Terza nota

Pier Paolo Di Mino

Voglio scongiurare la possibilità che qualcuno, lì dove parlo di una ragazza carina, con gli occhiali, che fu per me, una certa estate di tanti anni fa, molto formativa, veda in questa figura un che di fittizio o, peggio, letterario, una di quelle figure simboliche che rimandano a una qualche idea cristallina e astratta, come farebbe un Petrarca: io non sono uno come Petrarca, io non parlo come Petrarca, io non penso come Petrarca.
Quella ragazza era, e rimane, completa nella sua struttura figurale e immaginale, con il che intendo dire che chiunque, se solo applichi una certa scienza della metamorfosi, coniugando, ovviamente, alla tradizionale scienza delle corrispondenze una ampia osservazione della fenomenologia delle forme; chiunque, dico, può facilmente rendersi conto che quella ragazza, senza perdere la sua natura quintessenziale, era una ragazza in carne e ossa: in questo modo, attraverso questa carnea e ossea femminilità, attraverso certi sussurri che fanno correre il desiderio lungo la schiena, con scherzi osceni ora e ora con grave serietà, ci vengono di solito rivelati i piaceri sereni che sottacciono a quelle manfrine promiscue dell’essere fra la sfera armillare e questo vasto mondo disteso sotto la luna: ci viene mostrato questo splendore. Comunque, quanto a quella ragazza, il punto è che mi faceva rimanere sempre male, mi lasciava sospeso e indefinito in questo mistero, non so di che: una ragazza che viene e ti insulta, insomma, questo assedio improvviso ma in qualche modo certo, come la morte, come la fermezza dell’essere che indoviniamo al di là dello steccato del nostro cuore fremente. Secondo me è da fatti permanenti come questi, così come accadono interinalmente nelle nostre vite, che viene tutto: e se penso che la verità sia qualcosa di possibile da determinare ed esprimere; che la verità sia qualcosa possibile da vivere ominosamente non meno che civilmente; che la verità è un sapere possibile, e il sapere è organizzabile, la colpa, voglio ora affermare solennemente, è di quella ragazza.
Ho infatti ora in mente una grande biblioteca che viene da lei, una biblioteca che è come un albero con le radici in cielo: la prima radice è l’intuizione immediata della realtà in sé, ovviamente, e da qui, poi, scendendo verso il basso, abbiamo, non so, chiamiamola filologia, ovvero la connessione della parola con il pensiero e di questo con l’oggetto pensato per favorire la maggiore espressione del principio di individuazione degli oggetti del reale e, quindi, tirando la somma di questi oggetti senza farla arrivare a nulla, di tutta la realtà, e quindi da qui facciamo discendere il ramo della filosofia, che è l’arte di rendere più chiara possibile l’espressione del principio di individuazione che la filologia ci ha favorito, e, quindi, ecco che partono, anzi discendono tanti rami, i diversi rami della letteratura, la letteratura poetica, epica, lirica, teatrale, artistica a diverso titolo, e quindi la storia umana, la geografia, la storia naturale, la chimica e la fisica, la geologia e via dicendo, e da qui ecco che discendono altri rami ancora, quelli attorno ai quali si deve costruire la nostra civiltà, quella civiltà che è, che deve essere il risultato ultimo dell’intuizione immediata del reale, e abbiamo la giurisprudenza, l’architettura, la medicina, l’ingegneria, l’economia, l’agricoltura, e via dicendo: un grande sapere organizzato, una biblioteconomia totale e radicale e metafisica: la biblioteca di Babilonia più quella di Alessandria più quella che Emilio Paolo, per primo, formò a Roma più quella di Lucullo, bottino della guerra pontica, più quella che Cesare commissionò a Marco Varrone più quella di Gaio Asinio Pollone più quella del martire Panfilo più quella di Girolamo e Gennadio più quelle clandestine e di contrabbando dei maestri ebraici e maomettani più la biblioteca dei Medici più quella di Bessarione, piena di libri dalle ambizioni sproporzionate, dalle ambizioni insensate, dalle ambizioni raccapriccianti, la Biblioteca di Apollodoro, l’opera intera di Platone, di Aristotele, di Cicerone, quella di Marco Varrone, quella di Didimo detto il Calcentero, sarebbe a dire dalle viscere di bronzo, questo serve per concepire certe ambizioni, l’opera di Origene e quella di Agostino di Ippona, la grande genealogia di Eusebio di Cesarea, il grande sistema concepito da Plotino e tutto il chiacchiericcio teurgico e demonico, demoniaco, pandemonico, pandemico che ci fecero attorno i suoi discepoli, da Porfirio fino a Proclo, la matematica di Teone e di sua figlia Ipazia, e poi, davanti al mondo moderno nato morto, Boezio e Nonno che salvano quello antico, e quindi la biologia sublimata e totale del Fisiologo, la fisica umida di Maria l’ebrea e la chimica ignea di Zosimo, con il che, secondo me, arriviamo a tutti quei rotoli insabbiati, alle infinite esegesi angeliche e le sante meditazioni geometriche compilate dai platonici di Harran, le tiritere sabee, ismaelite, cabalistiche, questi trattati che trattano di libri che trattano di altri libri che trattano di altri libri ancora fino ad arrivare al primo, mai scritto, o perso da qualche parte, dall’altra parte, e poi, quindi,nel frattempo abbiamo Isidoro di Siviglia più il venerabile Beda più Saxo Grammatico, e quindi ancora, con una grande manovra di accerchiamento di quelle condotte da due generali nemici che finiranno per incontrarsi e che, come fecero Annibale e Scipione, finiranno per farsi l’occhiolino, i poemi cavallereschi ed erotici del glorioso anno Mille da una parte, tutto il mutevole e labirintico ciclo arturiano, questo programma mistico per il prossimi due millenni, e dall’altra parte tutto questo commercio per salvare l’anima dalla scolastica, questi platonici democritei, questi epicurei mistici, questi aristotelici bagnati dall’anima richiusi nei conventi cristiani, nei sottoscala dei marrani, e quindi Dante, e quindi ancora, vediamo, da una parte tutto lo strologare astrologico arabo e l’almanaccare alchimistico, vediamo, il Picatrix,gli Oracoli caldaici,la Mappe clavicula,il Liber Morieni,la Tabula smaragdina,la Crisosopea di Michele Psello, il Liber de imaginibus, il Liber Almansoris, l’Arcanum Arcanorum, il De salibus et aluminibus, ma non scordiamoci di citare anche Abulafia, Leone Ebreo, Luria e quindi questa commovente speranza nell’armonia e nella concordia che ci portò Gemisto Pletone dalla Grecia, e che accolse e sviluppò Ficino, e che fu condannata, contro il parere di tutti, in Pico, e di cui poi tutti si scordarono, quasi all’improvviso, al grido di un monaco tedesco che disse che era ora di farla finita con tutte queste stronzate,ci vuole un po’ di assennatezza, ci vuole onestà e castità, ci vuole etica del lavoro, ci vuole senso dell’utile e del profitto, ci vogliono fatti e non tutte queste parole confuse che esaltano la mente e fanno venire voglia di fare l’amore, basta con queste cose, disse il monaco, che la gente torni a lavorare, a testa bassa, leggere e scrivere non serve a mangiare, sarebbe come mettere amore nel sesso, e se il sesso serve a fare i figli, e i figli a fare da schiavi ai padroni, non si vede cosa c’entra l’amore con il sesso, e cosa i libri con la vita, e cosa c’entri la vita con la religione; e, anche se, dopo che questo monaco ebbe liberato queste parole di sdegno liberandosi dalla stitichezza nella cantera di non so quale austero castello tedesco; anche se in tanti hanno continuato a sognare e sperare e, quindi, a darsi alle ambizioni insensate, pensa a un Vico, a un Nietzsche, a un Dostoevskij, a un Melville, a un Joyce, tutta gente davvero disperata, vero?; ecco, malgrado i sogni di tanti, dopo che questo monaco ebbe defecato il suo sdegno, pare non ci sia stato molto da fare: pare, purtroppo, che ancora oggi valga catastroficamente, valga in piena catastrofe, quello che scrisse frate Francesco Colonna alla fine del suo Somnium Poliphili: un fiore morto non rinasce mai più. Ma forse queste cose si dicono soltanto per rabbia. Comunque, la ragazza di quell’estate di tanti anni fa era fatta esattamente così:

Veronica Leffe, «Kore».

Veronica Leffe, «Kore».

Bibliografia
La biblioteca che ha preso spazio in questa nota è più o meno un sogno rinascimentale e, per avere una cognizione di questo sogno, minima ma corroborante, si consiglia la lettura dei seguenti testi.

Cesare Vasoli, Le filosofie dei Rinascimento (Bruno Mondadori, 2002)
Cesare Vasoli, Umanesimo e Rinascimento (Palumbo, 1969)
Cesare Vasoli, Magia e scienza nella civiltà umanistica, (il Mulino, 1976)
Eugenio Garin, Lo zodiaco della vita. La polemica sull’astrologia dal Trecento al Cinquecento (Editori Laterza, 2007)
Eugenio Garin, Ermetismo del Rinascimento (Editori Riuniti, 2007)
Paolo Rossi, Clavisuniversalis. Arti della memoria e logica combinatoria da Lullo a Leibniz (il Mulino, 1983)
Edgar Wind, Misteri pagani nel Rinascimento (Adelphi, 1971)
Guido Bartolucci, Vera religio. Marsilio Ficino e la tradizione ebraica (Paideia, 2018)
Moshe Idel, Qabbalah (Adelphi, 2010)
Iaon Petru Culianu, Eros e magia nel Rinascimento (Bollati Boringhieri)

Si consiglia anche la lettura di alcuni dei libri citati, tra l’altro di più semplice reperibilità:
(a cura di Francesco Zambon), Il fisiologo (Adelphi, 1975)
Michele Psello (a cura di Silvia Lanzi), Oracoli Caldaici (Mimesis, 2001)
Maslama Al Magriti,Ishaq al-KindiYa’qubIbn, Picatrix-De Radiis. La summa della magia ermetica attraverso la mediazione araba (Mimesis, 2018)
Corinna Zaffarana, Somnium. Breve storia del rapporto fra l’uomo e il sogno (Ester, 2019)