Massimiliano Parente è una trappola: su Tre incredibili racconti erotici per ragazzi

Roberto Galofaro

Massimiliano Parente è una trappola.
La recensione potrebbe anche finire qui, limitarsi al solo titolo, breve come l’ultimo suo libretto per i tipi di La nave di Teseo (Tre incredibili racconti erotici per ragazzi, 64 pagine, con tre disegni dell’“amico” Gipi). Perché quel titolo, innanzitutto? Cosa vuole aggiungere l’etichetta pedagogica? Se i racconti erotici sono per definizione un genere “per adulti”, c’è forse da attendersi un valore formativo in questi che sono invece “per ragazzi”? E, ancora, perché non anche “per ragazze”? Fin dal frontespizio, insomma, Parente ci invita a far girare a vuoto il cervello, lambiccandoci su problemi morali finti (cioè di fiction).

Ma veniamo ai racconti: non brillano per scrittura o per lingua, non c’è da attendersi nessuna epifania della parola, e il meccanismo che adoperano è piuttosto ripetitivo (insiste sull’ingenuità esibita e punita) ma sono scritti evidentemente con un’intelligenza-specchio-per-le-allodole. I tre protagonisti pervertiti – è etichetta freudiana – sono uno stalker, uno slave, un toyboy, e Parente li ritrae come stupidi (o come facenti mostra di essere stupidi), vittime delle circostanze, infelici. Il lettore ragazzo che si avvicinasse in cerca di gioie del sesso e avventure erotiche sarebbe deluso: l’autore gioca con consapevolezza con l’aspettativa che crea, mischia le carte, confonde. E alle fine queste short stories sono un gioco di scatole cinesi, delle matrioske, una catena di rebus ed enigmi per chi legge: bisogna fidarsi dei narratori, dal momento che sono così ingenui? Quello che dicono è quello che pensa Parente? No, ovviamente, ma Parente gode a disseminare le poche pagine di frecciate ai moralisti del politicamente corretto, ancora una volta invitando a un corto circuito mentale (la lettera del testo è da prendere sul serio o no?) che ha la meglio persino sul piacere della lettura.

Come reagirà il lettore (si sarà chiesto, scrivendo, l’autore) quando lo stalker chiede al giudice: «qual è il limite tra un corteggiamento lecito e questo articolo 612 bis [cioè la legge che istituisce il reato di stalking]? Volete dirmi che tutte le storie di innamorati che ci avete fatto studiare sono fuorilegge?». Parente s’inserirebbe sul crinale in ombra del #metoo, quello di chi tenta di occupare il confine tra la difesa legittima e l’indifendibile (e anche qui: agli occhi di un polemico la pagliuzza sembrerà una trave). Aveva provato qualcosa di simile Francesco Pacifico in Le donne amate (Rizzoli, 2018), con il motivo autofinzionale che lo contraddistingue, dipingendo un uomo incapace di capire le donne e sul punto di interrogarsi (parte convintamente parte superficialmente) su quanto le proprie inclinazioni e modalità di interazione con l’altro sesso fossero costitutivamente sessiste. Ci aveva provato pure Francesco Piccolo, prima bonariamente (La separazione del maschio, Einaudi, 2008) poi meno bonariamente (L’animale che mi porto dentro, Einaudi, 2018). È giusto che ci si interroghi e si discuta di questi temi con acutezza, ma c’è anche chi tende a fare sofismi sul confine di legittimità del corteggiamento – e quel confine è spesso superato con un’autoassoluzione che non corrisponderebbe a un’assoluzione piena in un processo.

Parente è una trappola, si diceva. Ecco, quando finge di fare le pulci alla letteratura del passato («c’è da arrestare perfino Dante per l’ansia che avrà messo a Beatrice»; «Per carità, Don Rodrigo forse un po’ stalker lo era»), ci fa o ci è? Vuole suscitarci un sorriso o vuole sorridere della nostra indignazione? Perché Parente, insomma, vuole un meta lettore, con il quale compiacersi di alimentare una scintilla di dubbio per farne un incendio di scandalo. Un’ulteriore riprova di questa trasversalità intenzionale tra scrittura e rivista (di gossip) è nell’inclusione di un riferimento a Benedetta Parodi («mi rilassa tanto, anche se non cucino mai») a proposito di un cunnilingus.

E quando dice: «Prima fate di tutto per ossessionarmi, poi mi punite perché mi ossessiono», sta inscenando un paranoico complottista contemporaneo oppure sta irridendo la paranoia contemporanea e il complottismo? E come reagire quando infila una serie di frasi che fanno invidia alla sapienza di Vittorio Feltri? Così: «La crisi era colpa delle banche ladre»; «Non sono maschilista, ma penso le donne siano dei parassiti».

Ah, ecco: la recensione lampo, se fosse scritta da Feltri, si potrebbe ampliare in “Parente è una trappola per radical-chic”. È critica sociale? Fiction morale? Presa per il culo? Lui risponderebbe che è nessuna e tutte queste cose contraddittoriamente insieme, perché è letteratura. Divertente, forse. Ma resta forte il sospetto che la sua risata sia solo uno sghignazzo, quello del Joker di Jack Nicholson, non quello di Joaquin Phoenix: la sua risata, contagiosa o inquietante se si vuole, è una posa e non una geniale nevrosi.