La Vetta è il Percorso

Andrea Cafarella

«L’ultimo passo dipende dal primo» scrisse René Daumal.

Il Monte Analogo è dunque un percorso che Daumal mette a disposizione di chi voglia avvicinarsi a un sapere, a una possibile dipendenza che va sperimentata fino in fondo.”
Claudio Rugafiori

La prima volta che ho sentito parlare di Claudio Rugafiori mi trovavo nello studio di un caro amico. Lui me ne parlò come di un personaggio misterioso dalla sconfinata sapienza, la cui vita è votata interamente allo studio. Prima di allora non avevo mai notato il suo nome, pur avendolo incontrato inconsapevolmente più volte. Presto diventò una vera e propria ossessione; cercavo le sue tracce ovunque, chiedevo a tutti e leggevo tutto quanto fosse possibile trovare che fosse scritto o curato da lui, senza davvero comprendere pienamente il senso pratico di questa mia ricerca.

Un senso c’era ma l’ho scoperto solo qualche mese più tardi, quando mi è stata affidata la responsabilità di affrontarlo davvero. Ossia nel momento in cui mi è stata commissionata l’introduzione di Controcielo (Edizioni Tlon, 2020, nella versione di Damiano Abeni) di René Daumal; l’autore cui, più di ogni altro, Rugafiori ha consacrato la sua esistenza, curandone l’edizione italiana (per Adelphi) e quella in lingua originale (per Gallimard).

Controcielo, per la prima volta tradotto in lingua italiana, avrebbe dovuto essere pubblicato nel mese di marzo, tuttavia gli eventi ne hanno posticipato l’uscita fino al 14 maggio, facendola coincidere – a una settimana dall’anniversario di morte di Daumal, tra l’altro – con la pubblicazione della nuova «riveduta e ampliata» (su questa notazione torneremo più in là) edizione del suo capolavoro incompiuto, il suo libro più famoso e importante, Il Monte Analogo.

Io non credo molto nelle coincidenze, piuttosto mi affido a quella speciale e sottile qualità dell’universo denominata sincronicità. Trovo quindi che questo episodio abbia un significato profondo che mi porta nuovamente davanti al foglio bianco a celebrarlo in occasione di questa fatidica data: il 21 maggio. Settantasei anni dopo la fine dell’intensa ed esemplare vita di René Daumal. Numerologicamente parlando ci sarebbe molto da dire ma lascerò queste considerazioni a chi voglia approfondire il discorso da sé medesimo. Nemmeno racconterò nuovamente la parabola biografica di René Daumal; perché è stata già l’oggetto della mia introduzione a Controcielo e pure giacché se ne possono trovare diverse versioni, più o meno coerenti, minuziose e ben scritte sul web (per esempio: qui trovate un lungo pezzo di Walter Catalano, pubblicato su Pulp in occasione dell’uscita di Lanciato dal pensiero, Adelphi, 2019, e qui potete leggere un saggio in tre parti, scritto da Luca Ormelli, che racconta René Daumal rifacendosi all’unica monografia in lingua italiana sull’autore: Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all’induismo, Bulzoni, 2011, che nasce dalla tesi di dottorato di Marco Enrico Giacomelli).
In queste pagine vorrei parlare esclusivamente della nuova edizione de Il Monte Analogo e, attraverso questa, del lavoro di curatela che è stato fatto sul romanzo in questione (quindi le differenze con la precedente edizione) ma, facendo questo, spero soprattutto di riuscire a esprimere la funzione unica di questo libro sapienziale che termina sull’abisso di una virgola.

Il Monte Analogo è un libro così vivo da avere una sua storia personale. Una biografia che nasce dalla vita e dalle parole di René Daumal ma che si fa vita propria, in qualche modo. Innanzitutto, è il libro che Daumal iniziò a scrivere dopo aver saputo della sua, al tempo inguaribile, malattia mortale, la tubercolosi, che lo accompagnò fino alla prematura dipartita, il 21 maggio 1944, all’età di trentasei anni. Possiamo leggere nel frammento che dà l’abbrivio alle pagine de La conoscenza di sé (Adelphi, 1972) i progetti di scrittura di René Daumal prima di scoprire quanto fosse prossimo alla morte, e possiamo comprendere, dalle lettere che seguono nello stesso volume, il suo cambiamento e le ragioni che lo spinsero ad abbandonare tutti i vecchi progetti per dedicarsi alla stesura di questo «romanzo d’avventure» che terminerà al quinto capitolo, lasciandoci una frase mozza come la sua stessa vita.

Il libro venne pubblicato postumo, nel 1952, dall’editore Gallimard e con la prefazione dell’amico Rolland de Renéville. E fu seguito dalla pubblicazione di quasi ogni cosa Daumal abbia scritto. In Italia, la prima edizione de Il Monte Analogo costituisce uno dei pilastri dell’allora neonata «Biblioteca Adelphi», il numero diciannove. Il libro si pone nella linea immaginaria che nasce da Al paese dei Tarahumara e altri scritti di Antonin Artaud (1966, il numero quattro – curatela ancora di Claudio Rugafiori) e continua attraverso l’opera in tre volumi di Alfred Jarry: Essere e vivere, La candela verde e I giorni e le notti (1969, riuniti sotto un unico numero, il ventuno, e sempre curati da Claudio Rugafiori). Due autori molto vicini all’opera di René Daumal. Questi libri emblematici, insieme al Monte Analogo, iniziavano a costituire una delle arterie più importanti del serpente di «libri unici» adelphiano.

Il primo volume in cui appare René Daumal, tuttavia, è Il «Grand Jeu» (Adelphi, 1967) in cui venivano raccolti alcuni dei testi più emblematici dell’omonima rivista di cui Daumal fu uno dei fondatori, assieme al suo carissimo amico Robert Gilbert-Lecomte (sul loro rapporto ho già scritto qui). Il «Grand Jeu» venne pubblicato negli ormai introvabili «Fascicoli» di Adelphi e a questo titolo seguì l’ancor più raro I poteri della Parola (1968), pubblicato nello stesso anno de Il Monte Analogo. Nel 1970 e nel 1971, invece, fu la volta della prima edizione de La Gran Bevuta e poi de La conoscenza di sé, nella collana, purtroppo immediatamente interrotta dopo queste due pubblicazioni – e anch’essa molto difficile da reperire –, delle «Opere di René Daumal».

Sarà solo parecchi anni dopo, nel 1985 (con la riedizione, nella «Biblioteca Adelphi», de La Gran Bevuta e, l’anno successivo de La conoscenza di sé nuovamente uno di seguito all’altro), che ricomincerà la pubblicazione degli scritti di René Daumal, intensificandosi anche grazie a un libro preziosissimo per comprendere il suo lascito immane: Il lavoro su di sé (Adelphi, 1998) che raccoglie il carteggio avvenuto tra i Daumal e i Lief negli ultimi anni di vita dell’autore (e che ci tornerà utile anche nell’analisi di questa nuova edizione de Il Monte Analogo).

Trovo che questo lungo e denso periodo che va dal 1968 al 2020, ovvero i 52 anni che intercorrono tra la prima e questa nuova edizione de Il Monte Analogo, siano più che significativi. Sono gli anni di studio che hanno portato Claudio Rugafiori a concepire questa nuova veste dell’opera daumaliana e sono stati accompagnati da molte e importanti pubblicazioni che lo testimoniano. Pertanto, ci si rende subito conto come le grandi e le piccole differenze tra le due edizioni possano dirci tantissimo, sul lavoro di Rugafiori, chiaramente, ma soprattutto sul mistero del Monte Analogo e sul vissuto di René Daumal, e farci comprendere ancora più a fondo il suo insegnamento.

La prima delle molte differenze tra le due edizioni è la più evidente: l’immagine riprodotta in copertina. Si tratta sempre di un disegno di Joseph Sima (uno dei più cari amici di Daumal e uno dei confratelli più importanti del gruppo del «Grand Jeu»), pittore eccezionale di cui lo stesso Rugafiori scriverà, in un sottile catalogo intitolato Présence de Sima 1891-1971 (Le Point Cardinal, 1975): «Que dire de Sima? – Au-delà de l’emerveillement éprouvé chaque fois devant sa peinture, Sima, pour nous, est essentiel». [Che dire di Sima? Aldilà della meraviglia che si prova ogni volta davanti alla sua pittura, Sima, per noi, è essenziale.]

Nella prima edizione del Monte Analogo veniva riprodotta l’opera del 1959 intitolata «En movement II»; in questa nuova edizione, invece, troviamo uno dei disegni preparatori per la copertina del Monte Analogo. Osservando alcuni dei suoi dipinti («Cristal» del 1934 e «Où?» del 1965) comprendiamo all’istante che le linee tratteggiate dalla mano di Sima nel disegno che appare in questa nuova edizione del Monte Analogo rappresentano delle forme ricorrenti della sua pittura, nell’intero arco della sua vita. E mi appare così chiaro ed evidente – e mi emoziona l’evidenza – che i due stessero lavorando davvero in un’unica direzione, verso una sola meta. Insieme, verso la vetta. In questo senso, il disegno che troviamo in copertina diventa davvero l’immagine essenziale e analogica, tradotta nel linguaggio pittorico di Sima, del Monte Analogo di René Daumal, generando una concordanza fruttifera e simbolica che amplifica il senso assoluto di questo libro.

La seconda evidente differenza è la dimensione del volume. Questa edizione «ampliata e riveduta» è composta da 141 pagine, mentre la precedente arrivava fino a pagina 182. Quello che manca sono le quasi quaranta pagine del saggio che sugellava il volume: «Di una certezza», scritto da Claudio Rugafiori. Ed è proprio attraverso questo testo, di eccezionale profondità, che vorrei proseguire nell’analisi, cercando di individuare, nel confronto tra le due edizioni, il possibile significato del romanzo stesso e del lavoro di curatela perpetuo e costante, che ce lo riconsegna oggi, in una versione «riveduta e ampliata»: «riveduta» poiché quella «certezza» rugafioriana è stata sostituita con una costellazione di indicazioni autoriali spoglie da qualsiasi interpretazione; e «ampliata» perché quei testi – arricchiti rispetto alla precedente edizione – privi di una glossa che ci accompagni nella loro identificazione, ne amplificano effettivamente il senso. Sono chiavi di lettura, anelli di una catena lunghissima che ci indica la Vetta a ogni passo, come se ogni piccolo anello e ogni minuscola differenza fossero un segnale, un messaggio cifrato da svelare e in esso fosse contenuto il significato dell’intero percorso e della sua stessa fine – senza fine.

L’illuminante saggio di Claudio Rugafiori che è stato escluso dalla nuova edizione del Monte Analogo si apriva con una lunga epigrafe tratta da una lettera che René Daumal inviò a Raymond Christoflour il 24 febbraio 1940 (che potete trovare a pagina 186 de La conoscenza di sé) nella quale egli descrive, in modo straordinariamente lucido, il lavoro che si apprestava a compiere. «Dopo aver descritto un mondo caotico, larvale, illusorio», scrive Daumal riferendosi a La Gran Bevuta, «mi sono impegnato ora a parlare dell’esistenza di un altro mondo, più reale, più coerente, dove esistono del bene, del bello, del vero – nella misura in cui i contatti che ho potuto avere con tale mondo mi danno il diritto e il dovere di parlarne». La prospettiva di Daumal (lo esprimo ampiamente nell’introduzione a Controcielo) diviene quella del maestro, di chi insegna, di chi possiede la maestranza di un certo sapere giacché ne ha fatto esperienza sulla propria pelle e sente «il diritto e il dovere» di compiere qualsiasi sforzo nel tentativo di donare quella sapienza a tutti e nel modo più chiaro possibile.
Per questo definisco il Monte Analogo come un testo sapienziale.
La lettera di Daumal continua con una descrizione alquanto esaustiva del romanzo: «un racconto piuttosto lungo nel quale si vedrà un gruppo di esseri umani che hanno capito di essere in prigione, che hanno capito di dovere, prima di tutto, rinunciare a questa prigione (perché il dramma è attaccarvisi), e che partono in cerca di un’umanità superiore, libera dalla prigione, presso la quale essi potranno trovare l’aiuto necessario».

In questa ricerca di aiuto – cui deve necessariamente seguire l’opposto: rispondere alla richiesta, mettersi al servizio di chi è pronto a partire – si può trovare il fulcro del Monte Analogo. Un movimento di ascesa-discesa lungo una catena umana che formerebbe l’unica via, l’unico percorso. Un percorso da compiere insieme: tramite l’aiuto di chi lo ha già percorso e aiutando chi vorrà percorrerlo. I protagonisti del racconto, questo aiuto «lo trovano». «Perché alcuni compagni e io», continua Daumal, «abbiamo realmente trovato la porta. Solo a partire da questa porta comincia la vita reale». Solo a partire dalla salita comincia la discesa. Solo dopo aver attraversato la soglia possiamo avere il diritto e abbiamo il dovere di indicare il varco, l’inizio del sentiero agli altri, e a ogni tappa dovremo ridiscendere, prima di poter passare a un nuovo anello della catena, legato a doppio filo con il precedente e con il successivo, l’ultimo e il primo, e con l’intera catena.

L’analogia

Un’altra delle differenze più evidenti tra le due edizioni ci porta a ragionare su una delle caratteristiche più sconvolgenti del romanzo daumaliano. La caratteristica che porterà Rugafiori a scrivere che «le avventure del Monte Analogo hanno un potere aggiunto difficilmente condiviso da altre narrazioni contemporanee». Ovvero la sua caratteristica «analogica», la sua veridicità simbolica.

La differenza a cui mi riferisco è che nella nuova edizione del Monte Analogo molte delle lunghe citazioni che Claudio Rugafiori riportava nel suo saggio possiamo leggerle – assieme ad altre che già si trovavano nella prima edizione – in un capitolo a sé stante  che raccoglie quanto scritto «René Daumal su Il Monte Analogo». Inizialmente era una sezione posta alla fine del libro, prima del saggio di Claudio Rugafiori; adesso la troviamo sempre dopo la postfazione, ma i testi che la compongono ci vengono presentati liberi da qualsiasi interpretazione e sistemati in cinque differenti piccole sezioni numerate introdotte da una brevissima nota.

Prendiamo a esempio quella citazione inedita che concludeva il saggio di Rugafiori, nella quale Daumal dichiara: «Ciò che ho da raccontare è talmente straordinario che devo prendere qualche precauzione. Per insegnare l’anatomia ci si serve, anziché di fotografie, di schemi convenzionali, che hanno pochissimo in comune con l’oggetto da studiare, ma che tuttavia rispettano certe relazioni – quelle, appunto, che costituiscono la cosa da conoscere. Qui ho fatto lo stesso». Questo, espresso magnificamente dal semplicissimo elementare esempio dei manuali di anatomia, è il processo dell’analogia utilizzato da Daumal nello scrivere il Monte Analogo ed evidentemente, in un progressivo rimaneggiamento del testo che probabilmente non avrà mai fine, corrisponde al percorso intrapreso da Rugafiori nel darcene un’immagine quanto più possibile vicina analogicamente a quella intesa dall’autore.

Dobbiamo, a questo punto – cosa che fa anche Rugafiori nel suo saggio – tornare all’eloquente sottotitolo del libro: «Romanzo d’avventure alpine non euclidee e simbolicamente autentiche».

Il Monte Analogo è chiaramente un romanzo di avventure alpine. Cosa significano le precisazioni «non euclidee» e «simbolicamente autentiche» ce lo spiega Rugafiori. «“Prima di Euclide” indica qui un riferirsi a speculazioni che cronologicamente hanno preceduto Euclide», ovvero uno dei padri della matematica, della geometria e della logica sulle cui idee basiamo la nostra definizione del mondo. Le avventure di Théodore e compagni si svolgerebbero quindi al di fuori e prima del rigore geometrico della logica euclidea.

Inoltre, per chiarire la definizione di autenticità simbolica, Rugafiori scrive: «le analogie di questo libro – come vuol farci capire Daumal – non sono “simboli astratti” perché, anzi, tendono ad abolire “le nozioni di astratto e di concreto”». Nel dimostrarci questo tipo di concezione del mondo analogico che Daumal volle rappresentare, Rugafiori deve necessariamente passare in rassegna prima alcuni dei complessi concetti facenti parte di certe culture e filosofie che lui individua come chiare dipendenze di René Daumal, ovvero la tradizione dalla quale discende il suo percorso e il suo lavoro e sulla quale si basa Il Monte Analogo.

Daumal infatti, trovandosi in una posizione filosofica che non è certo fine a se stessa, ci dà, in questo racconto, una mappa che necessariamente deve essere sostanziale, non soltanto essenziale, e cioè puramente indicativa. Il Monte Analogo esiste, perché esiste una concezione dell’universo tale da reggere la sua posizione; esso apre le sue porte, diventando reale per coloro nella cui mente si sia avverata la trasformazione degli elementi spaziali e temporali che reggono il suono, la parola, e soprattutto le voci. Postularne l’esistenza significa sfuggire alla descrizione e penetrare in un luogo sostanziale appunto, e sostanziale rispetto al proprio essere, in cui questo possa incominciare a ritrovarsi, proprio come un pesce nell’acqua, un uccello nell’aria, in un elemento che sia atto al recupero del proprio vero centro di sostentamento.”

L’ascesa

Per darci un’idea – mostrarci la direzione verso cui cercare – della discendenza di questo mondo nel quale sorge il Monte Analogo, Rugafiori deve esporre la sua personale ascesa alla montagna, attraverso tutti i riferimenti tramite i quali ha dovuto percorrere la salita lo stesso Daumal. Il suo commento è spaventosamente puntuale e profondo, tanto da regalarci una modalità di lettura del testo daumaliano che vada oltre e raggiunga quel potere aggiunto di cui si diceva sopra, rispetto al mero racconto d’avventure.

Riporto qui un brano del quarto capitolo (che è proprio il brano dell’arrivo all’isola-continente sulla quale sorge il Monte Analogo) che Rugafiori interpola con le sue letture – indicate tra parentesi quadra – dandoci un metodo, indicandoci dove e come poter cogliere i segnali, gli anelli, i passi del percorso daumaliano e quindi la vera via per il Monte.

Lo spazio si fece cavo davanti a noi [a noi, non più a me], un vuoto senza fondo, un gorgo orizzontale d’aria e di acqua [dunque di sostanze, non più di forme colorate] impossibilmente allacciate in cerchi; il battello [cioè il corpo del membri della spedizione] scricchiolava nelle sue ossature e filava lanciato infallibilmente lungo una pendenza ascendente fino al centro dell’abisso [centro effettivo, questa volta], e tutt’a un tratto si trovò a dondolare dolcemente in una baia vasta e calma.”

«Di una certezza» è una vera e propria mappa di riferimenti utili per poter rileggere, attraverso questo suo metodo, l’opera di Daumal. Funzione analogamente simile a quella del Monte Analogo stesso. Durante la lettura passiamo quindi dalle Upaniṣad al commentario di Sankara, partendo dal X libro della Repubblica di Platone. Troviamo la cartografia antica dell’India e i versi del Brahmasūtra. La costellazione di dipendenze, da cui proviene il Monte Analogo e l’intero insegnamento di Daumal, impreziosisce la sua opera dandole un potere aggiunto enorme e significativo. Quella che Rugafiori ci regala è una carta topografica che segnala le tappe dell’ascesa, le dipendenze, compilata da un esploratore esperto che conosce la via – e la vetta, poiché la vetta è la via.

Se Daumal nel percorso verso il diventar poeta, ha portato il proprio linguaggio a un alto grado di consapevolezza, «la porta che si apre sulla tradizione indù», agli inizi, gli è stata non tanto rivelata quanto spalancata dall’incontro con l’insegnamento di René Guenon, così come qualche anno più tardi, nel 1930, un altro incontro, quello con Alexandre de Salzmann, cui è dedicato Il Monte Analogo, gli ha permesso di accedere a una diversa comprensione del proprio essere.”

Mediante l’ascesa incontriamo chi già ha compiuto il percorso, o che quantomeno si trova qualche passo, qualche tappa avanti a noi. Per salire il Monte dobbiamo affidarci al loro aiuto. Noi a quello di Daumal cosi come lui si affidò all’aiuto di Guenon e della dottrina indù, prima, e di de Salzmann e dell’insegnamento gurdjieffiano, poi. Per poter comprendere l’ascesa al Monte Analogo, dobbiamo prima seguire Sogol nella sua impresa, scoprire che bisogna raggiungere Gurdjieff e, arrivati alla vetta, riconoscere il diritto e il dovere di riscendere alle pendici del Monte.

Questo effetto ascesa-discesa che scopriremo essere cardinale nel funzionamento del Monte Analogo è anche quella caratteristica assurda e magica, sicuramente non-euclidea, che permette al romanzo incompiuto di compiersi pienamente e di risultare completo in ogni sua parte, in ogni suo passo. «Per quanto il racconto si interrompa nel mezzo di una frase lo si può quasi ritenere concluso, perché, per una straordinaria capacità del suo autore, si ha sempre, a ogni passo, la percezione del tutto, dunque anche della meta finale» scrive Claudio Rugafiori. Pertanto, non importa sapere come Daumal avrebbe rappresentato la cima del Monte, ci deve bastare quel «E voi allora, cosa cercate?», ovvero il titolo che avrebbe dovuto avere l’ultimo capitolo del libro, il capitolo finale, la vetta.

La discesa

L’edizione del Monte Analogo del 1968 si apriva con una famosa fotografia di Luc Dietrich che ritrae René Daumal sdraiato a letto nell’anno della sua morte. L’edizione del 2020 si chiude con uno schema (riprodotto dagli appunti di lavoro dell’autore) della struttura che avrebbe dovuto avere il romanzo. Lascio al lettore l’interpretazione di quest’altra differenza degna di nota. E passo alla successiva: un brano che viene, nella prima edizione, riportato a chiusura del primo capitolo e che, nell’edizione più recente, ritroviamo invece solo nella parte finale del libro insieme agli altri frammenti. Una scelta davvero potente, coraggiosa, soprattutto perché si tratta dell’unica descrizione pervenutaci della vetta del Monte, non di un brano qualsiasi. Brano che tra l’altro Rugafiori cita nel suo saggio (e che riporto qui esattamente per come lo estrae lui dal testo) contrapponendolo alle esperienze di “falsa rivelazione” che Daumal aveva avuto in gioventù e accostandolo invece a «molteplici passaggi (o «lampi») delle Upaniṣad».

Molto in alto e molto lontano nel cielo, al di sopra e al di là dei cerchi successivi dei picchi sempre più alti, delle nevi sempre più bianche, in uno splendore che l’occhio non può sopportare, invisibile per eccesso di luce, si erge la punta estrema del Monte Analogo. «Là, sulla vetta più aguzza dell’ago più sottile, solo, sta colui che riempie tutti gli spazi. Lassù, nell’aria più fine dove tutto gela, solo, sussiste il cristallo dell’ultima stabilità. Lassù, nel pieno fuoco del cielo dove tutto arde, solo, sussiste il perpetuo incandescente. Là, al centro di tutto, sta colui che vede ogni cosa compiuta nel suo inizio e nella sua fine».”

«Questo brano» ci dice Rugafiori «è già di per sé, nella catena del viaggio, l’anello decisivo». Poiché in ogni anello è contenuto l’intero viaggio, in ogni passo del percorso l’intero percorso è compiuto. «Per cogliere la sottigliezza usata da Daumal in questo racconto pedagogico, bisognerebbe riferirsi a varie fonti» tra le quali specificamente Rugafiori pone il commentario di Sankara e alcune definizioni che esso dà di concetti fondamentali come la differenza tra la luce-brahman e il “brillare” dei lampi della Chāndogya-panishad.

Quello che mi viene da pensare a questo punto è che il saggio di Rugafiori contiene forse troppe risposte, troppe interpretazioni, svela troppo e quindi è un aiuto eccessivo che tende a indebolire l’altra caratteristica fondante del racconto, ovvero la necessità di uno sforzo. «Da questa ascesa-discesa (la corda doppia) nasce il racconto del Monte Analogo, “simbolicamente autentico” nella salita e letterario nella discesa al lettore» scrive Rugafiori proprio nelle prime pagine del suo saggio. E allora ipotizzo che forse Rugafiori abbia scelto di escludere il suo saggio nel tentativo di seguire questa direzione, cercando una fedeltà, una «dipendenza» che desse una forma più appropriata al romanzo, senza spiegare tutti i riferimenti ma lasciando che fossero indicati solo letterariamente.

Mi viene in mente un episodio divertente.
Stavo lavorando allo stand Adelphi in occasione di Più Libri Più Liberi, quando una signora ci si avvicina e chiede un libro da regalare al figlio, un libro d’avventure per un ragazzino. Presi un po’ alla sprovvista, nessuno sapeva cosa rispondere. Prima che il collega pensasse a Jack London (probabilmente più adatto) mi venne in mente proprio Il Monte Analogo. Per questo venni preso in giro per giorni. Non mi ricordo se la signora lo prese o meno ma ho difeso e continuerei a difendere a spada tratta le mie ragioni. E la nuova edizione asseconda queste ragioni con maggiore forza, semplicità e aderenza: Il Monte Analogo deve essere, ed è un libro adatto anche a un ragazzino, sicché è un libro per tutti noi.

«Ci ritroviamo perciò a leggere qualcosa che è stato pensato due volte, se così si può dire: verso il raggiungimento della vetta del Monte Analogo, e verso di noi, nel tentativo di convincerci della “necessità” di intraprendere il viaggio». Torniamo così alla discesa.

L’effetto finale e definitivo del libro, il suo proprio obiettivo, il suo scopo ultimo. Il motivo per cui è stato pensato due volte (sia durante la stesura da parte dell’autore che nel lavoro di curatela che ce lo consegnava nel ’68 e ce lo riconsegna oggi, così diverso) è la ricerca estrema del modo più giusto per presentarcelo correttamente: indurci all’ascesa tramite la discesa. «L’avventura della scalata al Monte Analogo è dunque prestabilita come una catena di cui un anello è costituito dai membri della spedizione di Daumal, e un altro ancora da quell’“e voi cosa cercate?”». Domanda esistentiva che è stata rivolta a Claudio Rugafiori in prima persona e che viene reindirizzata personalmente a ognuno di noi, proprio a ognuno. Questa domanda ha a che fare con la nostra vita più intima e con il nostro percorso. Ci chiede di intraprenderlo. Evidenzia la necessità di cercare e attraversare la soglia che apre alla via.

L’ultima differenza fondamentale tra le due edizioni de Il Monte Analogo è, a mio modo di vedere, la più interessante e toccante. Riguarda quella che nella prima edizione era una nota senza autore, intitolata «Il seguito del racconto», posta immediatamente dopo il quinto e incompleto capitolo, all’interno della quale trovavamo una riproduzione dell’ultima pagina del manoscritto e un breve testo che ne descriveva appunto le sorti. Nell’edizione che troviamo oggi in libreria la nota è divenuta una postfazione, firmata da Véra Daumal [e mi viene in mente un’e-mail di un caro amico nella quale ci si chiedeva se Véra fosse analogicamente la Verità].

Questa postfazione (che riportiamo integralmente a seguire) dove, come nel saggio di Rugafiori, ci si soffermava sulla particolare legge del Monte Analogo che definisce il percorso di ascesa tramite una catena di anelli umani (nella quale per accedere alla tappa successiva bisogna preparare chi si trova a quella precedente), nella prima versione terminava con il titolo dell’ultimo capitolo, «e voi allora, cosa cercate?», mentre, nella nuova edizione «riveduta e ampliata», il testo prosegue per introdurre un brevissimo componimento che era già apparso nell’introduzione di Claudio Rugafiori a Il lavoro su di sé e che io stesso ho usato nella mia introduzione a Controcielo.

Si tratta di un lampo di luce, un’illuminazione che riesce a darci tutto il senso del Monte Analogo e dell’intera opera daumaliana che comprende la vita stessa di René Daumal. Un componimento che trova il suo centro nell’atto di dare. «Cercando di dare, si vede che non si ha niente». Solo a quel punto, scrive Daumal, si cerca di dare se stessi. «Cercando di dare se stessi, si vede che non si è niente» ed è allora, a seguito dell’annullamento dell’Io e del Sé, che finalmente «si desidera divenire» e «si vive».

«L’ultimo passo dipende dal primo» e «il primo passo dipende dall’ultimo» scrisse René Daumal in uno dei suoi precetti alpinistici. È in questo senso che nella piccola e densa poesia che sigilla la postfazione al romanzo, regalataci dall’amata compagna, è coagulato tutto il percorso di Daumal, dal primo all’ultimo passo. Inizia dicendo «sono morto, perché non ho desiderio» (che è il centro fondativo di quel libricino di poesie disperate che è Controcielo – ovvero «il primo passo») e dobbiamo passare per una serie di tappe intermedie, che ci permettano di raggiungere diversi stati di consapevolezza, prima di poter arrivare all’ultimo passo: «desiderando divenire, si vive». Arrivati alla Vetta, allora, bisogna ridiscendere e ancora morire e ancora vivere e ancora morire. Solo attraversando i cicli del Saṃsāra è possibile squarciare il velo di māyā, ci racconta la cultura millenaria dei testi sanscriti. René Daumal discende proprio da lì, dai brahmana, i sannyasin e gli yogin, e da loro ha appreso un unico insegnamento sul quale è basata tutta la sua opera, la sua ricerca e il suo immane lavoro: «Cercando di dare» e perseverando fino a vedere «che non si ha niente» e «che non si è niente» è possibile «desiderare divenire» e quindi vivere davvero, pienamente, il senso dell’esistenza e, infine, raggiungere la Vetta del Monte Analogo. «Là, al centro di tutto», dove «sta colui che vede ogni cosa compiuta nel suo inizio e nella sua fine».

Postfazione
di Véra Daumal

Così, René Daumal si è fermato a metà di una frase del quinto capitolo del Monte Analogo. La sua abituale cortesia gli proibì di fare attendere il visitatore che bussò alla sua porta in quel giorno d’aprile del 1944, l’ultimo in cui Daumal fu ancora in grado di tenere in mano la penna.

Il suo amico intimo, André Rolland de Renéville, non ignorava che Daumal era condannato e prevedeva che non avrebbe potuto terminare Il Monte Analogo. Con il pretesto che sua moglie Cassilda, che aveva letto le parti scritte, era impaziente di conoscere la fine dell’avventura che vi era narrata, lo pregò di indicargli in qual modo dovevano svolgersi i futuri episodi del libro. Con quel misto di gravità e di humor che gli erano abituali, René Daumal riassunse in poche parole le sue intenzioni. Queste parole mi sono rimaste incise nella memoria:

«Mi accingo a descrivere, nel corso del quinto e sesto capitolo, la spedizione dei quattro palloni sgonfiati. Ti ricordi che all’inizio c’erano fra i personaggi: Julie Bonasse, attrice belga, Benito Cicoria, sarto per signora. Émile Gorge, giornalista, e Alphonse Camard, poeta fecondo, che ci hanno abbandonato prima ancora di cominciare. Ad ogni modo hanno finito per decidere un giorno di imbarcarsi per proprio conto con alcuni dei loro amici, per cercare di scoprire anch’essi il Monte Analogo, poiché erano persuasi che li avessimo ingannati, che se eravamo partiti alla ricerca del famoso Monte, era nella speranza di trovarvi qualcosa di ben più importante che un tipo di umanità superiore. Per questo ci chiama- vano: “i burloni”. Pensavano che questa montagna dovesse nascondere petrolio, oro e altre ricchezze terrestri. Erano comunque persuasi che questi tesori fossero gelosamente custoditi da un popolo al quale bisognava sottrarli. Equipaggiarono così una nave da guerra munita dell’armamento più moderno e più potente, poi levarono l’ancora. Il loro viaggio si svolse non senza diverse peripezie, ma alla fine giunsero in vista del Monte Analogo, e si apprestarono a fare uso delle loro armi. Ignorando però le leggi essenziali, furono bloccati da un turbine invalicabile. Condannati a girare in tondo, potevano comunque bombardare quella terra, ma tutti i proiettili tornavano verso di loro come boomerang, rendendo la loro una fine miserabile».

Si può immaginare con quale humor insieme familiare e profondo, con quale fantasia inventiva, Daumal ci avrebbe raccontato le disavventure di questi cercatori sperduti, che hanno avuto l’occasione di intravedere la «montagna che è la via che unisce la Terra al Cielo», ma che non avrebbero saputo comprenderne la natura, né con quali mezzi fosse possibile avvicinarla. Daumal continuava così l’esposizione di ciò che aveva intenzione di mostrare nell’ultimo capitolo del suo libro:

«Per finire voglio soffermarmi particolarmente su una delle leggi del Monte Analogo: per raggiungerne la cima, si deve andare di rifugio in rifugio. Ma prima di lasciare un rifugio, si ha il dovere di preparare gli esseri che devono venire a occupare il posto che si lascia. E solo dopo averli preparati si può salire più in alto. Per questo, prima di partire per un nuovo rifugio, siamo dovuti ridiscendere per insegnare le nostre prime conoscenze ad altri cercatori».

È molto probabile che Daumal avrebbe spiegato che cosa intendeva con questo lavoro di preparazione. Poiché di fatto nella vita corrente, lavorava lui stesso, concretamente, a preparare altri per il difficile viaggio verso il Monte Analogo.

Il titolo del suo ultimo capitolo doveva essere:

E VOI ALLORA, COSA CERCATE?
[Il testo termina qui nella prima edizione]

Domanda molto perturbante, ma domanda migliore e molto più feconda di tante risposte confezionate, domanda che senza passare da alcun intermediario è posta in modo finale a ciascuno; considerarla veramente è colpire l’essere profondo che dorme in noi, e crudelmente, lucidamente prestare orecchio al suono che così propaga.
René Daumal, al termine della sua vita, per quanto alla soglia della sua ricerca ha già distinto ciò che suona pieno o suona vuoto. Vorremmo saperne di più, conoscere il cammino, anche se interrotto, soprattutto perché interrotto.
Il tracciato, pertanto, è stato dato in una forma concisa e esatta. Si trova espresso in questi termini in una delle ultime lettere che mi ha inviato.
Diceva:

«Ecco come mi sono riassunto ciò che vorrei far capire a coloro che lavorano qui con me:
Sono morto perché non ho il desiderio,
non ho il desiderio perché credo di possedere,
credo di possedere perché non cerco di dare.
Cercando di dare, si vede che non si ha niente,
vedendo che non si ha niente, si cerca di dare se stessi,
cercando di dare se stessi, si vede che non si è niente,
vedendo che non si è niente, si desidera divenire,
desiderando divenire, si vive».

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↔ In alto: Albert Bierstadt, Mountain Scene (dettaglio), 1880–90.
* Si ringrazia l’editore Adelphi per la gentile concessione della riproduzione del testo da Il Monte Analogo (Adelphi, 2020).