Introduzione alla Teriantropica

Andrea Cafarella

Leggere negli animi

Da molto tempo i filosofi non leggono più negli animi. Non è il loro mestiere, si dirà. È possibile. Ma allora non deve meravigliare che non ci interessino più granché.”
Emil M. Cioran

Il Teriantropo è uomo e bestia, dal greco Θηριον (da thēr/thērós) che significa «bestia feroce» e ανθρωπος (ánthrōpos) ovvero «uomo».

Quando ho iniziato a lavorare alla Teriantropica non avevamo assolutamente idea di cosa sarebbe potuto succedere. Poiché questo spazio nasce da una mancanza, da un vuoto. Inizialmente volevo creare un luogo dove poter costruire un corpus di approfondimenti in cui fare filosofia più che semplicemente parlarne. Quindi mi era sembrato necessario esplicitare il fatto che non sarebbe stata una rubrica di filosofia, né di cultura o contro-cultura. Desideravo creare una distanza dal modo tradizionale di fare filosofia ma probabilmente mi sbagliavo.
Molto più semplicemente: sentivo la necessità di tornare a noi.
Volevo che si ricominciasse a «leggere negli animi».
Solo oggi mi rendo conto, però, che forse dovrebbe essere proprio questa la vera istanza della filosofia. Ciò che muove il filosofo.

Joan Fontcuberta, «Miracolo del fuoco fatuo», Miracoli & Co.

Joan Fontcuberta, «Miracolo del fuoco fatuo», Miracoli & Co.

Tutti conosciamo l’etimologia di questa parola dalla densità magica: amore per la sapienza – dove amore viene da φιλία (philia) ovvero l’amore amicale greco.
Amore e Sapienza sono di per sé dei concetti molto complessi e articolati. Eppure vi è qualcosa, in ambedue queste parole, che ci tocca immediatamente, chiunque noi siamo e qualsiasi sia la nostra storia personale. Sarebbe emozionante e interessante al contempo ipotizzare che sia questa proprietà misterica – che sentiamo inspiegabilmente – essa stessa l’oggetto della filosofia. Proviamo a concretizzarla in quel «per», la preposizione semplice che lega Amore e Sapienza. Pensiamo a questa minuscola particella del linguaggio – che appare insignificante in mezzo a quei due titani – come il centro esatto della Filosofia. Indica un percorso, un movimento, un processo interminabile, impossibile da verificare.
L’Amore è «in movimento verso» la Sapienza.
Il filosofo sarebbe quindi l’amante, colui che si muove verso la sapienza. Egli non si occupa difatti della Sapienza in sé, impara immediatamente quanto essa sia irraggiungibile – si pone quindi nella condizione di essere cosciente dell’universale e incontrovertibile non sapere – il filosofo concentra il suo sguardo sulla particella minima per (che presenta una concordanza magica, una stretta parentela di sangue con il «non» del «non sapere», in quanto sono entrambi il nucleo ermetico della locuzione a cui prendono parte). In questo misterioso minuscolo paradossale movimento ha vita la filosofia.

Diverrebbe allora questo l’atto d’amore del filosofo. Mettersi in cammino senza meta. Camminare immobile. Non-agire, stare nella domanda e nel paradosso. Osservare, anzi no: vivere il percorso. E così incontrare una risposta, l’unica: che non c’è una risposta. Di più: non c’è nessuna risposta. Questo sì che è un atto d’amore e di fede. Amare senza poter mai sapere, senza avere nessuna certezza del fatto che il nostro amore possa essere in qualche modo corrisposto. Amare, probabilmente, non significa sapere di essere amati – arrivare a riconoscere la corrispondenza dell’amore – ma vuol dire amare comunque, rimanendo nella consapevolezza fruttifera dell’impossibilità di sapere, di trovare una risposta corrispondente. Credo che questa possa essere una buona definizione di quello che è il fulcro dell’amare qualcuno o qualcosa.
Non c’è risposta nell’amore, c’è solo l’inesplicabile.
Questa disciplina filosofica si evocherebbe nell’esperienza di questo mistero. Equivarrebbe a respirare, nel silenzio.
Meditare in cerca del vuoto.

Joan Fontcuberta, «Miracolo della levitazione», Miracoli & Co

Joan Fontcuberta, «Miracolo della levitazione», Miracoli & Co.

Non è possibile sapere cosa succeda effettivamente in quello spazio e nemmeno spiegarlo. Così come non mi è possibile descrivere cosa sia successo mentre lavoravo alla Teriantropica.
Il termine che mi viene da usare è: catastrofe. Proviene anch’esso dal greco (καταστροϕή, katastrophé) e indica un capovolgimento, uno stravolgimento, una riuscita, una fine.
Tutto è cominciato da un breve testo programmatico, una sorta di manifesto, una dichiarazione d’intenti. Io l’ho soltanto fatto circolare tra colleghi e amici che pensavo avrebbero potuto comprendere e condividere la mia visione. Una visione che si basava – lo capisco solo adesso – sul non avere una visione. Su quella sospensione di cui dicevamo sopra.
Un manifesto che rievoca atmosfere ancestrali, sciamani e spiriti antichi; e nasce dal guardare i dipinti rupestri dei nostri antenati. È diventato lo strumento che ha trasformato l’Io da cui tutto è cominciato nel Noi che andrà creando fattivamente Teriantropica. L’incontro è avvenuto nella pagina, tra le parole e, attraverso la catastrofe, ha mutato metamorficamente le mie idee in quello che è e che spero sarà questo luogo.

I teriantropi raffigurati nelle caverne più antiche del mondo sono differenti seppure simili alle cosiddette figure teriomorfiche. Esse rappresentano bestie in forme divine, creando una distanza fondamentale dell’uomo dalla bestia; in quanto l’animale, posto come divinità, non è più simile a noi. Risiede su un altro piano. Vive in uno spazio differente – ovvero quello che abbiamo nominato Natura, uno spazio sacro, nel quale l’uomo è estraneo. Il teriantropismo è proprio il contrario: immaginare una metamorfosi bestiale che possa riavvicinare uomo e bestia. Tramutare l’uomo in animale e viceversa. Tornare alla condizione esistenziale autentica.
La fratellanza – la philia greca – tra tutti gli esseri.

È ormai chiaro e antropologicamente dimostrato che l’uomo sente ogni altro uomo come suo simile, esattamente come qualsiasi altro animale vede gli altri esseri appartenenti alla sua stessa specie. Non c’è una contrapposizione tra uomini e animali.
Tutti gli animali percepiscono i propri simili come umani.
Per un gatto, un altro gatto è umano. La sua «umanità» si esprime nell’essere gatto come una somiglianza.
Questa è una consapevolezza intraspecifica alla quale corrisponde una consequenziale contezza interspecifica opposta verso gli esseri appartenenti a specie differenti.
Per un gatto, un uomo non è umano. Poiché la somiglianza intraspecifica non sussiste. Vi è una distanza incolmabile.
Tutto ciò deriva da una cognizione puramente biologica che però può farsi sociale. L’essere umani – ovvero simili – da puro dato biologico diventerebbe allora una caratteristica affettiva, esattamente come l’amicizia. Quindi acquisibile prescindendo dalla definizione biologica inter e intra specifica. A quel punto potremmo rendere umani – socialmente e simbolicamente – esseri viventi che non sono simili a noi biologicamente ma soltanto a livello affettivo: appartengono a specie diverse ma ci somigliano così profondamente da diventare nostri fratelli, nostri amici. È proprio così che può formarsi un vero e proprio rapporto tra un uomo e un gatto. Un rapporto di sincera e fedele amicizia.

Mi spiego meglio:
Nell’onnicomprensiva famiglia degli animali – che a sua volta fa parte degli esseri viventi e della Terra e dell’Universo – una ristretta cerchia di enti che ne fanno parte li possiamo percepire come umani – poiché ci somigliano biologicamente, e questa somiglianza genera una comunanza sociale significativa. Allo stesso modo una più piccola parte di questi esseri posso considerarli amici, esseri che io amo consapevolmente, in un più complesso sistema culturale e simbolico. Questo sentimento di somiglianza potrebbe essere spiegato appunto in termini biologici e sociali, eppure questo non esaurisce le domande. Resta il mistero di questa compassione.
Ed è nell’inesplicabile che avviene la metamorfosi.

Questa è la Filosofia cui vorrei partecipare.
Vorrei perseguire questa trasformazione che permette un amore istintivo e bestiale. Un amore universale, poiché ha come oggetto la Sapienza tutta, ovvero ogni essere, ogni punto di vista possibile, fino a concepire lo sguardo dell’Universo in sé.
Vorrei essere spinto da un sentimento carnale, corporeo, vivo. L’amore del cacciatore per la bestia che viene predata – infinitamente ricambiato.
Ogni ente d’altronde è preda e cacciatore, persino la Sapienza.
Il filosofo allora è un cacciatore celeste.

Credo che solo tramite l’atto d’amore l’uomo possa raggiungere una consapevolezza più ampia e assoluta del Tutto e quindi di Sé.
Mettendosi sulle sue tracce, immaginando di guardare con i suoi occhi, annullandosi nel Vuoto per diventare ogni cosa.
Credo che solo cacciando possiamo diventare preda.
Mutare in bestia, divenire teriantropi.
Questa è la forma più alta dell’amore di cui dico. Imparare l’arte della caccia immedesimandoci in qualsiasi punto di vista – qualsiasi bestia, qualsiasi essere, ogni preda – e così concupire la Sapienza.

4.1.1

Joan Fontcuberta, «Miracolo della psicostasia», Miracoli & Co.

Non avevo idea che Teriantropica potesse aspirare a tanto quando ho pensato di compiere questo percorso. L’amore ha provocato questa catastrofe, questo stravolgimento, questa metamorfosi verso la bestia. Nell’atto di cacciare, la bestia ama senza saperlo. Il suo è un amore che annienta e stravolge. Un amore violento che deriva dalla fame. La fame è il bisogno: il centro e il principio dell’amore così come della caccia. L’energia cosmica che consente la metamorfosi teriantropica.
È questo ciò di cui vorrei ci occupassimo.
L’ho capito tramite il lavoro di questi mesi – e di questi anni – e la condivisione di quest’idea; i primi contributi e l’immensa passione di chi li ha scritti.
Questo è il senso di quello che facciamo.
Quanto potrete leggere nei testi della Teriantropica è proprio questo tipo di ricerca: filosofi che cercano di «leggere negli animi» e per farlo tentano il salto nel vuoto. L’ultima trasformazione.
Ci rendiamo conto di avere un’aspirazione altissima e irraggiungibile, la perseguiamo con grande umiltà e la consapevolezza, di cui dicevo, del fallimento. Tuttavia, credo sia l’unica cosa da fare.

Disimparare a sognare a occhi aperti, imparare a pensare, disimparare a filosofeggiare, imparare a dire: non si può fare da un giorno all’altro. E tuttavia non abbiamo che pochi giorni per poterlo fare.”
René Daumal


Per la gentile concessione delle immagini si ringraziano Joan Fontcuberta e David Ellingsen.
La ricerca e la scelta iconografica sono a cura di Ngoc Lan F. Tran.
Teriantropica è a cura e responsabilità di Andrea Cafarella.

↔ In alto: foto © David Ellingsen, «At the Terminus of Magical Thought», Absent Presence (2018).