballicchiare con una con cui ti coltivi la situazione già da un mese. Pazienza, è la selezione naturale: loro si erano arresi, noi li avremmo lasciati lì e ci saremmo imbucati da qualche parte diecimila volte meglio. Eravamo ancora liberi. Quindi saremmo andati a stordirci in un bar nei paraggi e poi dritti all’Ippodromo delle Capannelle alla ricerca della Grande Svolta.

Così me ne stavo lì con la sigaretta in mano, riparata dalla striscia adesiva di una cartina – mica puoi buttare una sigaretta in una situazione del genere, è un bene di lusso – e ripensavo a tutta la storia. Dovevo trovare Armando. Uno, due, tre… Mi inchiodo al presente, conto fino a dieci. Forse se trovassi Lollo mi aiuterebbe a cercarlo, o almeno a schiarirmi le idee. Lollo mi è sembrato più lucido di me. Tre, quattro, cinque… Le ultime immagini di Lollo sono mentre stiamo con le tre tipe conosciute sotto le casse alla destra del palco. Ce le siamo portate un po’ in giro per il locale, abbiamo fatto una canna insieme e poi ho un buco. Mi sembra che a un certo punto si siano volatilizzate, io ho attaccato bottone con una biondina bassetta che ha un tatuaggio indefinito sul collo e una manciata di piercing alla rinfusa, si chiama qualcosa come Alessia, Alessandra, Alice… No, Alice no. Vabbè questo ormai non ha nessuna importanza. Cinque, sei, sette, a un certo punto devo aver detto o fatto qualcosa di sbagliato, qualcosa che ha spezzato quel filo teso di sguardi e mosse che c’è in una situazione del genere con una ragazza, Alessia o Alessandra che sia, quel delicato equilibrio tra desiderio di prossimità e naturale distanza. Anche qui è tutta una questione di strategie tortuose che si risolvono in tentativi rocamboleschi e sconclusionati. E insomma la ragazza a un certo punto non mi ha più filato e tempo un secondo – almeno credo, perché qua i ricordi sono un po’ più intermittenti – spariscono tutti, Lollo compreso. Chissà che ho fatto. Magari mi sono solo impallato per la canna. Sette, otto, nove… Quando sono uscito, prima delle ragazze e Lollo, ho raggiunto Luchetto per chiedergli novità sulla situazione sostanze e lui era effettivamente ancora con il corpo di Armando accanto afflosciato sullo scalino, parlava con amici suoi che aveva incontrato. Io uscendo mi ero fatto fare il timbro e glielo avevo passato, poi mi ero fatto dare una caccoletta di md e di nuovo mi ero rinfilato dentro. Poco dopo avevo scoperto di avere il telefono scarico. Dieci. Forse questa è l’ultima immagine di Armando. Forse Armando è ancora di fuori raggomitolato sullo scalino. Però quale scalino sarà? Di quale uscita? Lo scalino dove l’ho ammollato io è lo stesso su cui l’ho rivisto dopo, o c’è la possibilità che Armando abbia cominciato a vagabondare da una scalinata all’altra cercando di non vomitarsi sui piedi? Bel problema.

Finita la sigaretta ho la chiara sensazione che appena mi rimetterò in piedi calerà nuovamente su di me e sui miei pensieri un nebuloso groviglio di fattanza e sarà un problema anche solo trovare l’uscita. Maledetto Armando. Lo odio. Vabbè, devo correre il rischio. Devo trovare Armando, è lui che ha la macchina.

Mi rialzo. Gira tutto. Mi trovo delle luci viola sparate addosso e gente che salta con traiettorie per me imprevedibili. Faccio un paio di passi, schivo due che si dimenano abbracciati senza maglietta. Vola per aria qualcosa che odora di limone, forse gin lemon. Mi fermo un attimo; così non troverò mai l’uscita. Fisso ancora le luci viola e vedo un’ombra che si avvicina sgomitando verso di me. Poi cortocircuito. Di nuovo buio, appena per qualche secondo, e sono a terra. È un cortocircuito diverso, sento la testa che mi si rimescola, qualcosa ha impattato sul mio zigomo. Sento una sensazione di calore in faccia. Forse dovrei contare di nuovo fino a dieci ma non so se stavolta ho il tempo. In piedi davanti a me mi trovo ’sto tipo tatuato, boccia e orecchini luccicanti. Accanto a lui c’è Alessia/Alessandra. Ora è tutto chiaro. Mi ci vuole una frazione di secondo per capire la faccenda, basta lo sguardo di lei. È una di quelle storie che si ripetono e si ripetono all’infinito. La fidanzatina frustrata del ragazzo scimmia gli dice qualcosa per provocarlo, cominciano a discutere, lui si irrigidisce e lei gli dice che ha ballato con uno o qualche scemenza del genere. Vuole avere una rivalsa su di lui, si sente da meno e vuole metterlo in difficoltà. Al tempo stesso vuole una prova della forza del suo ragazzo scimmia, vuole avere la prova che la ama e che lei fa bene a stare con lui. Così si cerca una vittima sacrificale, un capro espiatorio, un imbecille. Quell’imbecille stasera sei tu. Lui, anche se sembra tanto cattivo, è un cretino come tanti, deve fare la sua sceneggiata e assicurarsi che fili tutto liscio. Ti ha studiato un po’, magari ti osserva da una decina di minuti, vuole essere sicuro di avere facilmente la meglio. Poi ti ha visto alzarti in piedi, barcollante, ha visto che non sei in grado di fare due passi dritti uno di seguito all’altro e ha capito che sei proprio la sua grande occasione. Così ha messo su la faccia cattiva e ti ha caricato. Ti ha tirato un bel pugno mentre la tipa gli strillava qualcosa. Stronzi. Tra venti minuti faranno pace, lui tirerà un paio di pugni al muro mentre discute con lei che piange e dirà cose sul rispetto e l’amore urlando incazzato. Minaccerà di spaccare il mondo, lui spacca il mondo con le mani, lo ha dimostrato. Poi lei lo abbraccerà sempre in lacrime e magari si faranno un piantarello insieme e dritti a casa a scopare. La ragazza bionda e il suo uomo scimmia gonfio di Ceres e cocaina. E io non è che posso fare molto nelle mie condizioni attuali, finirà comunque così, però voglio provare almeno a vendere cara la pelle. Piano veloce: chiaro che se mi rialzo e provo a tirargli un pugno quello mi rimanda per terra, sarei lentissimo e prevedibile per lui che non mi sembra così ubriaco e, a giudicare da quanto tira su col naso mentre mi squadra dall’alto, ha pure parecchia coca di vantaggio. Così decido di buttarmici addosso, se lo porto per terra con me posso giocarmela meglio, forse. Sicuro non avrebbe più il vantaggio della lucidità, sarebbe un corpo contro un altro. Poi magari mi gonfia lo stesso, ma almeno torna pure lui un po’ ammaccato a casa. Il punto però è che sono proprio lercio. Mi lancio su di lui senza alzarmi del tutto, col peso in avanti, barcollando un po’, e nel buttarlo a terra mi entra un altro pugno in faccia – credo un pugno, ma potrebbe essere un gomito, un ginocchio, una spalla, non ne ho idea –, così lui cade e io perdo la presa, gli rotolo via. Cerco di ributtarmici addosso e non farlo rialzare. Ci contorciamo, io forse lo prendo con un paio di pugni, lui sicuramente mi prende con una gomitata. Mi sto spegnendo di nuovo. Poi torno su. Mi sento improvvisamente leggerissimo: una forza misteriosa mi sta sollevando, mi tira a sé, mi rimette in piedi. È la forza ineluttabile dei buttafuori. Con un’arcana presa che va dall’ascella al colletto della camicia mi trascina fuori dal locale. Niente male, mi viene da pensare, ho anche rimediato il passaggio per l’uscita, chissà da solo quanto ci avrei messo.

Bisogna sforzarsi di vedere il bicchiere mezzo pieno. Neanche questa sera hai raggiunto la Grande Svolta, nemmeno hai risolto qualcuna delle cose che ti premevano prima di uscire, non hai esorcizzato nessuno dei tuoi problemi, hai solo rimandato il tutto a domani pomeriggio, quando ti sveglierai in condizioni ancora peggiori. Però lì per lì ci hai creduto, lo hai creduto in macchina con la musica a palla, lo hai creduto ubriacandoti tutto fomentato con i tuoi amici, hai creduto che imbucarsi a una serata e godersela era il primo passo verso la Grande Svolta, hai creduto che quella era come tutte le cose della vita: non bisogna pianificare, ma prendere, saccheggiare, entrare a gamba tesa. Accedere di nascosto a un livello che ti sembra migliore del tuo punto di partenza, mischiarsi con gli altri, fare finta di niente, ambientarsi. E ancora, quando ti sei stabilizzato, riprovare di nuovo, un altro salto, un altro livello. Questa è la scalata che devi fare, anche perché non hai né i mezzi né la pazienza per fare altrimenti. E se stasera qui non è andata sarà per la prossima, sarà in un’altra situazione, la felicità la prendi un colpo di mano alla volta. Conta fino a dieci e cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno.

Quando vieni scaraventato fuori ti senti un po’ meglio, più lucido. Il cielo sopra di te accenna a schiarire. Il buttafuori ti ha minacciato un po’ e lanciato via, ma sa per esperienza che a te non frega niente di rompergli le palle e ti liquida in fretta. Ecco Armando, ha la maglietta zuppa e cerca di nascondersi la faccia dietro gli occhiali da sole.

Ma che hai fatto? sei fracico, gli dici.
Me so’ provato a sveja’ co’ l’acqua.
Senti Arma’… Ma che me accompagni da una parte o me presti la macchina?
Dove?
Da Ilena, l’ho sentita prima. C’ho il telefono scarico tra l’altro, mi fai fa pure ’na chiamata? Dai andiamo.
E gli altri?
Stanno con gli amici di Luchetto, capace pure che se ne so’ andati quelli là. Dai vie’ co’ me da Ilena che sta a casa di amiche a Dragona.
A Dra-Go-Na? Ma te sei scemo. Ma poi dove andiamo conciati così.
Dai dai, ci diamo una sciacquata per strada. Te togliti ’sta maglietta, te la metto fuori dal finestrino che si asciuga mentre andiamo.
Così si accende una sigaretta, si mette il telefono all’orecchio e la chiama. Forse è ancora sveglia, non è una serata sprecata, forse arriveranno a Dragona in tempo, forse lei gli farà quel sorriso come a dargli dello scemo e staranno bene.

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↔ In alto: foto Sarthak Navjivan / Unsplash.