La caccia

Pier Paolo Di Mino

Prepararsi alla lettura è importante quanto l’atto stesso di leggere.
Bisogna fare silenzio prima di poter ascoltare, di potersi approcciare alle parole.
In questo caso si prospetta una lettura molto intensa. Non tanto per la lunghezza effettiva del testo o per la sua densità, ma per le riflessioni che esso ci chiede. Quello che vi apprestate a esplorare è un ragionamento speculativo multiforme dalla portata immane e dall’aspetto misterico, a prescindere dal suo tono affabulatorio. Un racconto per frammenti di un percorso senza fine. Una narrazione che apre nuove vie e pertanto indica altre possibilità. La lettura di questo testo, difatti, continua altrove. Poiché non ammette risposta, ci lascia nel dubbio e nella questione infinita.
Prendetevi tutto il tempo necessario prima di iniziare a leggere, altrettanto concedetevene durante questo breve cammino sul ghiaccio e, se potete, lasciatevi andare dopo che lo avrete letto. Arrendetevi. Concedetevi una sigaretta con Dio.

La caccia
Appunti per uno studio sull’animale, la metamorfosi e il divino

È vero, non so comportarmi in società, quando sono in mezzo agli altri non so dove mettere il mio corpo nello spazio, e, infatti, qualche tempo fa, ho sognato che non sapevo comportarmi in società, che quando ero in mezzo agli altri non sapevo dove mettere il mio corpo nello spazio, motivo per il quale, nel sogno, mi trovavo in una landa ghiacciata, una distesa piatta e bianca che dava alla testa per la luce. Accanto a me c’era un grande cinghiale. In realtà, mi disse il cinghiale a un certo punto, mentre camminavano sul ghiaccio, mentre i cimali degli alberi gonfi di vento riempivano l’aria di qualcosa, forse erano canti, o forse lamenti, o forse giochi di parole, e la luce azzurra del cielo perpetuava se stessa spegnendosi e accendendosi di continuo, in realtà, mi disse il cinghiale, tu non ti sai comportare bene nemmeno qui. Entrando, mi spiegò, hai fatto troppo rumore. Poi, il cinghiale rise. Allora, risi pure io, prima di tutto perché avevo capito che il cinghiale mi aveva perdonato le brutte maniere con cui mi ero presentato, quel rumore che avevo fatto entrando nel sogno, e poi perché da quel perdono, accordato così, con tanta facilità, avevo capito che il cinghiale era Dio.

Hans-Christian Schink, «Zanzibar», 1h

Hans-Christian Schink, «Zanzibar», 1h.

Lascia perdere, mi disse poi il cinghiale, risparmiami quelle quattro cose che sai a memoria sugli dèi venerati in forma di animale, quelle cose paleolitiche, quelle cose egiziane, quelle storie sugli antenati, quella storia tirata per i capelli che quando uno è un animale è anche un dio, queste cose qualsiasi: non provare a dirmi nulla del genere. Potrei capire se me lo dicessi per fare colpo, ma solo se fossi una bella ragazza. In questo caso potrei capirlo. Ma io non sono una bella ragazza, mi disse.

Però, secondo me (è un’ipotesi che faccio ora sul momento, mentre trascrivo questi appunti), ecco, il desiderio amoroso, invece, c’entra eccome in tutta questa storia del cinghiale: voglio dire di Dio.

Dico questo perché, se penso a un cinghiale, io penso immediatamente a dargli la caccia in un bosco.
Sarà un mio difetto, ma io, se penso a un cinghiale, penso subito a dargli la caccia: mi viene in mente la sua groppa maestosa e pelosa, la prosopopea nobile del suo grugno, quello sguardo acuminato, feroce e filosofale ovverosia ctonio, mi sale in bocca il sapore di certe sue tenere ghiandole violacee contenute nel forziere della sua interiorità nonché un complesso di incubi a occhi aperti, meridiani e spaventosi, che mi perseguitano dalla notte dei tempi, da prima che nascessi, ed ecco che mi sento sospinto da un pugno di sensazioni e sentimenti in cui trovano la loro più essenziale coesione la fame, un certo bisogno calcolato di pericolo, la smania di morte, il desiderio di congegnare trappole, la violenza, la noia nonché alcune conclamate fantasie di gloria, quella di cui ci si fa vanto al caffè con gli altri eroi, e a questo cinghiale allora io devo dargli la caccia.
Ovviamente, sono presciente che questo complesso di sensazioni e sentimenti si risolveranno, o, meglio, si riveleranno infine, numinosamente, una completa esperienza amorosa.

Dio, sia benedetto il suo nome, è certamente privo di ogni malizia, ma è assolutamente locupleto di ogni sottigliezza. Io non sono una bella ragazza, dice Dio, eppure quella prescienza amorosa di cui parlo è propria di chiunque si ficchi in un bosco, spacchi le onde del mare, scivoli in un deserto per andare a predare qualcuno di cui diventerà fatalmente la preda, perdendosi per sempre.
Se ne sentono in giro di storie come queste.
Un uomo onesto, un onesto lavoratore, un nobile onestamente intento alla propria educazione ginnica o bellica, insomma, un onesto affamato, un onesto bisognoso, magari credendo in piena coscienza che a spingerlo sia non si sa quale chimerico dato materiale (si va dal giusto apporto di proteine alla costruzione di una carriera aziendale di tutto rispetto); questo uomo, dunque, va a caccia, e, poi, così raccontano le storie che si sentono in giro, uno spirito femmineo, un genio lascivo, una ninfa, un’amadriade, una sirena, una foca incantata, una fata morgana, una gibigianna animata, un’anima animale abissale lo prende, lo ammalia, e lo porta via con sé, dentro di sé, per sempre.
Cerco di spiegarmi meglio (per quanto sia possibile): dico che quando questo ente femminile ineffabilmente carneo, quando l’essere ti prende e porta via con sé, dentro di sé, quello che succede potremmo anche chiamarlo «morte»: c’è questo estremo mutamento, questa metamorfosi spinta al parossismo, questo stravolgimento radicale: c’è l’annientamento. Uno, non importa cosa ne pensi, e non valgono proprio a nulla tutti i ragionamenti chiarificatori che può farsi a proposito, viene annientato, e, allora, nel vuoto di questo nulla, avviene infine pienamente tutto. L’annientamento che ci porta a questo vuoto lo conosciamo tutti, ogni istante. È un semplice punto, un punto che non c’è, che tocchiamo per toccare il mondo, i suoi infiniti oggetti. È il punto in cui, per conoscerli, per viverli, distruggiamo questi oggetti, il punto in cui, distruggendoli, li creiamo nella nostra conoscenza. La mente umana è vasta, o per meglio dire continua, esattamente come il mondo, ma per esistere, l’uomo ha bisogno che la sua mente operi sul continuo che l’accomuna al mondo una discrezione che elida dalla nostra coscienza quanto può essere trascurato. Tutto, in effetti. Questa discrezione, questo scarso residuo è quanto lavoriamo nella nostra immaginazione, dai sensi fino alla ragione, per creare ciò che è in quanto è, per crearlo in maniera che esista, e per abitarlo dunque. È necessario tutto questo lavoro distruttivo affinché i nostri corpi possano stare in uno spazio e in un tempo. Solo un residuo: la scarto di una catastrofe, di un annientamento. Un residuo lavorato faticosamente ad arte. Quel residuo è la nostra esistenza.
Ora, un matematico direbbe che questa discriminazione fra discreto e continuo è utile ma non del tutto reale, e ci potrebbe rassicurare che, di fatto, l’infinito flusso di crescite numeriche, le continue mutazioni di immagini, l’infinita fantasia che gonfia l’anima del mondo e la sua materia sognante, non si perdono mai davvero, che una qualsiasi informazione, anche dovesse precipitare nel baratro di un buco nero, seppure distrutta dal buco nero, per la natura propria di un’informazione, non potrebbe andare distrutta. E penso sia così: in questo processo distruttivo, mi pare, non si perde mai nulla. La distruzione di un oggetto lo preserva nella creazione che facciamo di esso nella nostra immaginazione: questo preservamento è il suo nascondimento: è come se tutto si nascondesse, affinché la caccia prosegua.
Siamo immersi in questa caccia selvaggia in cui ognuno di noi, oggetto della realtà, vive nell’interazione continua che di continuo ci muta, ci distrugge, ci conserva, ci crea. Per noi questo significa esistere.
È semplicemente così, sebbene questo annientamento splendente, questo mutamento sorprendente, questo ribaltamento spettacolare, questa catastrofe noetica, questa metamorfosi languida, questa conversione misericordiosa che conosce il cacciatore quando scopre di essere diventato la preda della propria preda, qualcuno preferisce pensarla come episodica, eccezionale, magari più unica che rara, destinata a pochi eletti, e la descrive con parole grandiloquenti, bizantine, screziate quasi: sono morto alla vita morta che facevo prima, dice; sono un uomo nuovo, dice; cose così, dice. Però, però, in effetti non c’è niente di più quotidiano di conversioni come queste, conversioni la cui continuità nella nostra esistenza così come nella vita in sé è inviolabile, la cui continuità è strutturale, come impariamo tutti quando impariamo a fare l’amore, quando nell’amore impariamo a compiere questo rito, a ripetere questo gioco violento, pieno di libertà, pieno di necessità, esattamente quale lo fa la vita eterna quando, per amore della nostra esistenza, muore in essa, e quando l’esistenza, per amore della vita eterna, muore in essa.

Due si incontrano, e, la fatale mancanza l’uno dell’altro, che li ha portati attraverso sentieri pieni di segni sottilissimi, erbe e arbusti diversamente fruscianti, giochi di luce nell’aria, odori carichi di minaccioso piacere, apparizioni angeliche sciolte dai soliti simboli mentali, si innamorano e, appena possono, sono l’uno sull’altro e, chi mormora preghiere, chi dice oscenità, confusi l’uno nell’umore dell’altro, sfinendosi lungo la discesa verticale del piacere, si danno la morte: e questo è l’amore.

Adam Panczuk, «Untitled», Karczeby.

Adam Panczuk, «Untitled», Karczeby.

È una questione di amore. E voglio dire adesso per chiarezza che, infatti, non è necessario andare a caccia per guadagnare la contezza di queste evidenze misteriche. Basta buttarsi per strada in un giorno qualsiasi della settimana, in mezzo alla caligine, tirati per una spalla dall’inquietudine e per l’altra dalla fame ammattita. Basta che piova, che ci sia il sole, che il vento stia zitto oppure infuri, basta essere da soli, oppure in pochi, oppure in molti, non importa, basta qualsiasi cosa perché, a dirla tutta, basta che la parte femminile dell’ombra vi percorra la schiena, ovunque siate, qualunque cosa stiate facendo e, seguendo i giusti sentieri carichi di odori e minaccioso piacere, vi ritroviate a fare l’amore. È soltanto una questione di amore, e ha ragione il cinghiale, non c’entrano niente le storie religiose, le storie animistiche o peggio spiritistiche, paleolitiche o egiziache, e tanto meno c’entra qualcosa quella fantasticheria moderna secondo la quale un uomo può scoprire l’identità del dio e dell’animale elevandosi al di sopra della propria moralità, o della propria umanità, magari in certe condizioni estreme: peste, carestie, guerre, o in deserti infuocati oppure ghiacciati. Questa fantasticheria è soltanto uno di quei congegni ideologici disinfettati con i quali l’uomo di oggi cerca di darsi un tono mentre prepara la peste, e il contagio, e la carestia, e la guerra, mentre apparecchia sulle spoglie del mondo un deserto di detriti. Ed è per questo che le condizioni estreme di cui parlo qui sopra sono di sicuro un territorio esemplare per studiare in vitro l’identità assoluta della psicopatia dello pneumatico con la deficienza mentale dell’ilico, ma appunto per questo non vanno bene per esercitazioni, soprattutto dal vero e all’aria aperta, circa la vita e il divino, (se mi si consente il pleonasmo), circa questa cosa che racchiude l’animale e la metamorfosi e il divino in un solo lemma, la vita, e, infatti, tanto per fare un esempio personale, il deserto in cui mi trovavo con il cinghiale, per quanto senza estensione, non è che avesse nulla di particolarmente estremo.
Era semplicemente vuoto.
Il che, disse a un certo punto il cinghiale, indica di certo uno stato di desiderio, giacché si può desiderare solo ciò che non si ha. Spasimi che fai schifo, mi disse, malgrado questa stanchezza che ti vedo negli occhi. Penso, mi disse il cinghiale, si possa fare qualcosa. Penso, mi disse, che in fondo non ne hai avuto abbastanza. Sì, spasimi che fai schifo.

È nella natura umana spasimare, perché è nella natura delle cose farsi dare la caccia. Le cose si nascondono, fuggono, e noi allora, vedendo che si nascondono, che fuggono, gli diamo la caccia: ce ne innamoriamo, e gli diamo la caccia. A me piace, così come piace a molti altri, questa immagine della caccia. Altri nell’amore vedono piuttosto una lotta. Veronica Franco, che dell’amore fece un’arte ampia, dalle grandi ambizioni politiche ed educative, ci vedeva una lotta. Francesco Colonna, ovviamente, ci vedeva una lotta, una lotta in sogno, che, alla fine del suo libro senza fine, dichiarava perduta per sempre dalla nostra civiltà. Io, però, preferisco vederci una caccia, e in questo vado d’accordo con Platone, con il quale, a dirla tutta, vado d’accordo su poche cose, ma su questa cosa qui della caccia, sì: anche secondo me il filosofo, davanti alla realtà, è un innamorato ovvero un cacciatore pieno di brame, pieno di pensieri maliziosi, pieno di sogni umidi, pieno di astruse astuzie: capace di intuire al minimo segnale la matematica che regge l’anima del mondo.

In effetti, Platone, per significare un filosofo, usa però anche la figura dell’innamorato, perché l’innamorato è un cacciatore, è uno che sente fame, ossia che sente la mancanza di qualcosa, di qui il suo ingegno, la sua perfidia, la sua violenza: di qui la sua morte nell’essere. Ma questo in verità lo sanno tutti, non possiamo fare a meno di saperlo, di viverlo tutti quanti i benedetti giorni, perché siamo tutti innamorati, lo siamo della realtà che abbiamo davanti, dentro la quale siamo, dei suoi oggetti. Questi oggetti sono quanto ci manca, quanto non abbiamo, e, quindi, quanto non siamo: checché ne dica qualcuno della buona società per fare bella figura nei salotti, avere ed essere non sono opposti, giacché l’essere è, prima di tutto, un attributo che deteniamo, che abbiamo.

Ma basta.
Basta, perché questi appunti rischiano di non arrivare a nulla. Inseguo queste immagini, si accumulano, diventano infinite: poi spariscono palpebrando nell’aria: e infine sparisco anche io.

Gli uomini, normalmente, fanno una fatica costante e distruttiva per eludere dalla propria coscienza che la loro esistenza funzioni così. A quanto mi risulta questa elusione è favorita da una fede, che ormai è poco dire che vada per la maggiore, e che stravolge la reale natura dell’esistenza per mezzo di proposizioni come: la vita è una valle di lacrime. I patiti di questa fede dicono che l’esistenza altro non sia che piombare in un mondo fatto di nera e lurida materia senza senso oppure che altro non sia che piombare in un mondo che è solo nefasta diabolica illusione e, in linea di massima, confondendo in modo esiziale il riposo domenicale con la catastrofe finale, costoro indugiano nei giorni (non si capisce bene perché, a rigore) sperando che questi presto si dissolvano portandoli trionfalmente in paradiso o, se sei sul tipo più razionalista, meno indulgente con le consolazioni, quasi un vero duro, che tutto sparisca grandiosamente nel nulla perfetto, più bianco del bianco.

E quindi capisco, capisco che, per provare a ricordare che il paradiso è qui (magari più caldo di quanto certi sperino), che il vuoto è qui (straordinariamente pieno), alcuni galantuomini vecchio stampo (inutile che denunci ora i nomi banditi di questi santi, di questi sbandati, di questi esuli e stranieri, di questi figli cacciati nel deserto da Abramo, di questi discendenti in linea diretta e felicitante del terzo figlio di Adamo); insomma secondo me è un bene che questi galantuomini vecchio stampo di cui dico abbiano congegnato a beneficio di vaste moltitudini, a mo’ di gioco didattico e ricreativo, alcuni rimedi a questa fede lacrimosa che preferisce alla valle della verità quella delle lacrime, questa fede che compiace le religioni rivelate e i piani aziendali del capitalismo liberale come di Stato.

Sono rimedi, quelli concepiti da questi santi amorosi, che mettono al centro dei loro pensieri veri, dei loro rituali incarnati, l’idea della resurrezione dei corpi ovvero la prassi della resurrezione dei significati, e la celebrano meglio che possono ovunque si trovino, perfino nelle sinagoghe, nelle chiese, nelle moschee, sebbene il meglio rimane un tempio sabeo: ne abbiamo davvero bisogno di questa resurrezione dei corpi, di ridare ai corpi, a ognuno degli oggetti del reale, quali siamo, il suo senso, il suo significato così come muta, fino alla negazione, in quel campo inesauribile di interazioni che chiamiamo esistenza, quel campo senza fine, dove nulla ha mai fine, dove nulla, nemmeno dopo l’ultima delle metamorfosi, oltre il vuoto, dove nulla, anche dopo avere attraversato l’annientamento, si perde mai. Nulla si perde mai. Al massimo, si nasconde.

Adam Panczuk, «Untitled», Karczeby

Adam Panczuk, «Untitled», Karczeby.

Questo annientamento non è una sconfitta, e non vi è nulla di irrimediabile: non si perde proprio nulla ad attraversarlo. È solo il nostro modo per proseguire questa caccia selvaggia e celeste. Io ho avuto la fortuna di saperlo presto questo, per via di una ragazza di cui non ricordo più il nome.
Un’estate di un milione di anni fa. Avrò avuto quattordici anni. Mi ero iscritto al quarto ginnasio. A casa mia non c’erano mai stati libri, e io quell’estate me ne era procurati un po’, non so come, non so dire quali. Tutte letture confuse con le quali cercavo di riempire forse un buco, o, più probabilmente, di gonfiare le parte più aerea del mio spirito. Immagino che somigliassi a quel personaggio di Sartre (forse Sartre capitò nelle letture di quell’estate): l’autodidatta. E, insomma, mi misi lì un mese circa, giorno dopo giorno, senza mai uscire, e lessi non so quanti libri di seguito, e, quando ne ebbi abbastanza, ecco che, come recita il famoso proverbio greco, sapevo tutto, e tutto male, e, quindi, grasso di questo sapere rabberciato in così poco tempo, un giorno uscii di casa per ricongiungermi alla mia comitiva.
In quel mese tutti gli amici erano diventati uomini. Tutte le amiche erano diventate donne. Tutti facevano l’amore, e per i vicoli e le strade del mio quartiere sentivi premere nell’aria questi polloni estivi fervidi di conturbante passione. E un giorno notai lei, questa ragazza di cui dico.
Era carina. Portava gli occhiali. Era più grande di me. E, dunque, come andò e come non andò, eravamo seduti su di una panchina, e facevamo un gioco, il gioco dell’analogia, uno diceva una parola e l’altro rispondeva con una parola affine e rispondente,e via di seguito finché non si tornava alla prima parola, e, poi, dopo avere ripetuto questo gioco due o tre o quattro volte, mi ritrovai a parlare con la ragazza, e senza dubbio mi misi a fare il galletto, cercavo di fare colpo, e così cominciai a sputare dalla bocca lacerti mandati a memoria di tutti quei libri letti in un mese, cominciai a fare scintillare fuori dai denti tantissime mie idee e opinioni innovative, e a un certo punto dissi che Platone era un fascista. Così, a buffo. Sei un cretino, mi disse la ragazza. Platone, mi disse, è comunista. E poi mi tenne una lezione fatta e rifinita di filosofia, dai presocratici fino a Platone, e alla fine mi disse: non parlare, se non sai le cose. Ci rimasi male.
Per qualche giorno non la vidi più. Poi, un pomeriggio, eccola che ricompare, mi si avvicina, e mi fa: a me gli intellettuali fanno schifo. Anche questa volta ci rimasi male, e così cominciai a pensare a lei in una maniera nuova, sconosciuta, e anche tormentosa. Chiedevo di lei in giro. Ora non rammento più tanti particolari, a parte il fatto che la ragazza che non smetteva di farmi rimanere male era la fidanzata dello Zingaro. Lo Zingaro indossava un gilet sul petto nudo, portava due cinte, girava con un coltello, era già stato in prigione, ed era comunista. Forse, ero innamorato di quella ragazza, non lo so con esattezza, ma è indubbio che un certo ascendente su di me, quell’estate, lo ebbe, e che questo ascendente fu per me formativo come spesso capita in certe storie d’amore. Infatti la mia mente, basandosi sulla cognizione che la ragazza, che continuava a oltraggiarmi in quel modo, odiava gli intellettuali ed era fidanzata con un criminale comunista chiamato lo Zingaro, elaborò per me uno schema che aveva valore formale di destino: mi giurai che non sarei mai stato un intellettuale, che sarei diventato un comunista e anche un delinquente.
Uno capace di digerire due quintali di carta stampata in un mese per gonfiarsi lo spirito, può facilmente impiegare meno tempo per diventare un bandito, e, infatti, per farla breve, in pochi giorni diventai amico di Boi.
Boi (penso fosse un cognome, non un soprannome) era enorme. Puzzava. Anche lui era un criminale, un delinquente, un bandito. Anche di questo ricordo poco, se non che Boi mi prese a ben volere, e che tutti i giorni condivideva con me un po’ di merce che rubava non so dove. Gomme e sigarette. Uno come te, mi diceva Boi, non può non fumare. (È così che ho cominciato). Mi piaceva quel: uno come te. Non sapevo, non so nemmeno ora, cosa volesse intendere, ma mi piaceva, e, probabilmente, fu per dimostrargli che il suo affetto e la sua stima non erano mal riposti, e che, insomma, anche io ormai facevo parte della banda degli irregolari, un giorno feci una rissa, ma così, in via sperimentale.
Era sera, e al chiaroscuro di un lampione appannato da un nugolo di mosche o tafani vidi questo ragazzino della mia età, verde pisello come me, e, non mi importava chi fosse o chi non fosse, andai da lui, cominciai a stuzzicarlo, ci ritrovammo ad alzare la voce, e quando la voce era abbastanza alta, gli mollai un cazzotto, niente di che, lui ne mollò uno a me, niente di che, ma dopo qualche secondo intervennero anche altri ragazzi, con la solita scusa di separare i litiganti, e quindi scattò una rissa niente male, vidi un bar che chiudeva le serrande, sentii la voce di qualche adulto che urlava, c’era qualcuno steso a terra, e poi ci fu un grande silenzio, e all’improvviso ecco lo Zingaro, ecco lo Zingaro che mi prende per una spalla e mi dice: la facciamo finita? Io gli dico di sì. Bravo, mi fa lui, ma perché hai menato mio fratello? Il ragazzino che ero andato a stuzzicare, a malmenare, era il fratello dello Zingaro. Perché, gli risposi, è brutto. Pure tu, gli dissi io, sei brutto. Lo Zingaro mi sorrise, con un gesto che ricordo solenne e leggero lasciò andare le mie spalle, mi fece segno con il mento di sparire, e fu a quel punto che vidi comparirmi davanti all’improvviso suo fratello, il malmenato, che urlò, che cacciò dalla gola un urlo selvaggio pieno di gioia, e mi prese in pieno con un pugno il naso, e me lo spaccò.

Dopo qualche giorno, e qui finisce la mia storia, vedo ricomparire per l’ultima volta in vita mia la ragazza, la fidanzata dello Zingaro, che mi si avvicina, mi addita il naso, e mi fa: che faccia scura che hai, però non ti sta male, sembri più serio, magari d’ora in poi parli di quello che sai, di quello che non sai taci, sì, ti sta bene questa faccia scura, ora somigli a quello, somigli a Eraclito.

Eraclito, che poi è da lui che ho imparato che la natura ama nascondersi.

Finché le strade affaticate dal traffico, i vicoli nascosti alla sorveglianza civile della polizia, le piazze indaffarate dei quartieri come il mio saranno ancora battute da certe presenze angeliche, sì, da tutte queste persone archetipiche incarnate, finché nei cortili sarà ancora possibile ballare con gli dèi vestiti in jeans strappati sul ginocchio e incontrare i sapienti nei bar, la continuità di quel caro pensiero misterico, di quella sapienza intatta rassicurata dal filo della tradizione, non andrà mai perduta. E infatti, alla fine di quell’estate, poco prima che iniziasse scuola, andai in una cartolibreria e chiesi al proprietario se avesse un libro di Eraclito, il negoziante consultò un grosso catalogo, e poi mi disse che entro una settimana massimo due mi avrebbe fatto avere il libro. Una settimana dopo cominciavo a imparare che, più che altro, tutto sta nel fatto che la natura ama nascondersi, che le cose, quando il nostro essere si nega nel divenire, non si perdono, che non si perdono quando ci sciogliamo dal flusso del divenire per perderci nell’essere, si nascondono soltanto, tutto si nasconde, con tenacia, con caparbietà, e, soprattutto, per gioco: un gioco molto possente e molto violento.

Ho passato la vita a pensare a questa cosa qui, che la natura ama nascondersi. La natura stessa del tempo ama nascondersi. Il tempo è tutto lì, in questo solo istante senza termine, passato e presente e avvenire tutto insieme qui davanti a noi, ma la nostra mente non deve ficcare il nostro corpo solo in uno spazio in cui si possa muovere, ma anche in un tempo, che, per farci muovere, si muove anche lui. Scorre, a volte lentamente e a volte a grande velocità. Verso la fine a una velocità incredibile. Altre volte sgocciola. Altre volte ancora si rapprende, o evapora, o cade in certi penetrali cavi, o si dissolve elettricamente nell’aria. E, insomma, avendo a disposizione questo tempo, io l’ho impiegato a pensare a questa cosa qui, che la natura ama nascondersi.
Non è che potessi fare altrimenti, del resto, per via del giuramento che mi ero fatto quell’estate: e che ho rispettato. Non è stato difficile. Non avendone le capacità e il talento, non sono mai diventato un intellettuale. Essendo manifesto che la vita è una, comune a tutti, nemmeno essere comunista mi è stato difficile. E quanto all’essere bandito, l’ho sempre trovato un piacere sensuale senza pari: questa solitudine appassionata che ho impiegato per pensare alla natura delle cose, a come questa ama nascondersi.

Hans-Christian Schink, «Spitzbergen», 1h

Hans-Christian Schink, «Spitzbergen», 1h.

Da anni, poi, questo pensiero ha preso la forma di un lungo ragionamento, di un lunghissimo racconto che ho intitolato Lo splendore, che è quanto vediamo quando fissiamo gli occhi a fondo nella trama del visibile, che è quanto proviamo nel parossismo dello spasimo cardiaco che ci porta alla stasi, e, insomma, a un certo punto di questo racconto che svolgo da anni c’è un libro, il protagonista di questo racconto legge un libro, e c’è una pagina di questo libro, e nella pagina c’è un’illustrazione. L’illustrazione rappresenta un grosso spazio, «quasi sicuramente liquido, se non proprio marino. Questo spazio era azzurro, un azzurro carico di riflessi o di bagliori dorati e argentati. L’azzurro era molto molle. Forse, molle era la parola giusta. Era questo a dare la sensazione del liquido. O forse erano i riflessi o i bagliori dorati e argentati, che, in alcuni punti, si chiudevano in piccoli cerchi e altre volte si stendevano in sottili onde, e davano l’impressione che l’illustrazione stessa mostrasse lo scorrere dell’acqua. Quello poteva essere un fiume, o il mare, o, addirittura, l’oceano». Inoltre nell’illustrazione «si distinguevano almeno un paio di tori, un paio di bisonti, un paio di cervi, un paio di cani, o forse erano lupi, e quindi un paio di uomini. Tutti questi animali venivano trascinati dalla corrente». Sotto questa figura, così dico nel racconto, c’era una sola frase, e cioè: l’essere nel divenire ama nascondersi, che è un altro modo di dire che la natura ama nascondersi, giacché la parola greca che traduciamo con natura è interessante, perché il suo tema verbale indica lo sviluppo di qualcosa che è. Quella parola potrebbe essere tradotta: l’essere nel divenire. L’essere nel divenire ama nascondersi. L’essere ama nascondersi nel divenire, questa corrente che ci trascina, che muta di continuo, nel quale ci ha ficcati il nostro essere, negandosi in essa, mutandosi in essa, per collocarci in uno spazio e in un tempo senza il quale nulla sarebbe.

Quando ho congegnato questa figura, mentre ero attento al mio quotidiano impegno di stendere i ragionamenti e le immagini di questo lungo racconto che compongo da anni, ho pensato, per un momento, che, in fondo, mi potevo fermare anche qui, che, dentro questa immagine, già c’era tutto: un grande animale che cessa di essere se stesso per essere tutti gli animali e tutti gli animali che, travolti, cessano di essere se stessi affinché a essere sia il grande animale; che, insomma, tutto stava qui, in questa tremenda metamorfosi di tutto in tutto, fino al nulla, ma poi, eppure, eppure, quel racconto continua ancora, e le immagini si moltiplicano e io gli vado dietro, cacciandole, le vedo in certi istanti infiniti, che, nella loro continuità, temo mi sfiniranno, e passano le ore e i giorni e le settimane e i mesi e gli anni che, però, più che ore e giorni e settimane e mesi e anni sono stelle, hanno la forma delle stelle, e pure il nome delle stelle, stelle che, del resto, hanno pure il nome di animali, di piante, di minerali, di uomini e donne vissute, sono numeri, sono molte cose, infinite, e mi sfiniscono, sfiniscono il tempo e anche lo spazio. Io lo so che rischio di non arrivare a nulla, mi dico che anzi è inevitabile che arriverò a nulla: e continuo a inseguire quelle immagini, che si accumulano, diventano infinite: poi spariscono palpebrando nell’aria: e infine sparisco anche io.

E cioè, disse poi il cinghiale nel sogno, per come la metti tu, l’essere, per essere, deve mutarsi nel divenire: per come la metti tu, l’essere, per essere, muta nel suo annientamento. Secondo te, mi disse poi Dio, potremmo anche aggiungere questo al discorso, che la stessa stasi dell’essere è mutevolezza? Secondo me, disse, dovremmo cercare di aggiungere anche questo, ci terrei, te lo dico in tutta franchezza, sebbene, quanto a te, immagino che questo non risolva il vero problema, tanto contingente quanto assoluto, dico il problema di questa stanchezza di cui ti vedo afflitto. Però, te lo dico: non è niente di che, coso mio. È soltanto, vedi, è soltanto la somma di parole commerciate alla luce del giorno come a quella della notte, questi amori qui di cui meni vanto, insomma, queste cacce, ti sto citando, queste cacce, questi giochi estasiati e fanciulleschi, sinagogali e sabei, questi scherzi da preti, questo rincorrere oggetti che fuggono e che mutano e che si negano, insomma, tutto questo tramestio carnale che senza dubbio comporta un certo affaticamento, un certo infiacchimento, una cachessia che, noto, osservo, analizzo, congetturo, provo a indovinare, ma alla fine so per certo, può anche mettere in discussione tutto quanto, per esempio il sapersi comportare in società come in un sogno, non sapere più dove mettere il proprio corpo nello spazio e nel tempo. Hai ragione, dissi a Dio. Poi Dio fece una lunghissima risata, e la risata si chiuse in un cerchio infinito. Anch’io risi, ma in modo molto più breve, perché fingevo. Ma non ti preoccupare, mi fece allora lui. Già che sei qui, troviamo una soluzione. Si tratta soltanto di aguzzare l’ingegno, di farci venire una nuova fantasia, di andare a pescare, con tatto e con fiuto, un nuovo desiderio da questo vuoto qui. Gli dissi di nuovo che aveva ragione, e, poi, decidemmo di fumare una sigaretta insieme.


Per la gentile concessione delle immagini si ringraziano Hans-Christian Schink, Adam Panczuk e David Ellingsen.
Tutte le immagini all’interno delle note sono a cura di Veronica Leffe.
La ricerca e la scelta iconografica sono a cura di Ngoc Lan F. Tran.

Teriantropica è a cura e responsabilità di Andrea Cafarella.

↔ In alto: David Ellingsen, «Humanist Animist», Absent Presence. (2018)