Quinta nota

Pier Paolo Di Mino

Quello di sabeo è un nome un po’ favoloso, forse perfino sognante, per designare quei sapienti mediorientali, che si sentivano più figli di Platone che di Maometto. Parliamo di Harran, e qui la storia, secondo me, è molto interessante. Al principio di tutto abbiamo due protagonisti: i platonici da una parte e i cristiani dall’altra. Presto gli uni entrarono in conflitto con gli altri.
Descrive bene il motivo insanabile di questo conflitto Celso, un filosofo della tarda antichità piuttosto attaccato alla tradizione platonica e molto avverso alla novità galilea.
Dice Celso che, infatti, i platonici vedono nel mondo un grande e meraviglioso ordine, l’espressione di un bene profondo e razionale instillato parimenti in tutte le creature, dal batterio fino all’uomo, ordine che il platonico apprezza sempre di più man mano che procede nella vita grazie al suo amore per il sapere e il suo appassionato studio di tutto; il cristiano, invece,dice ancora Celso, nel mondo vede solo un male e pone se stesso al centro di questo male, inventando le più assurde e querule colpe personali al solo scopo di darsi importanza, di credersi più importante delle altre creature e perfino di Dio, e, quindi, insensibile al divino come all’umano, disprezzando il sapere e lo studio, ignorante e cencioso, il cristiano se ne va in giro sporcando e inquinando e, violento nel cuore, distrugge tutto.
Non mi pare che Celso menta: è ovvio che il platonico medio amasse a quel modo il mondo e il suo ordine, dal momento che il platonico medio, se non discendeva da un re era comunque ricco, e ci vuole niente ad apprezzare un ordine che ti vede ricco e senza un problema uno mai d’avanzo, così come è ovvio che uno che è povero quando si dice povero, e cioè è privo di tutto, magari pure schiavo, e ignorante per non avere potuto studiare, ecco, è ovvio che il povero in questo mondo non vede nessun ordine, e così lo prende a odiare, questo mondo, e, pronto a piangere tutte le sue colpe, prima di tutto quella di essere nato povero, ecco che si converte, ecco che si dà al cristianesimo e alla devastazione di tutto.
I cristiani, insomma, a un certo punto si mettono a devastare tutto: distruggono templi, mettono a ferro e fuoco Delfi (e il mondo, dirà il suo ultimo sacerdote, piomba nel buio dell’ignoranza), perseguitano i pagani casa per casa, entrando in ogni casa e devastando i casti altari casalinghi dedicati ai lari, ammazzano filosofi qui e lì, e, infine, al culmine di questa mareggiata di merda che hanno sparso, chiudono l’accademia fondata da Platone. L’accademia chiude, e i filosofi scappano. Fuggono in giro per il mediterraneo, e, alla fine, si stabilizzano in Medio Oriente: ad Harran. Passano i secoli, e, questo va detto, i filosofi platonici ad Harran non stanno con le mani in mano, si danno da fare, studiano, pensano, agiscono e, in particolare, si ritrovano a che fare con questi ribelli nuovissimi proprio sul tipo dei cristiani, i maomettani: ma ora i platonici sanno come fare; sanno che invece di litigarci è meglio aiutarli, aiutarli a non prendere alla lettera le fantasie religiose desunte dai loro libri, aiutarli a capire che perseguire la giustizia è più importante che obbedire alle leggi, e che l’unica legge che esiste è quella che regola il mondo divinamente con armonia, e così, grazie ai platonici di Harran, alcuni maomettani finiranno per sentirsi figli di Platone. Questi figli di Platone venivano chiamati anche sabei. Per un sabeo l’importante era questo: essere figlio di Platone; per un sabeo potevi essere maomettano come ebreo, andava tutto bene, purché a una religione presa alla lettera e creduta per fede si preferisse una religione ricca di possibilità angelicamente esegetiche e sentita attraverso la ragione.
Andiamo avanti. Passa ancora molto altro tempo, e, verso la fine del Quattordicesimo secolo, un sabeo incontra, pare in Turchia, un giovane cristiano greco, che si chiamava Gemisto, e gli spiega un po’ questa storia di essere sabei, e quello, allora, Gemisto, si sente colpito in mezzo alla fronte da non si sa che cosa, e gli viene in mente una grande idea: devo spiegare a tutti, si disse Gemisto, che essere cristiani, essere maomettani, essere ebrei è la stessa cosa, ossia un bene se lo sei sentendoti figlio di Platone, un male in caso contrario. Gemisto (che è un nome che in greco significa “pieno”) decide di farsi chiamare Pletone (che significa sempre “pieno”) per essere, con facile gioco filastroccale, l’ultimo erede di Platone, e poi, qualche decennio dopo, alla terza decade del quindicesimo secolo, eccolo che si ritrova a Firenze con un carico di regali per il papa, e per tutti i santi e gli intellettuali d’occidente, fra cui spiccava tutta l’opera intera di Platone e un taglio di carne di maiale talmente buona che subito la ribattezzarono “arista” (che in greco significa: “la migliore”). I regali piacquero a tutti, e piacque pure quello che Gemisto Pletone aveva da dire: uniamo, disse, tutto il Mediterraneo sotto una sola religione, perché tanto questi tre culti differenti del medesimo Dio hanno poco e niente di differente. Ma però, disse, sottomettiamo prima questa religione al culto della bellezza e del bene di Platone. La gente si entusiasmò, e ci fu perfino chi rinunciò a tutto per seguire questo sogno, il quale, però, per il momento, ma solo per il momento, ancora non si è realizzato. Ma c’è chi, come me, spera che, se non è oggi, è domani, si realizzi, e tutti gli anni va a Rimini a pregare sulla tomba di Gemisto nel tempio Malatestiano.
Ma cosa mi piace soprattutto di questo sogno? Mi piace l’idea che un cristiano, così come un irrequieto qualsiasi e a qualsiasi titolo, possa vedere nel mondo un grande e meraviglioso ordine, l’espressione di un bene profondo e razionale instillato parimenti in tutte le creature, dal batterio fino all’uomo, e questo per via che questo uomo ha tutto per amare il mondo, nessuno lo sfrutta, e non conosce nessuna ingiustizia e povertà. Sta proprio bene così. Ma ora io, più che consigliare i libri di Gemisto Pletone, che furono davvero poca cosa rispetto a lui e alla sua idea meravigliosa, vorrei suggerirvi di dare uno sguardo a quel paragrafo de Il codice dell’anima di James Hillman che si intitola Un platonismo democratico (si trova alle pagine 335-338 dell’edizione italiana) e che si interroga in maniera ammirevole (con uno sfondo lacustre, tra l’altro, che non è privo di rimarchevoli suggestioni infere) sul problema che sollevo: se sia possibile essere cristiani sive democratici sive comunisti e nel contempo platonici.
Il problema, devo però segnalare, lo ha in realtà già risolto secoli e secoli fa Empedocle. Rimando dunque anche alla lettura dei poemi di questo grande uomo di salda fede democratica. (Questo mistico, vale la pena di ricordarlo anche solo di passaggio, che ha mistificato la morte a beneficio di vaste moltitudini facendosi assumere in cielo con il semplice utilizzo del cratere di un vulcano e la sua determinazione a gettarvisi dentro: siamo eterni, ha così dimostrato). Ma parlavamo della sua ampia, poetica, teatrale, sfarzosa opera di sensibilizzazione democratica. Empedocle, dunque, riteneva che uno Stato solido e ben fatto dovesse contemperare la parità sociale, civile, politica ed economica dei suoi membri, e che solo uno Stato di questo tipo, in cui tutto è in comune, fosse adatto all’uomo e al mondo che l’uomo abita, dal momento che ciò che conta, l’anima, è una e comune a tutti. Secondo Empedocle non è poi così difficile ottenere una democrazia reale se solo si segue una semplice ricetta: i membri di una città data, secondo lui, per guadagnare questa grande felicità individuale e collettiva, devono semplicemente smettere di pensare a quel tipo di cose evasive e oscure, per non dire deliranti, come il Pil, la crescita, la decrescita, il benessere, il diritto di parola o l’uguaglianza, il supermercato, il libero mercato, il dentifricio e l’onestà, e accettare di essere ciò che umilmente, ovvero qui in terra, ogni cosa è: un dio. Un dio, specificava il nostro appassionato sapiente, che sia devotamente sposato alla più lasciva delle dee, Venere. Ma adesso torniamo pure al caro Gemisto Pletone, che era nobilmente fatto così:

Veronica Leffe, «Gemisto Pletone».

Veronica Leffe, «Gemisto Pletone».

Bibliografia

Giorgio Gemisto Pletone (a cura di Moreno Neri), De differentiis (Raffaelli, 2001)
James Hillman, Il codice dell’anima (Adelphi, 1997)
Empedocle, I frammenti. Sulla natura. Purificazioni (Marcos y Marcos, 1991)