La serialità di Ryan Murphy: un universo di stelle non troppo luminose

Jacopo Zonca

Io penso che scandalizzare sia un diritto,
essere scandalizzati un piacere
e chi rifiuta il piacere di essere scandalizzato è un moralista.”
Pier Paolo Pasolini

Negli ultimi anni le serie tv hanno dato parecchio filo da torcere al cinema, abbattendo quel confine fra prodotto commerciale e prodotto d’autore che è sempre stato netto, o addirittura invalicabile. Le serie targate HBO ne sono un esempio, e anche registi del calibro di Martin Scorsese, Nicolas Winding Refn, Guillermo del Toro e Paolo Sorrentino, solo per citarne alcuni, hanno prestato il loro talento per creare storie destinate al piccolo schermo, ottenendo risultati magistrali.

Uno degli autori più importanti tra chi invece si è sempre – con poche eccezioni – occupato di serialità è Ryan Murphy, creatore di alcune delle serie più innovative e controverse degli ultimi anni. Raggiunge il successo planetario nel 2003 con Nip/Tuck, storia di due chirurghi plastici immersi nella società e nella logica dell’apparenza, che si ritrovano a fare i conti con le loro vite incasinate. La serie, composta da sei stagioni e vincitrice di numerosi premi, tra cui un Golden globe come miglior serie drammatica, fa da apripista alla carriera di Murphy, che a quel punto ottiene carta bianca sia nella scrittura che nelle produzioni.  Nascono così Glee, che miscela con successo musical, commedia e teen drama, con un cast di giovanissimi attori lanciati nell’olimpo hollywoodiano, e American Horror Story serie antologica co-sceneggiata da Brad Falchuk e ambientata in diverse epoche e luoghi degli Stati Uniti. Una serie importante, che si lascia alle spalle la regia sobria e controllata della vecchia serialità in 4:3, formato (quasi) quadrato, usato nel cinema fino all’avvento del panoramico negli anni ’50 e in televisione fino a inizio anni duemila,  adottando un rapporto che sfrutta ogni spazio del formato televisivo di oggi, il 16:9,  con un approccio fotografico totalmente rivoluzionario, almeno in televisione. Basti pensare all’uso ossessivo del grandangolo, alle scene di violenza ai limiti del sostenibile e al grado di perversione (a cui eravamo abituati già in Nip/Tuck) che difficilmente si era visto prima in una serie destinata a un pubblico così vasto, anche e soprattutto se si pensa a prodotti potenzialmente simili dal punto di vista della violenza, come CSI o X-files.

Il primo maggio ha debuttato su Netflix l’ultima serie creata da Murphy e il suo team di sceneggiatori: Hollywood.
Come suggerisce il titolo, la storia è ambientata nel celebre quartiere di Los Angeles e narra le vicende di alcuni ragazzi, accecati dai sogni di gloria e successo, che per diventare stelle del cinema sono disposti a fare qualsiasi cosa, compreso prostituirsi per avvicinarsi ai «pezzi grossi» del giro.

La serie – che, come la precedente Pose, ha per protagonisti un gruppo di emarginati che escono dalla loro condizione facendo squadra – presenta gli aspetti tipici della regia di Murphy come i carrelli, i movimenti di macchina «a cavatappi», l’uso del grandangolo e una cura maniacale per la scenografia e per i costumi, ha un buon ritmo ed è interpretata da attori che mantengono alto il livello di una sceneggiatura che forse non è tra le migliori dell’autore, specie nella seconda parte della serie, con soluzioni narrative un po’ troppo veloci, ma che funzionano.

I primi episodi mostrano tutto ciò che un uomo o una donna in posizione di potere possono ottenere impunemente. Vediamo quindi agenti che pretendono pompini, produttori che ricattano, giochi di potere e scatti isterici infantili. Siamo nel 1947, appena dopo la seconda guerra mondiale, un momento in cui la macchina dei sogni hollywoodiana era in piena età dell’oro, ma è inevitabile il paragone col presente – paragone che Murphy vuole e sa come mettere in scena.

Fra tante figure demoniache, vittime della propria disperazione, ci sono anche «i buoni», quelli che credono ancora nel sogno del cinema, nel potere delle storie e della macchina da presa, gli stessi buoni che aiuteranno i protagonisti a sviluppare un progetto ambizioso e politicamente scorretto, almeno per l’epoca.

Non c’è da stupirsi che Hollywood sia stata amata e odiata, non stupisce che abbia diviso molti fra critica e pubblico come già successo per altre serie di Murphy, basta pensare a American Horror Story, che ha un esercito di fan ai limiti del maniacale e un gruppo altrettanto folto di detrattori.

Come detto in precedenza, Murphy ci ha abituato allo scandalo con l’uscita di Nip/Tuck, non è cosa nuova per lui sconvolgere, ma il suo vero traguardo è stato creare uno status di vero e proprio autore-simbolo delle serie tv, con una poetica e uno stile riconoscibili fin dai primi fotogrammi, che lo rendono paragonabile – nel suo essere autore – ai grandi registi cinematografici contemporanei proprio nel momento in cui la serialità alzava sì la qualità delle produzioni (I Soprano su tutti), ma continuava a essere percepita come prodotto commerciale, e quindi per certi versi inferiore.

I personaggi di Murphy sono spesso profondamente soli, più o meno disturbati, con una voglia di riscatto personale che spesso si tramuta in follia. Emarginati come i protagonisti di Glee sono accomunati ai mostri del «Freak Show» di American Horror Story, solo per fare un esempio. Uomini e donne rifiutati dalla società, o forse fin troppo accettati, come nel caso di Nip/Tuck, che si ritrovano a stringere fortissimi legami, cercando di riscoprire o almeno di non reprimere completamente la propria umanità.

Sconvolge l’abilità dell’autore nel delineare personaggi assolutamente disgustosi (Christian Troy di Nip/Tuck; Kai Anderson di American Horror Story: Cult; Sue Silvester di Glee; per poi arrivare a Henry Wilson del recentissimo Hollywood), stelle non troppo luminose che lo spettatore impara a conoscere piano piano, sostituendo il disprezzo iniziale con la compassione e in alcuni casi l’affetto.

In Hollywood troviamo entrambi gli aspetti: ci sono i protagonisti emarginati così come i potenti disgustosi, che, anche se non devono arrivare a conquistare nulla, sentono il bisogno di imporre la propria personalità, in modo spesso violento, per cercare di sentirsi vivi.

La politica gioca un ruolo fondamentale nell’opera di Murphy, specialmente nelle ultime serie. È una politica marcia, sempre più dominata da una destra ultraconservatrice (e anche qui, il riferimento al presente è esplicito) e sempre più inarrestabile e pericolosa. L’aspetto più interessante non è tanto la critica, quanto l’analisi storica e sociale che emerge quando viene messo in scena e reso palese che i concetti che vengono perdonati oggi a Trump sono gli stessi che ci fanno apparire distopica, inaccettabile e profondamente ingiusta l’America degli anni ’50.

Cinema, serie tv, teatro e narrativa in generale, in qualsiasi sua forma, possono essere un’arma di difesa, strumenti attraverso cui riflettere su quello che è stato ieri e che potrebbe tornare oggi; questo Murphy lo sa e dedica la propria creatività e quella dei suoi sceneggiatori e registi a una lunga tradizione di cantori dell’«orrore americano», nella speranza che il pubblico sia in grado di riconoscersi, comprendere, e fare scelte diverse.