Seconda nota

Pier Paolo Di Mino

Mi accorgo che il tentativo di esprimere in maniera chiarificatrice il principio di individuazione della realtà; mi accorgo che l’espressione di questo gioco violento, di questa fuga di noi oggetti della percezione da noi oggetti della percezione, questa caccia amorosa, a un certo punto del discorso, un punto periferico e stravagante dall’argomento, precipita su un’immagine: la valle della verità. La contrappongo alla valle di lacrime. La valle della verità è un’invenzione di Platone. Si trova nel Fedro.
Non ne usciamo fuori da Platone, o, quanto meno, non ne esco fuori io, malgrado il disagio e perfino l’amarezza che può procurare il modo in cui questo uomo dalla ampia fronte, dal sicuro e sprezzante talento poetico, questo campione di pancrazio, questo cospiratore instancabile, questo orrido sognatore fatalmente deluso da chiunque non condivida l’orrore dei suoi sogni, ha svolto il suo mandato umano subordinando l’intuizione immediata della realtà alla sua espressione politica, sottomettendo l’essere alla categoria morale, o religiosa, o superstiziosa del bene, distaccando l’invisibile dal visibile, l’anima dal corpo, assumendo a eroe un pazzo suicida che amava vincere facile al vano gioco della dialettica e che è morto preferendo alle leggi di questo mondo quelle municipali e qualsiasi di Atene: forse questo disagio e questa amarezza sono vinte da qualcosa che sospetto passi fra me e uno come Platone, fra Platone e tanti come me, qualcosa che ho consumato a occhi aperti, non importa se dormivo o ero sveglio, durante interminabili giorni e notti che sfinivano, con amici cari, molti ci sono ancora, e, ricordo, scioglievamo dalla lingua il catalogo dei grandi poeti greci e latini e francesi e italiani, delle avanguardie artistiche del Novecento, delle rivoluzioni astronomiche e di quelle dell’America Latina, e alla fine c’era sempre qualcuno che diceva: un giorno sorgerà il sole dell’avvenire. Le stelle chinavano il capo su di noi, e ridevano. Ma dunque, questa valle della verità, questa immagine di Platone non me la tolgo dalla mente. Io, in realtà, questa valle dove l’essere si manifesta, fermo e fremente, femminile, l’ho sempre davanti agli occhi.
E questa immagine non è l’unica cosa che devo a Platone, e, se me lo chiedessero, consiglierei quindi di leggerlo tutto, Platone, di leggerlo per bene. E non solo: di leggerlo anche così come lo ha rimeditato Ficino, e di leggerlo, poi, ripensato con l’ostilità tenace (che è forse una forma di amore) di Nietzsche. Non qualcosa in particolare di Nietzsche, ma tutto Nietzsche, tutto in una notte, senza mai prendere fiato, finché non vi sentirete disposti ad abbracciare un cavallo trovando insopportabile che qualcuno debba fare pagare agli altri, con l’asservimento, la propria fiacchezza fisica e morale. Infine sarebbe disprezzarsi non leggere Platone attraverso Giorgio Colli.
Ma va bene, la valle della verità è fatta così:

Veronica Leffe, «La valle della verità».

Veronica Leffe, «La valle della verità».

Bibliografia

Platone (a cura di Giovanni Reale), Tutti gli scritti (Bompiani, 2000)
Marsilio Ficino (a cura di Gabriele La Porta), L’essenza dell’amore (Atànor, 1982)
Giorgio Colli, Apollineo e Dionisiaco (Adelphi, 2010)
Giorgio Colli, Filosofi sovrumani (Adelphi, 2009)
Giorgio Colli, Platone politico (Adelphi, 2007)