I pellegrini – Mary Shelley

Chiara Pazzaglia

Traduzione di Chiara Pazzaglia

Il crepuscolo di uno di quei giorni d’estate torridi, il cui cielo terso sembra annunciare agli uomini regni più felici, gettava le sue lunghe ombre sulla valle di Unspunnen, mentre gli ultimi raggi di un magnifico tramonto resistevano e brillavano sulla sommità delle colline tutt’intorno.
A poco a poco si spensero i colori prima vividi, scurendosi sempre di più, per arrendersi infine alle più sobrie tonalità della notte.
Sotto un filare di alberi di limoni, che per grandezza e rigogliosità sembravano antichi come la terra dove crescevano, Burkhardt di Unspunnen camminava avanti e indietro con passo inquieto, come se una pena gli arrovellasse l’animo. A volte si fermava e puntava lo sguardo a terra, quasi si aspettasse di vedere l’oggetto dei suoi pensieri saltare fuori dalla superficie; altre volte alzava gli occhi alla cima degli alberi, i cui rami, lievemente scossi dalla brezza notturna, sembravano sospirare di compassione al ricordo delle ore felici un tempo trascorse sotto la loro ombra accogliente. Emerse poi dal folto dei rami e quando vide il blu profondo del cielo e una luminosa miriade di stelle, dentro di lui nacque una speranza, il pensiero della gloria di cui quei cieli e quelle stelle, amabili e beati come appaiono, sono un timido annuncio; e per un attimo l’afflizione che da tempo pesava sul suo cuore si dissipò. Da questi pensieri, la cui intensità era tale da estraniarlo dal mondo circostante e dalle sue molteplici occorrenze, fu risvegliato all’improvviso da una voce maschile che lo interpellava.

Al chiarore della luna Burkhardt vide avanzare due pellegrini con indosso l’usuale abito di lana grezza e i cappelli larghi abbassati sulla fronte.
«Dio sia lodato», disse il pellegrino che aveva appena attirato l’attenzione di Burkhardt e che per statura e modi sembrava il più anziano dei due. Le sue parole risuonavano in una voce dagli accenti gentili e suadenti di chi era ancora nel fiore degli anni.
«Dove siete diretti amici? Cosa cercate da queste parti a un’ora così tarda?» chiese Burkhardt. «Se volete riposarvi accomodatevi, e con la benedizione di Dio e il mio sincero benvenuto, rifocillatevi.»
«Nobile signore, avete proprio anticipato la nostra richiesta», disse il pellegrino più anziano. «Il dovere ci ha portato lontano dalla terra natia, siamo in pellegrinaggio per esaudire il voto di un amato genitore. È tutto il giorno che scaliamo i sentieri della montagna sotto il sole. La forza di mio fratello, che per la sua giovane età non è adatto a queste fatiche, stava venendo meno quando la vista delle torri del vostro castello, apparse al chiarore dei raggi lunari, ha riacceso le nostre speranze. Chiediamo ospitalità per una notte, domani all’alba riprenderemo il nostro faticoso cammino.»
«Seguitemi amici», disse Burkhardt. Si affrettò a passi veloci dentro al castello e mentre faceva strada impartiva ordini per l’accoglienza. I pellegrini, felici di un così gentile benvenuto, seguirono in silenzio il cavaliere sotto le volte della sala, dove delle torce su bastoni appesi alle pareti diffondevano una luce solenne ma anche gradevole, che si addiceva agli spiriti dei presenti.
Il cavaliere scoprì allora due volti di grande bellezza, la cui impressione piacevole aumentava per l’umile e semplice maniera con cui la giovane coppia accoglieva le cortesi attenzioni. Il loro aspetto, i loro modi lo colpirono tanto che Burkhardt fu involontariamente riportato in quel flusso di pensieri dal quale era stato distolto dal loro arrivo. Le immagini di giorni passati gli balenarono davanti agli occhi col ricordo, proprio in quella sala, di quando la sua amata figlia gli veniva incontro con un sorriso di benvenuto al suo ritorno da una battaglia o dalla caccia – fugaci scene di felicità, alle quali erano seguiti eventi che gli avevano incancrenito il cuore e reso la memoria un amaro castigo.
Fu servita la cena e i pellegrini ricevettero tutte le attenzioni. La conversazione languiva per Burkhardt, che era assorto nelle sue malinconiche riflessioni e il rispetto o forse un sentimento più affettuoso verso il loro anfitrione e benefattore sembrava aver sigillato le labbra dei giovani ospiti. Dopo cena però una bottiglia di liquore riscaldò gli animi e incoraggiò il più anziano dei pellegrini a spezzare l’incantesimo che li teneva in silenzio.

«Chiedo perdono, nobile signore», disse, «mi prenderete per un invadente se oso chiedervi la causa della sofferenza che così gravemente vi opprime e che vi rende un triste spettatore della liberalità e gioia che invece ci concedete. Credetemi, non è una futile curiosità che mi spinge a esprimervi la sorpresa di vedervi abitare da solo in questo nobile e grande castello, preda di un radicato, profondo dolore. C’è forse qualcosa che possiamo fare, anche la più modesta, per alleviare gli affanni di chi ha soddisfatto con generosità le richieste dei suoi fratelli più poveri?».
«Vi ringrazio per la vostra compassione, buon pellegrino», rispose l’anziano nobile, «ma a che serve sapere la storia delle sofferenze che hanno reso questa terra un deserto e che mi porteranno rapidamente alla tomba dove solo posso trovare pace? Risparmiatemi il dolore di ricordare momenti che sarei ben felice di dimenticare. Voi siete nella primavera della vita, nessun ricordo triste vi porta l’eco stonata di azioni avventate o di una felicità perduta per sempre. Cercate di non oscurare il sole della vostra, come sembra, gioventù innocente; sappiate però che esistono degli esseri crudeli ed empi, i quali, seguendo passioni scellerate, deviano dalla retta via e distruggono quei legami che con i vincoli più sacri la natura salda nel profondo dell’anima».
Così Burkhardt evitava di rispondere alla domanda del pellegrino.
Ma la richiesta rimaneva sollevata con tenace e insieme delicata insistenza, e i toni della voce dello straniero risvegliavano in lui ricordi di giorni molto, molto lontani, tanto che il cavaliere alla fine si sentì come irresistibilmente obbligato ad aprire il suo cuore, chiuso ormai da tempo, a chi sembrava entrare nei suoi sentimenti con partecipazione autentica.
«La vostra sincera compassione ha conquistato la mia fiducia, giovani amici», disse, «conoscerete la causa del dolore di cui il mio cuore è prigioniero.
Mi vedete così ora, solo e abbandonato, come un albero abbattuto dalla violenza della tempesta. Eppure un tempo la fortuna mi sorrideva amabilmente ed ero ricco e consapevole della prosperità e dei doni che il cielo mi aveva concesso. Insieme ai miei poderosi vassalli ero il terrore dei nemici che mi creavo per la protezione che ero sempre pronto a dare agli indifesi e agli oppressi. Le mie terre ricche e fertili bastavano abbondantemente alla mia famiglia, potevo soddisfare i bisogni dei poveri con liberalità e anche esercitare quell’ospitalità che si addice al mio nome e al mio rango.

Di tutti i doni di cui il cielo mi aveva riempito il più caro era mia moglie, che grazie alle sue virtù era venerata sia dai ricchi e che dai poveri. Ma lei, un angelo non adatto a questo rude mondo, fu troppo presto, ahimè, chiamata dai suoi spiriti affini. La nostra felicità durò un solo breve anno. Il mio dolore e la mia pena erano così duri e mi avrebbero presto condotto alla tomba insieme a lei, se non fosse che mi aveva lasciato una figlia per il cui caro bene non mi lasciai andare. In lei erano ora riposte tutte le mie cure, le mie speranze, la mia felicità. Cresceva e con gli anni assomigliava sempre più alla sua santa madre; ogni suo sguardo e gesto mi ricordava la mia Agnes. Insieme alla bellezza, con ingenua presunzione, ho sperato che Ida avrebbe ereditato anche le virtù della madre. Il triste vuoto che l’irreparabile perdita aveva lasciato era enorme, ma il solo pensiero di risposarmi mi sembrava una profanazione della memoria della mia Agnes. E anche se per un attimo avessi accarezzato questa possibilità, uno sguardo alla bambina l’avrebbe subito spazzata via e mi avrebbe fatto aggrappare con ancora più amorevole speranza a lei, con la fiducia che mi avrebbe ricompensato di ogni sacrificio.
Sfortunatamente, amici miei, questa speranza si reggeva su fondamenta precarie ed è tutt’ora una tortura per il mio cuore pensare a quei sogni illusori.
Ida avrebbe allontanato ogni mia preoccupazione con le più affettuose attenzioni. Quando stavo male come quando stavo bene lei si prendeva cura di me con la più tenera sollecitudine e si sforzava persino di anticipare i miei desideri. Ahimè, come il serpente che ammalia per uccidere lei prodigava queste attenzioni e dimostrazioni d’affetto per accecarmi e circondarmi d’un senso di sicurezza fatale. Dovete sapere che molte e importanti offese – vendicate sì ma non dimenticate – erano ormai da lungo tempo la causa (con vergogna ammetto ora) di un odio mortale tra me e Rupert, Lord di Wädischwyl, tanto che il minimo incidente portava lo scontro a livelli di follia. Questi aveva la sfrontatezza di continuare a provocarmi e anche se io avevo sempre la meglio nelle battaglie, trovò un modo molto più duro del ferro e dell’acciaio per saziare la sua sete di vendetta.

Il duca Berchtold di Zähringen, uno di quei ricchi e potenti tiranni che sono la peste per quegli indifesi che dovrebbero invece per primi proteggere, aveva invaso all’improvviso delle montagne e i suoi pacifici abitanti, depredando mandrie e greggi e disonorando le donne. Questi infelici erano coraggiosi ma non abituati alla guerra e non potevano resistere al tiranno, così implorarono il mio aiuto. Subito riunii i miei valorosi vassalli per marciare contro l’invasore. Dopo una lunga battaglia Dio benedisse la nostra causa e ottenemmo la vittoria. La mattina della mia partenza per fare ritorno al castello un attendente mi annunciò la visita al campo del duca, che chiedeva di vedermi. Uscii per andare ad accoglierlo e Berchtold, venendomi incontro sorridente, mi porse la mano in segno di pace. La accettai sinceramente, non sospettando quale falsità si annidasse dietro una facciata così amichevole.

“Amico mio”, disse, “perché così devo chiamarvi ora che avete conquistato la mia stima con il vostro valore nella battaglia, anche se potrei dimostrarvi che avevo tutte le ragioni di battermi contro gli insolenti montanari. E benché siate il vincitore di una battaglia in cui di certo siete intervenuto in seguito alle bugie di quei furfanti, e poiché per indole non amo tenere rancore, vi chiedo di smettere di essere nemici e di cominciare un’amicizia che per primo mi impegno a mantenere. E come prova che ormai siamo alleati, vi invito a venire con me nel mio castello dove dimenticheremo ogni passato disaccordo”. Resistetti a lungo al suo invito, per più di un anno ero stato lontano da casa ed ero doppiamente impaziente di ritornare perché pensavo ingenuamente che il mio ritardo avrebbe fatto preoccupare mia figlia. Ma il duca insistette nella sua richiesta con tanta e tale affabilità che alla fine accettai.
Sua altezza m’intrattenne con la più solenne ospitalità e con attenzioni continue. Eppure ben presto mi accorsi che un uomo onesto si trova più a suo agio tra le fatiche della guerra che non tra le lusinghe della corte, dove le labbra e il gesto dicono benvenuto mentre il cuore, del quale la lingua non è mai messaggera, è corroso da lotte di gelosia e invidia senza fine. E presto notai che i miei modi non affettati facevano molto ridere quegli inetti, tutto profumo e niente sostanza, che pullulavano nei saloni del duca. Comunque tenni a bada il mio risentimento pensando che quegli esseri sopravvivevano solo al suo favore, come quegli sciami di insetti che il calore del sole fa nascere dal letame. Ero rimasto l’ospite indesiderato del duca per qualche giorno quando l’arrivo di un nobile forestiero fu annunciato con grandi cerimonie. Costui, venni a sapere, era il mio acerrimo nemico, Rupert di Wädischwyl. Il duca lo ricevette con enorme cortesia e più d’una volta pensai che il mio precedente arrivo lì fosse stato architettato a proposito. La mia natura sincera ma anche orgogliosa non sopportava un tale stratagemma per screditarmi e poi mi sembrava ipocrita brindare con chi odiavo a morte.

Così decisi di partire e cercai sua altezza per salutarlo. Lui sembrò dispiaciuto e mi chiese con insistenza di dire il motivo della mia partenza improvvisa. Ammisi allora la verità e cioè che la benevolenza che ritenevo avesse mostrato al mio rivale era la causa.

“Mi ferisce molto”, rispose allora il duca con un’espressione contrita, “che proprio il mio amico, il prode Unspunnen, abbia di me un’opinione così ingrata, che mi pensi capace di un comportamento così meschino. No, non era proprio mia intenzione farvi torto, e per provare la mia sincerità e quanto tengo al vostro bene, sappiate che non è un caso che il vostro avversario si trova alla mia corte. È stato per la mia sollecitudine e per il mio desiderio di riconciliare due uomini che stimo molto e che per valore e merito sono tra i più illustri tesori della nostra privilegiata terra”. Poi prendendo la mia mano e quella di Rupert, che era entrato in quel momento, aggiunse: “Lasciatemi avere l’invidiabile soddisfazione di riconciliare due grandi uomini e di porre fine all’antico disaccordo. Non potete rifiutare una proposta che risponde a quella santa fede che noi tutti professiamo. Permettetemi di essere ministro di pace e che, come pegno e conferma di un atto per cui Dio ci benedirà, acconsentirete al matrimonio tra la vostra rinomata e bella figlia e il figlio di Lord Rupert, le cui virtù, se quel che si dice è vero, lo rendono all’altezza dell’amore di lei”. Una rabbia, che in un istante mi avvampò il sangue e quasi mi tolse il respiro, s’impossessò di me.
“Cosa?”, esclamai.“E voi credete che io sacrificherei, butterei via così il mio prezioso gioiello! Umilierei così la mia amata Ida! No, per la sua santa madre, giuro che piuttosto che vederla sposata al figlio di lui la chiuderei in convento! Di più, preferirei vederla morta ai miei piedi, piuttosto che vedere la sua purezza macchiata da una tale profanazione!”
“Se non fosse per la presenza di sua altezza”, urlò allora Rupert irato, “rispondereste subito con la vita a quest’oltraggio! Ma non dimenticherò. Vi terrò d’occhio, mio signore, e se sfuggirete alla mia vendetta vuol dire che siete più che un uomo”. “Davvero mio signore di Unspunnen”, disse a sua volta il duca, “siete troppo avventato. La passione non vi fa ragionare. Credetemi, rimpiangerete per tutta la vita d’aver rifiutato con tanto sprezzo la mia amichevole proposta”.
“Mi giudicherete forse avventato, mio signor duca, e anche insolente perché ho il coraggio di dire la verità nelle corti dei principi. Ma la mia lingua non accetta di dire quel che il cuore non le detta, e visto che il mio modo di fare diretto e onesto non vi piace, col permesso di vossignoria tornerò nei miei possedimenti dai quali mi sono assentato troppo tempo”.
“Ma certo, mio signore, avete il mio permesso”, rispose il duca con disprezzo e con improvviso distacco.

Fu portato il mio cavallo, lo montai con tutto il sangue freddo di cui fui capace e appena mi lasciai il castello alle spalle respirai meglio. Al secondo giorno di viaggio arrivai vicino alle montagne dove sono nato e appena le loro pure brezze mi circondarono mi sentii di nuovo in forze. La sincera apprensione di un padre per la sua amata figlia, ed essendo lei il suo unico tesoro, mi fecero sembrare la strada lunghissima. Ma una volta arrivato all’incrocio per la via diretta al castello, per un attimo desiderai che continuasse ancora, perché mi assalirono tutte insieme la gioia, le speranze e le paure, quasi soffocandomi. “Ancora pochi minuti”, mi dissi, “e saprò la verità, buona o cattiva che sia”.
Appena apparve il castello mi sembrò immerso nella pace. Tutto era rimasto uguale a quando ero partito. Spronai il cavallo fino al cancello, ma più avanzavo più mi stupivo del silenzio tombale e della desolazione. Nelle corti non si vedeva nessuno, non un domestico, non un contadino; tutti gli abitanti del castello sembravano addormentati.
“Cielo misericordioso!” pensai. “Cosa può voler dire questo silenzio! La mia adorata figlia è forse… morta?”

Arrivato al portone mi mancò il coraggio di bussare. Per tre volte sollevai la mano e per tre volte il terrore di trovarmi di fronte un’orribile verità mi bloccò sulla soglia. Un istante, una parola, anche solo un gesto e sarei stato per sempre un miserabile sventurato senza figli! Solo un padre può capire l’angoscia di quel momento! Solo un padre sarebbe capace di descriverlo! La mia vita dipendeva dalle parole del primo passante a cui avessi chiesto notizie e non mi azzardavo ad alzare lo sguardo per paura di incrociarne uno. Fui risvegliato da questo stato dal mio fedele cane che mi saltava intorno per darmi il benvenuto, facendomi le feste con acuti e rumorosi latrati di gioia. L’anziano portiere, attirato dal trambusto, venne al cancello e l’aprì; mentre si affrettava a venirmi incontro però capii al volo che un qualche improvviso e doloroso pensiero frenava il suo entusiasmo.
Smontai in fretta da cavallo e mi precipitai nella sala. Vidi arrivare tutti i domestici eccetto il mio fedele servitore Wilfred, il quale invece era sempre il primo a dare il benvenuto al suo padrone.
“Dov’è mia figlia? Dov’è la vostra padrona?” esclamai avido di risposte. “Ditemi soltanto che è ancora viva. Fermi, aspettate! Un attimo, solo un attimo prima di essere perduto per sempre!”
Il fedele Wilfred, appena entrato nella sala, si gettò ai miei piedi e con le lacrime che gli rigavano le guance mi prese la mano; allora m’informò che mia figlia viveva e stava bene, credeva. Aveva però abbandonato il castello.
“Adesso di’, di’ alla svelta, vecchio”, dissi interrompendolo con furia. “Cosa vuol dire? Mia figlia vive; la mia Ida sta bene ma non è qui. Tu e i miei vassalli siete forse dei traditori, avete lasciato che in mia assenza il castello fosse derubato del suo tesoro più prezioso? Parla! Parla chiaro, te lo ordino!”
“È con grande dispiacere, pari forse al vostro, mio amato padrone, che vi comunico la triste verità, e cioè che vostra figlia ha lasciato il tetto paterno per diventare la moglie di Conrad, il figlio di Lord di Wädischwyl.”
“La moglie del figlio di Lord Rupert! La mia Ida moglie del figlio di colui che il solo nominare mi ripugna!”
La mia ira era incontenibile, l’inferno stesso sembrava aver invertito il corso del sangue nelle mie vene. Nel folle accesso d’ira ho perfino maledetto la mia cara figlia! Sì, pellegrino, ho maledetto colei che amavo con tutto me stesso e per il cui bene soltanto la vita aveva ancora senso per me. Quante volte da allora ho cercato di revocare quella maledizione! E queste lacrime amare, che anche ora non riesco a frenare, testimoniano quanto vivo sia il mio pentimento per quell’atto terribile e contro natura!
Spaventose furono le imprecazioni con cui ricoprii il mio nemico, e tremenda la vendetta che giurai. Non so fin dove sarebbe arrivato l’accesso della passione, ma al culmine svenni tra le braccia dei domestici.

Quando ripresi conoscenza ero nella mia stanza e Wilfred sedeva al mio fianco. Mi ci volle un po’ per ricordare cos’era successo. Poi fu come se anni e anni di disgrazie e sciagure si fossero abbattuti su di me incatenandomi la lingua. Il mio sguardo tendeva verso quella parete della camera dove stava appeso il ritratto di mia figlia. Il mio fedele vecchio non lo aveva tolto, pensando senza dubbio che così mi avrebbe offeso, ma lo aveva nascosto mettendoci davanti un’armatura, come se l’avesse lasciata lì per caso. Passarono molti altri giorni prima che fossi in grado di ascoltare i dettagli della fuga di mia figlia e che ora, per non soffermarmi su eventi dolorosi, vi racconterò in breve. Pare che spinto dalla fama della sua bellezza e da una curiosità più che naturale, lo ammetto, tra i giovani, Conrad di Wädischwyl abbia cercato più e più volte di vedere la mia Ida. Alla fine gli si presentò l’occasione propizia. L’aspettò sul sentiero mentre era diretta alla messa nel monastero vicino e non appena la vide, s’innamorò. Nonostante il santo impegno di lei lui l’avvicinò. Quel furfante dalla lingua biforcuta conquistò l’orecchio di una persona ingenua e senza sospetti come era la mia Ida. Molto presto, ahimè, quelle maledette lusinghe si insinuarono nel cuore innocente. L’affetto della mia bambina per suo padre non aveva limiti, era pronta a morire per me. Ma quando l’amore s’impossessa del cuore di una donna subito scaccia via quegli ospiti più severi che sono ragione e obbedienza.

Insomma, lei si arrese. Fu indotta a unirsi a Wädischwyl prima del mio ritorno con l’argomentazione insidiosa e furba che mi sarei persuaso a perdonarli e a dare la mia benedizione una volta messo di fronte al fatto compiuto. E con l’argomentazione ugualmente falsa che la loro unione avrebbe riconciliato le famiglie Wädischwyl e Unspunnen, mettendo fine all’odio mortale che la mia nobile Ida, sempre fautrice di pace, condannava. Con questi ingannevoli raggiri la mia povera bambina fu fuorviata e indotta a strapparsi via dal cuore di un genitore amorevole per unirsi a un furfante senza scrupoli, figlio dell’acerrimo nemico di quel genitore.» Al ricordo di questi eventi Burkhardt fu sopraffatto dal dolore e gli ci volle qualche momento per riprendersi dall’emozione. Poi continuò il racconto.
«La mia anima a quel punto era posseduta da un solo sentimento, la vendetta. Quest’unica passione aveva scacciato tutte le altre. Subito organizzai i miei vassalli per punire quel ladro. Ma non ci riuscii, ora ringrazio Dio per questo, e il duca di Zähringen mi fece ben ricordare le sue ultime parole. Si era alleato al mio nemico con i suoi numerosi seguaci e tutti insieme questi potenti condottieri invasero le mie terre. Ne seguì una dura battaglia con forze in campo impari. Alla fine, anche se i miei prodi sostenitori erano pronti a continuare la battaglia, decisi di risparmiare un’inutile spargimento di sangue e mi arresi. Con i pochi fidi condottieri che mi rimanevano, umiliato, corsi a seppellirmi tra queste mura. Questa bruciante sconfitta mise fine a ogni possibile riconciliazione con mia figlia, che a quel punto vedevo come la causa della mia vergogna. Così proibii perfino di pronunciare il suo nome in mia presenza. Passarono anni senza avere più notizie di lei, poi venni a sapere per caso che aveva lasciato la terra natia insieme al marito. Ora sono trascorsi più di venti lunghissimi anni da quando mi ha lasciato, ma quando con il tempo mi sono pentito e il mio odio e sete di vendetta hanno lasciato il posto a sentimenti migliori, ho cercato in tutti i modi di rintracciare la mia povera bambina senza riuscirci. Certo, la morte del mio fedele Wilfred, subito dopo la sconfitta, ha reso tutto più difficile perché il suo successore era un individuo severo e di un’integrità rigorosa, dal temperamento austero e intransigente. E così ho vissuto qui dentro, vedovo, senza figli, un vecchio dal cuore infranto. Ho imparato a piegarmi all’ordine di una provvidenza onnisciente, che giustamente mi ha colpito per essermi accanito in quella velenosa passione che le Sacre Leggi così espressamente proibiscono. Oh, quanto ho desiderato rivedere la mia adorata figlia! Quanto ho desiderato stringermela al petto, a questo cuore avvizzito e secco! Con lacrime brucianti del più amaro pentimento ho revocato quelle maledizioni mortali che in preda a un’ira contro natura ho lanciato per giorni interi.
Ora prego il cielo senza sosta di cancellare ogni traccia di quelle fatali imprecazioni, o almeno di farle ricadere su di me e riversare invece solo le benedizioni migliori sulla mia adorata bambina! Ma una paura mi gela il sangue e mi attanaglia il cuore, che quelle terribili maledizioni pronunciate in momenti di demoniaca sete di vendetta si siano compiute per punire la mia empietà.
A volte nei miei sogni vedo la mia adorata figlia; è triste e con gentilezza ma con grande sofferenza mi rimprovera di averla cacciata via. Ho paura sia morta ormai da tempo, altrimenti avrebbe cercato di riguadagnare l’affetto di un padre che una volta l’amò così teneramente. All’inizio tentò più e più volte di chiedere il mio perdono. O meglio, venni a sapere in seguito che arrivò persino a inginocchiarsi alla mia porta e a supplicare pietosamente di vedermi. Ma i miei ordini erano stati così perentori e, come dicevo prima, il servitore che aveva preso il posto di Wilfred era così severo e intransigente, che questa giusta e legittima richiesta le fu crudelmente negata. Oh eternità del cielo! Colei che avevo amato come forse nessun padre ha mai fatto, colei che avevo amorosamente vegliato ogni istante per proteggerla dai venti rigidi dell’inverno come dalla calura delle estati, colei che avevo accudito malata per notti intere con la devozione di una madre, con la cura di più che una madre, ebbene, proprio lei, l’unica figlia della mia amata Agnes e al centro dei suoi pensieri fino al suo ultimo respiro, era stata respinta a calci alla mia porta! A questa porta dove ogni richiesta viene accolta e dove il più povero dei mendicanti trova rifugio! E ora che benedirei le labbra che mi dicessero “Lei vive”, non c’è traccia della mia figliola. Ah, se avessi ascoltato la voce della ragione, se non avessi lasciato che la più selvaggia e crudele delle passioni prendesse il sopravvento sui miei sentimenti migliori, l’avrei ritrovata e forse ora sarei circondato anche dalla gioia dei suoi figli come conforto della vecchiaia. E quando la mia ultima ora fosse giunta, mi avrebbero chiuso gli occhi in pace e con sincero dolore avrebbero pregato il cielo per il riposo eterno della mia anima, invece di quei mercenari che faranno solo la pantomima del lutto e impazienti mi seppelliranno in fretta in una tomba illacrimata, solitaria e senza onore. A quei figli poi sarebbe spettata quell’eredità che invece quando morirò andrà a un perfetto sconosciuto che non porta nemmeno il mio nome.
Ora conoscete, miei pellegrini, la causa del mio dolore e le generose lacrime che versate testimoniano la sincera pietà che provate per quell’essere derelitto che avete di fronte. Ricordatevi di lui e delle sue sofferenze nelle vostre preghiere e quando vi inginocchierete al santuario al quale siete diretti non lasciate che quelle pene siano dimenticate».

Il pellegrino maggiore d’età cercò di rispondere ma non ci riuscì, era sopraffatto dalle emozioni. Poi, gettandosi ai piedi di Burkhardt, togliendosi via gli abiti da pellegrino, esclamò: «Ecco il figlio della tua Ida! E questi, il mio giovane compagno, la figlia della tua Ida! Sì, in ginocchio di fronte a voi ci sono i figli di colei che tanto rimpiangete. Siamo venuti a supplicare quel perdono, quell’amore che temevamo ci avreste rifiutato. Ma grazie a Dio, che ha addolcito il vostro cuore, ora dovremo solo pregarvi di sopportare i nostri sforzi per alleviare le vostre pene e rendere più allegra e felice la vostra vecchiaia.».
Turbato, sbalordito, Burkhardt li fissava. Aveva davanti come una splendida visione che aveva paura si dileguasse al minimo respiro. Poi, quando si rese conto che era tutto vero, sopraffatto dal tumulto delle emozioni svenne tra le braccia del pellegrino più grande. Questi, con l’aiuto della sorella, subito sollevò l’anziano uomo che riprese i sensi. Allora Burkhardt vide il pellegrino più giovane, la copia della sua perduta Ida, chino su di lui con la più tenera e affettuosa cura, e pensò che la morte fosse arrivata a mettere fine alle sue pene terrene e che si trovava in paradiso.
«Dio onnipotente!» esclamò infine. «Non merito tanto! Concedimi la grazia di accoglierli come è giusto!»

Poi, stringendosi i pellegrini al petto, aggiunse: «Non ho bisogno di altre conferme della vostra storia e di questa felicità. Tutto, tutto mi dice che siete i figli della mia amata Ida. Parlate, vostra madre è morta? O posso sperare di riabbracciarla?».
Il pellegrino più grande, che si chiamava Hermann, rispose allora che erano passati due anni da quando la madre era morta tra le sue braccia. La sua ultima preghiera al cielo fu di perdonare la sofferenza che aveva procurato a suo padre e di evitare che il suo torto ricadesse sui figli. E aggiunse che suo padre era morto diversi anni prima.
«Dal letto di morte», continuò Hermann tirando fuori un piccolo plico sigillato, «mia madre mi ordinò di consegnarvi questo. “Figlio mio”, disse, “quando sarò morta, se mio padre è ancora vivo, inginocchiati ai suoi piedi e pregalo finché non prometterà di leggere questa supplica. Così saprà di un pentimento che potrebbe indurlo a revocare la sua maledizione e a rendere leggera la terra che fra poco peserà su quel che rimane della sua un tempo amata Ida.
Digli le ore di angoscia che fin da piccolo hai potuto vedere con i tuoi occhi. Ripetigli le tue preghiere, figlio mio, non smettere finché non avrai ottenuto il suo perdono”.
Come potete immaginare mi impegnai solennemente a esaudire la richiesta di mia madre. Appena il dolore per la perdita di un genitore così caro e amorevole lo permise, mia sorella e io, con indosso questi abiti da pellegrini, decidemmo di venire al vostro castello e di conquistare a poco a poco il vostro affetto, casomai vi foste rifiutato di ascoltare la preghiera di nostra madre».
«Sia lode a Dio, figlio mio», disse Burkhardt, «al cui comando l’acqua stilla dalla roccia, e che ha ordinato alle correnti dell’amore e del pentimento di riversarsi ancora nel mio cuore inaridito e duro come la pietra. Ma non aspettiamo oltre a leggere questa triste memoria delle pene di vostra madre. Voglio che voi ascoltiate, figli miei, per sapere la sua giustificazione e i suoi torti».
Burkhardt si nascose il viso tra le mani e rimase qualche istante immobile, sopraffatto dall’emozione. Poi spezzò il sigillo e con la voce più volte rotta dall’emozione, lesse ad alta voce il contenuto della missiva.

Mio adorato padre – se con questo titolo amorevole può ancora chiamarvi vostra figlia – i miei tristi giorni stanno per finire e per questo provo un’ultima volta, prima che le forze mi abbandonino, a chiedere pietà per colei che un tempo amavate così tanto e vi imploro di revocare quella maledizione che pesa così gravemente sul suo cuore. Perché, padre mio, non sono proprio quell’essere abietto e riprovevole che voi credete. Mai, venendo meno a ogni vincolo di dovere e gratitudine, mai avrei lasciato il più caro dei genitori alla sua solitaria casa di vedovo per unirmi al figlio del suo nemico giurato, se non avessi fortemente e con il desiderio più vivo, sperato – che dico – avuto quasi la certezza che messo di fronte al fatto che ero moglie, voi avreste subito perdonato il torto che solo per la paura del vostro rifiuto avevo commesso. Credevo davvero che in seguito mio marito avrebbe condiviso con me l’amore di mio padre e che insieme avremmo avuto il piacevole compito di prenderci cura della sua salute e della sua felicità. Mai avrei potuto immaginare, neanche per un istante, che ferivo senza rimedio il cuore di quel padre. La mia giovane età e l’ardore della persuasione di mio marito devono essere considerati come attenuante. 

Il giorno in cui ricevetti la notizia della fatale maledizione lanciata contro di me e della vostra ferma determinazione a non vedermi mai più, è impresso in modo indelebile nel mio cuore. In quell’istante mi sentii come se il cielo mi avesse abbandonato ripudiandomi e marchiandomi come una parricida! La mia mente e il mio cuore erano in fiamme, il sangue mi si gelava nelle vene. Poi il freddo gelido della morte piombò su ogni parte del mio corpo e la mia lingua si rifiutò di parlare. Volevo piangere ma la fonte delle mie lacrime era secca.
Non so dire per quanto tempo rimasi in questo stato, ma per diversi giorni fui completamente insensibile. Quando poi mi sono risvegliata da quel miserabile stato, avrei voluto correre subito da voi e gettarmi ai vostri piedi per implorare il perdono, ma non riuscivo a muovermi. Le lettere che vi avevo inviato erano tornate indietro sigillate e mio marito mi disse che ogni suo tentativo di vedervi era stato vano.
Eppure non appena fui abbastanza in forze venni al castello. Riuscii a entrare ma per mia sfortuna trovai uno sciagurato inflessibile, il quale sapeva chi ero e mi disse da subito che ogni mio sforzo di vedere il suo padrone era inutile. Lo pregai e supplicai, m’inginocchiai persino sulla nuda terra davanti a lui.
Ma invece di ascoltarmi costui mi riportò al cancello e, davanti a me, licenziò il vecchio portiere che mi aveva lasciato entrare e che da allora mi ha sempre seguito. Non avevo speranze e molti vecchi servitori erano stati allontanati per causa mia, così, con il cuore a pezzi, mi rassegnai al mio destino e rinunciai.
Dopo la nascita di mio figlio (alla cui fedeltà e amore affido queste tristi memorie) mio marito, che con la più tenera sollecitudine provava in tutti i modi a farmi passare la tristezza, ricevette in eredità una proprietà in Italia e mi convinse a trasferirci in quella bella e ricca terra. Ma né le attenzioni del mio amato Conrad, né le albe luminose, né le ricche brezze di quella terra di meraviglie mitigarono un dolore così radicato com’era il mio, e presto mi resi conto che il ridente giardino d’Europa non era bello come la mia vecchia terra natia con le sue montagne scure ricoperte di pini.
Subito dopo il nostro arrivo a Roma nacque mia figlia, evento che fu troppo presto seguito dalla morte del mio affezionato marito. La cura continua della mia bambina alleviò un poco il dolore grandissimo di quella perdita così grave. Nei momenti più neri, quasi da spezzarmi il cuore, solo il cielo sa quante volte e con quale pentimento, mentre accudivo i miei cari bambini malati, ho pensato alle affettuose attenzioni con cui il più tenero e migliore dei padri si prendeva cura di me!
Dovetti combattere a lungo e duramente contro i miei sentimenti e spesso invocai Dio di risparmiarmi la vita per istruire i miei figli al suo sacro amore e timore, e insegnargli a riparare il torto del loro genitore. La mia preghiera è stata ascoltata con misericordia; questo favore mi è stato accordato; e, mio amato padre, se concederete a questi figli il vostro affetto, scoprirete che ho allevato due santi intercessori del vostro perdono, per quando piacerà a Dio chiamare vostra figlia alla resa dei conti, davanti a quel sacro tribunale dove la maledizione del padre si abbatterà così rovinosamente su di lei.
O amato genitore, togliete la vostra terribile maledizione dalla vostra povera Ida pentita! E beneditela come un angelo della misericordia che chiede la sua pace eterna. Addio, padre mio! Addio per sempre! Sulla croce, su cui ora si posano le sue labbra ferventi, su di Lui, che nella sua infinita misericordia è crocifisso su quella croce, vostra figlia, la vostra un tempo – amatissima – Ida, v’implora, vi supplica di non lasciare la sua preghiera inascoltata!

«Figlia mia, figlia mia!» esclamò Burkhardt in lacrime e la lettera gli cadde di mano, «che il padre di noi tutti mi perdoni senza riserve come io dal profondo del mio cuore afflitto perdono te! Oh questo tuo padre pieno di rimorsi, avesse potuto stringerti al petto! E con le sue proprie labbra rassicurarti del suo affetto e asciugare le lacrime dai tuoi occhi! Ma si prenderà cura di questi amati ricordi di te e li custodirà come il tesoro più grande, più della propria vita.» Burkhardt passò tutto il giorno dopo nella sua stanza, dove solo il buon padre Gerolamo fu ammesso, perché gli eventi del giorno prima rendevano assolutamente necessario un lungo riposo. Il mattino dopo ancora però si presentò nella sala dove Hermann e Ida lo aspettavano con ansia. Il suo pallore era indizio del profondo turbamento ma dopo aver baciato i suoi discendenti con il più grande affetto, sorrise e cinse il collo di Ida con una collana d’oro massiccio riccamente incastonata, con appeso un mazzo di chiavi.
«Dobbiamo insediare la signora del castello, come è d’uso», disse, «e investirla dell’autorità che le compete. Ma udite! Dal suono del corno del portiere si direbbe che la nostra signora riceverà subito richiesta di ospitalità. Chi bussa al nostro portone?» continuò guardando il viale d’accesso. «Per Sant’Uberto, sta arrivando un prode e bel cavaliere, che sarà il benvenuto, sempre se la mia signora lo desidera. E allora, Willibald, cosa portate? Una lettera del nostro caro amico l’abate di Sant’Anselmo.
Cosa dice?

Sono certo che non rifiuterete di accogliere un giovane cavaliere che torna dalle guerre dell’imperatore. Lo conosco molto bene e garantisco che sarà degno della vostra ospitalità, che gli darete senza nulla in cambio perché non naviga nell’oro. 

Ma certamente sarà fatto, mio buon amico; e se non ha fortune, è doppiamente benvenuto. Introducetelo subito, buon Willibald».
Il servitore si affrettò a far entrare lo straniero, che si presentò nella sala in modo umile ma fiero. Aveva circa venticinque anni e un aspetto tale da non lasciare indifferente una giovane dama.
«Ser cavaliere», disse Burkhardt prendendogli cordialmente la mano, «siete il benvenuto nel mio castello per quel poco d’intrattenimento che possiamo offrirvi. Dimenticate le ferite e la durezza della vita da soldato. Ma, aspettate, contravvengo già ai miei doveri, avrei dovuto per prima cosa presentarvi la nostra padrona», aggiunse l’anziano cavaliere introducendo Ida. «Sul mio onore», continuò, «a giudicare dal rossore sul vostro viso sembra vi siate già presentati, o sbaglio?».
«In effetti ci siamo già presentati, signore», rispose Ida, e la sua confusione lasciava intendere che il ricordo di quell’incontro la toccava nel profondo, «nel parlatorio dell’Abbazia delle Orsoline, a Monaco, dove facevo visita a una cara amica».
«La badessa», disse il giovane cavaliere, «era mia cugina, e la mia buona fortuna mi ha più volte fatto incontrare la signora nel convento. Certo non mi aspettavo che tra queste montagne la dea incostante della fortuna venisse di nuovo incontro a un viandante senza casa».
«Bene, ser cavaliere», rispose Burkhardt, «riteniamo che ugual fortuna sia toccata a noi. E ora saremo così sfrontati da chiedere di presentarvi e poi senza tante inutili e noiose cerimonie, vi daremo ancora di cuore il benvenuto da parte nostra e della nostra padrona».
«Il mio nome», disse lo straniero, «è Walter de Blumfeldt e benché di umili origini non è mai caduto in disgrazia. Con la benedizione di Dio mi auguro di tramandarlo con l’onore con cui l’ho ricevuto».
Passarono settimane e mesi, Walter de Blumfeldt era sempre ospite del signore di Unspunnen. Con le sue virtù e le diverse ed eccellenti qualità che dimostrava ogni giorno, si legò al cuore di Burkhardt, diventato sensibile ai buoni sentimenti dopo le lezioni ricevute dalla vita. Più di una volta ora, con le lacrime agli occhi, diceva che avrebbe voluto convincere tutti i suoi nemici del suo perdono sincero.
A questo proposito un giorno esclamò: «Avessi ritrovato il mio antico nemico il duca di Zähringen, per avere la sincera soddisfazione e gioia di abbracciarlo e di contarlo tra i miei amici! Ma è morto e non so se abbia lasciato eredi».
Ogni volta che Walter accennava a partire Burkhardt trovava una qualche scusa per trattenerlo, perché gli sembrava che separandosi dal suo giovane ospite avrebbe perso un anello di quella catena che la buona fortuna aveva infine inanellato per lui.

Hermann amava Walter come un fratello e Ida voleva pure illudersi di amarlo come un fratello, ma il cuore le diceva chiaramente ciò che la ragione voleva nascondere. Unspunnen, che da tempo si era accorto del sentimento che cresceva tra Walter e Ida, non ne fu dispiaciuto. Non gli interessavano più le ricchezze e aveva imparato ad apprezzare l’autentico valore del giovane cavaliere, che rispondeva in pieno alle alte parole con cui il priore di Sant’Anselmo lo aveva presentato. Una sera Burkhardt, mentre camminava all’ombra di quel viale alberato dove per la prima volta aveva incontrato Hermann e Ida, udì poco distante quest’ultima parlare con Walter. Gli fu subito chiaro che il giovane cavaliere non si rivolgeva a un orecchio insensibile, tanto che Ida non si accorse del forte colpo di tosse con cui Burkhardt annunciò la sua presenza e non fece proprio caso al suo arrivo fino a quando questi non disse o meglio urlò: «Sapete Walter, una volta proprio in questo viale alberato incontrai due pellegrini diretti a un qualche luogo sacro. Per pietà dei miei peccati e della mia miseria però rinunciarono al loro viaggio di penitenza per un atto di più grande carità e da allora si prendono cura affettuosamente di un parente anziano e debole indegno del loro amore. Uno di questi due affezionati esseri è tuttavia in procinto di lasciare la mia casa per trascorrere il resto del pellegrinaggio di questa vita con la sua compagna e sposa, la bella figlia del Barone di Leichtfeldt. E vedete, lascia il suo povero compagno ad affrontare le avversità del mondo con la sola noiosa compagnia di un vecchio. Ditemi, ser cavaliere, accetterete un tale torto o guiderete questo pellegrino abbandonato attraverso gli alterni destini di questa vita imprevedibile? Vedo dall’umiltà con cui vi inchinate e dal rossore sulle vostre guance che l’appello di un uomo anziano non vi lascia insensibile. Ma piano, piano, ser cavaliere, la mia Ida non ha ancora dato la sua a approvazione e non può permettersi di perdere una mano, cosa che senz’altro accadrà se continuate a stringergliela con tale ardente devozione. Cosa dice il nostro pellegrino, accetta la vostra guida e i vostri servigi, ser cavaliere?» . Ida, che quasi non si reggeva in piedi dalla gioia, si gettò al collo di Burkhardt. Non ci soffermiamo su quel momento cruciale in cui si decide la felicità o la sventura di un uomo. Il giorno in cui Hermann diventò il marito della figlia del Barone di Leichtfeldt, Ida divenne la moglie di Walter de Blumfeldt.

Sei mesi volarono per i felici abitanti di Unspunnen, e Burkhardt sembrava quasi ringiovanito. Tali meraviglie portava la pace che regnava ora su di lui. Era impegnato nei preparativi del piano di Walter di festeggiare il compleanno di Ida nel loro posto preferito. Avevano scelto una bella radura,  vi scorreva un fiume limpido, o meglio un ruscello, e un meraviglioso anfiteatro di alberi gettava con le sue fronde un’ombra rigenerante su tutto il prato di un verde smaltato.
In questo bel rifugio stavano dunque Burkhardt, Walter e la sua Ida, e passavano le afose ore del giorno con quella felicità che solo i puri di cuore conoscono, quando Walter, dopo aver raccontato una delle sue avventure alla corte dell’imperatore, a proposito della grandiosità dei tornei, esclamò rivolgendosi alla moglie: «Ma che ci importa di tutto quel fasto, Ida mia, siamo così felici in questa valle di pace! Non ci fanno invidia né i palazzi dei principi né quelli dei duchi, né la loro ricchezza.
Questi boschi, queste radure, valgono quanto tutti i giardini e le aiuole dell’imperatore e del grande re di Francia. Cosa dite, Ida mia, riuscireste a sopportare le cerimonie di corte, l’arroganza della nobiltà? Per quanto mi riguarda la corona di una duchessa non potrebbe eguagliare la ghirlanda di rose rosse sulla vostra testa».
«Aspettate un attimo, mio buon marito», rispose Ida ridendo, «una donna tiene troppo a queste vanità per disdegnarle. E credete forse che un essere fragile come vostra moglie le disprezzi?». Poi, scherzando e atteggiandosi, aggiunse: «Dovrei essere una duchessa e portare la corona con la grazia che si conviene a sua altezza. Walter, vi ricordo che oggi, da vero e prode cavaliere, avete promesso di esaudire ogni mio desiderio. Così in ginocchio vi chiedo in tutta umiltà se non conoscete una magia o un incantesimo per trasformarmi in una principessa o in una duchessa solo per un giorno, e se sì di esercitarlo subito, giusto per verificare quanto sarei all’altezza di vantare tali onori. Via, ser cavaliere, non è poi così difficile: chiamate in vostro aiuto l’uomo della montagna o qualche altro folletto dei boschi. Ora rispondete, marito mio cavaliere, perché la vostra povera moglie non si muoverà da qui finché non l’avrete esaudita».
«Accidenti, Ida, che richiesta rara», rispose Walter, «rischio di ammattire per trovare una soluzione. Ma vediamo», continuò riflettendo, «ci sono! Avvicinatevi mia amata, ecco il vostro trono», aggiunse poi e la fece sedere su una sporgenza del terreno ricoperta di timo selvatico profumato e di campanule.
«Ora perfino i re invidiano l’incenso che vi viene offerto. E voi, nobile signore», aggiunse rivolgendosi a Burkhardt, «mettetevi dietro a sua altezza, siete il capo consigliere. Ecco, siete circondati di servitori: guardate quell’alta quercia, dev’essere l’attendente di vostra altezza, e quegli esili frassini laggiù sono i vostri fidati paggi».
«Ma questa è una ben misera soddisfazione del compito che vi siete assunto, caro il mio ser commediante», disse Ida ridendo e con finto disappunto.
«Un momento di pazienza, bella dama», disse Walter rispondendo al suo riso, «raduno gli uomini di vostra altezza».

Preso un corno d’argento intonò un melodioso richiamo verso l’alto. Non appena lo allontanò dalle labbra udirono degli squilli di tromba in risposta. E mentre le ultime note scemavano, dal folto dei boschi, come se gli alberi stessi si animassero, emerse una schiera di cavalieri seguita da degli arcieri a piedi.
Poi tantissimi contadini, uomini e donne, tutti vestiti a festa, uscirono dalla foresta, e insieme ai cavalieri e agli arcieri si radunarono in semicerchio di fronte alla strabiliata Ida, la quale aveva già abdicato il trono per rifugiarsi tra le braccia di Walter. La folla si divise in due e dal fondo si avvicinarono dodici paggi riccamente vestiti. Poi li seguirono sei fanciulle, dalle figure e lineamenti degni delle Grazie, che portavano due corone su due cuscini ricamati. Dietro, sorretto dai chierici, veniva l’abate di Sant’Anselmo, il quale, con la barba bianca fin quasi alla cintura e il suo aspetto benevolo – perché un’anima pura risplende anche nella vecchiaia – sembrò a Ida un essere dell’aldilà. Le fanciulle si inginocchiarono di fronte a Walter e sua moglie e offrirono le corone. Ida, al colmo della sorpresa, balbettò: «Mio caro Walter, cosa… cosa vuol dire tutto questo, cos’è questa magnificenza?».
«Mia amata», rispose suo marito, «non mi avete forse chiesto di diventare duchessa? Ho obbedito ai vostri ordini e ora vi porgo i miei omaggi, duchessa di Zähringen!». A quel punto la folla fece risuonare in tutto il bosco il grido: «Lunga vita al duca e alla duchessa di Zähringen!».
Walter, dopo essersi goduto per qualche momento Ida rimasta a bocca aperta senza parole e dopo aver studiato la meno evidente ma forse uguale sorpresa di Burkhardt, rivolgendosi proprio a quest’ultimo, disse: «Oh mio più che padre, voi avete di fronte il figlio del vostro un tempo implacabile nemico, il duca di Zähringen. Egli è morto diversi anni fa e io, suo unico figlio, ho ereditato il suo titolo e i vasti possedimenti. Il mio cuore, la mia libertà, andarono persi in un istante nel parlatorio dell’abbazia delle Orsoline. Ma quando seppi di chi era figlia la mia Ida e la vostra triste storia, decisi di farla mia e di conquistare non solo il suo amore ma anche il vostro favore e la vostra stima. Questo magico cerchio attorno al dito della mia Ida testimonia come io ci sia riuscito. In più sarete felice di sapere che mio padre si era pentito dei suoi torti. Per espiarli aveva affidato l’educazione di suo figlio alle cure del suo migliore amico, l’abate di sant’Anselmo, perché non ripetesse gli stessi errori del suo genitore. E ora», continuò conducendo Ida di fronte all’abate, «chiedo la vostra benedizione e che questa donna, che grazie alla bontà del cielo mi glorio di chiamare moglie, riceva le insegne di quel rango che è così idonea a portare».
Walter o come ora dobbiamo chiamarlo, il duca di Zähringen, e Ida si inginocchiarono umilmente davanti al venerabile abate e il sant’uomo, con le lacrime agli occhi, invocò la benedizione di Dio. Poi sua altezza prese una delle corone e posandola sul capo di Ida disse: «Possiate essere felice sotto questa scintillante corona come lo eravate sotto l’umile cappuccio col quale vi ho conosciuta».
«Dio mi aiuti!» rispose Ida al colmo dell’emozione. «E possa l’Altissimo farmi il dono di portarla con altrettanta umiltà. Perché si dice che sotto alle corone spuntino le spine».
«È così, mia adorata», disse il duca, «e spuntano anche sotto il modesto cappello del contadino. Ma la ricca alchimia delle virtù della mia Ida saprà sempre trasformare ogni spina nella più brillante gemma del suo diadema».


Il racconto The pilgrims è tratto dalla raccolta Mary Shelley: Collected Tales and Stories.

↔ In alto: foto Tobias Oetiker / Unsplash.