Trasparenti

Simone Giraudi

Nel corso degli anni a Luca è capitato spesso di svegliarsi prima dell’allarme, impostato sulla sua vecchia sveglia fulminatasi tempo prima per uno sbalzo di corrente o sul cellulare, come in quel caso, ma negli ultimi mesi non l’ha più fatto. Che sia successo proprio in quella mattina, la prima del suo nuovo lavoro, lo considera un segno del fatto che la sua vita ha ripreso a muoversi sui binari giusti.
Non quelli di prima. Ma il senso di movimento è sufficiente.
Luca spegne la sveglia e scruta il buio intorno. Il letto matrimoniale affiancato dai comodini, l’armadio a muro vicino all’entrata e la finestra sono una manciata di contorni resi concreti solo dalla profonda sicurezza di trovarli nello stesso posto in cui li ha lasciati la sera prima.

C’è anche Anna, che ha ancora la testa poggiata sull’altro cuscino, voltata di schiena a occupare il resto del letto. Nascosta dalla massa rigonfia del piumone sembra un grosso pipistrello, e con l’assenza della sveglia il suo russare raschiato è l’unico rumore percepibile nella stanza. Luca non gliel’ha mai detto ma considera quel rantolo la colonna sonora di trentacinque anni di matrimonio. Dopo tutto quel tempo di suoni particolari con cui identificare la loro relazione potrebbe stilarne una lista (i suoi passi affrettati tra il bagno e la camera dopo la doccia, il suono che fa mentre mastica, la sua risata silenziosa e aspirata), e quello lo metterebbe in cima, ne è sicuro. È un suono che gli penetra nel cervello a dispetto di tutto, come il pianto di un neonato. Un’altra cosa che non le ha mai detto è che non lo sopporta.

Senza accendere la luce, Luca si alza e prende da dentro l’armadio i jeans e il maglione per quella nuova giornata di lavoro. Una volta in cucina accende il gas sotto la moka già pronta e lo beve in piedi vicino al tavolo del soggiorno, davanti alla finestra con le tapparelle abbassate. Non pensa nemmeno di alzarle, il rullo è un catorcio che non ha mai avuto voglia di riparare, troppo rumoroso per non disturbare il sonno di Anna. Poi posa la tazzina nel lavello e si sposta in bagno, apre l’acqua e quasi senza volerlo lancia uno sguardo alla specchiera appesa lì sopra.

La lastra di vetro non rimanda indietro nessuno dei tratti del suo viso: nota i contorni svuotati della testa, con la solita cupola di riccioli che dovrebbero essere sale e pepe, e del volto, con la mascella squadrata e gli occhi opachi che invece avrebbero dovuto essere color nocciola. Attraverso il suo cranio vede le forme bianche del cesso e quelle azzurre delle piastrelle nella parete alle sue spalle. Non è invisibile, non del tutto almeno. È trasparente. Il maglione sembra pieno d’aria, come un pupazzone gonfiabile fuori da un centro commerciale, e anche le mani sono linee incolori, tracce di matita su un foglio vuoto.

Luca si lascia cadere sulla tavoletta dietro di lui e respira solo con la bocca, gli occhi che guizzano da un punto all’altro del bagno, soffermandosi sempre sullo specchio vuoto. Si mette una mano sulla fronte e la ritrae solo quando è certo di non avere la febbre. Poi si tasta il polso in cerca del battito ma quel che sente davvero, da qualche parte dentro la sua testa, è lo scoppio metallico di un treno che esce dai suoi nuovi binari per finire ad accartocciarsi nella distesa desertica che gli scorre di fianco.

Dalla camera da letto arriva un grugnito e il rantolare di Anna s’interrompe, sostituito da un lungo sospiro e da una serie di cigolii. Si è alzata, forse proprio per venire in bagno. Luca scatta, chiude l’acqua e si lancia fuori senza guardare la moglie in piedi nel pigiama pesante oltre la porta satinata. Di volata prende il giaccone in cui ha lasciato le chiavi di casa e della macchina, già pronte per quella mattina, apre la porta ed esce prima che lei possa dire una sola parola.

***

Per coprire il tragitto da casa all’area industriale Luca impiega quindici minuti, il doppio del tempo che avrebbe dovuto servirgli. Percorre la statale rimanendo ben sotto al limite di velocità consentito, lanciando continui sguardi allo specchietto retrovisore e sforzandosi di inquadrare la sua fronte, gli occhi e parte del naso, senza mai riuscirci. La strada, a quell’ora, non è molto trafficata. Incontra solo qualche automobile di passaggio in senso contrario e ogni volta rallenta e cerca di guardare l’altro conducente, per vedere se qualcuno lo nota.
Nessuno sembra farlo.

Luca raggiunge l’area industriale e attraversa il portone del piazzale in cui svetta il capannone più grande di tutti; parcheggia vicino a un gabbiotto prefabbricato e alla pala gommata che gli è stato detto avrebbe trovato al suo arrivo proprio in quella posizione. Sopra la porta del gabbiotto c’è una placca di plastica con il logo dell’azienda: i contorni stilizzati di un toro inscritti in una sorta di scudo nero.

Quando ha accettato quel nuovo lavoro ha immaginato che vedere il toro appeso un po’ dappertutto gli avrebbe fatto uno strano effetto, specie perché quell’immagine l’ha sempre messo a disagio. È troppo scura, minacciosa. Troppo diversa dalla “G” verde su sfondo bianco che ne occupava il posto fino a qualche tempo prima, simbolo della ditta fondata da suo padre.

Come tanti altri imprenditorucoli di mezzo mondo tra il 2008 e il 2012 Luca ha scoperto il vero senso del lavoro di due generazioni intere della sua famiglia. La crisi l’ha costretto a chiudere e a licenziare tutti i dipendenti e, per coprire i costi senza rifarsi sulle liquidazioni, anche a impegnare la villetta in cui vivevano lui e Anna. Quando quello che fino a poco prima era uno stimato concorrente si è proposto di rilevare la sua area industriale, per farne un deposito di mais a uso alimentare, e di prendere lui come nuovo guardiano, Luca ha accettato subito. Gli basterà resistere ancora qualche anno per arrivare alla pensione.

Entra nel gabbiotto, un cubicolo che contiene un tavolo con un vecchio computer fisso, un bagno minuscolo e un armadietto. Lancia uno sguardo al calendario che qualcuno ha appeso al muro vicino alla porta: un paio di volte al mese i camionisti della nuova ditta caricano o scaricano il grano nel capannone, ma quel giorno non è in programma l’arrivo di nessuno.

Si appoggia alla porta e respira a lungo, i polmoni si scaldano in quello che gli sembra essere il primo, vero respiro da quando è fuggito dal bagno di casa. Il cellulare gli vibra nelle tasche dei pantaloni. È Anna. In un messaggio di poche righe gli scrive che nella sua assurda fuga si è dimenticato il pranzo a casa. Lui pensa per un po’ a come risponderle in un modo che sia convincente ma poi lascia perdere, non gli viene in mente nulla.

Con gli stessi movimenti meccanici della colazione apre l’armadietto e prende un vecchio cappello da baseball, la mascherina bianca e la tuta da lavoro blu e rossa: l’equipaggiamento che gli hanno chiesto di lasciare lì la prima volta che ha visitato l’area industriale dopo la sua assunzione. La tuta avrà come minimo dieci anni, se l’è fatta fare quando le cose con la ditta andavano ancora a gonfie vele, nonostante passasse molto più tempo in ufficio che in officina. Sul petto, sopra una tasca, c’è uno spazio di tessuto scolorito dove prima c’era una toppa con la “G” verde. La mancanza si nota con facilità, o per lo meno la nota lui.

Luca esce e sale sulla pala a motore, le chiavi sono già nel cruscotto. Sposta il mezzo davanti all’entrata del capannone, scende e lo apre con la pulsantiera. Poi, prima di richiuderlo, s’infila il cappello da baseball in testa e la mascherina sul volto, chiedendosi quante altre volte ancora in quella giornata si ritroverà a cambiarsi d’abito.

***

Sistema le tonnellate di mais a riposo, compila le scartoffie relative alle ultime operazioni di carico e scarico, inserisce i dati di queste e delle successive nel vecchio programma gestionale della nuova ditta: quando il sole comincia a calare sull’area industriale Luca è pronto ad abbandonare il grano alla notte e agli attacchi dei topi.

Esce dal capannone con la pala a motore e la parcheggia di nuovo tra il gabbiotto e la sua auto. Poi si cambia per l’ennesima volta togliendosi la tuta, il cappello e la mascherina e rimettendosi i vestiti che ha portato da casa.

Casa. Potrebbe non tornarci affatto, evitare il confronto con Anna sulla sua inaspettata e drammatica condizione. Potrebbe scappare, percorrere la statale in senso inverso e imboccare l’autostrada per non tornare mai più. E invece sale in macchina e in otto minuti raggiunge il parcheggio interno del condominio. Poi imbocca l’ascensore fino al quarto piano.

Luca entra nella mansarda e accende la luce del piccolo corridoio che di mattina ha abbandonato in fretta e furia. Ad accoglierlo i mobili, la scarpiera e, appese alle pareti coperte dalla vecchia carta da parati beige e marrone, le cornici con le fotografie della vita che lui e Anna hanno costruito. Il viaggio di nozze in Argentina, la vacanza in Croazia, uno dei tanti soggiorni sul Mar Rosso. C’è lui, lì, e allo stesso tempo c’è qualcun altro. L’effetto è lo stesso di quella volta in cui ha ritrovato una foto delle elementari e, guardandola, non è riuscito a riconoscere nemmeno se stesso.

«Ciao» dice ad alta voce.
«Veloce con la doccia, l’insalata è pronta!»
La risposta arriva dalla porta del salotto, chiusa.

Luca si cambia le scarpe e poi va in bagno e apre l’acqua nella doccia perché si scaldi. Prima di buttarcisi sotto entra in camera e rimette i jeans e il maglione nell’armadio, poi getta la biancheria ai piedi del letto matrimoniale. Si fa la doccia e si stringe nel suo accappatoio verde acqua per asciugarsi, dandosi finalmente un confine visibile. Si appoggia con la schiena alla porta del bagno e ci rimane per un po’, in piedi. Guarda la specchiera ma si accorge solo dopo qualche attimo che dall’angolazione in cui si trova non riesce a vedersi, che non ci riuscirebbe nemmeno se fosse visibile, e che tutto ciò che c’è nella superficie di vetro è la finestra della stanzetta e una piccola porzione delle piastrelle del muro. Poi, con un lungo respiro, esce dal bagno ed entra in soggiorno.

Sul tavolo, insieme a piatti, bicchieri e posate, c’è un recipiente di plastica bianco pieno di foglie d’insalata. Anna è seduta sulla sedia che occupa sempre, la schiena rivolta verso la finestra che ha ancora (o di nuovo?) la tapparella abbassata. Guarda fissa la tovaglia rossa a quadrati bianchi stesa in modo da coprire l’unica parte del rettangolo di legno che loro due, da soli, occupano durante i pasti. Giocherella con un grissino, persa nel mondo dimenticato dei suoi pensieri, passandoselo fra le dita trasparenti.

Sotto la luce del lampadario sua moglie non ha più nessuno dei minuscoli segni distintivi con cui lui ha imparato a conoscerla. È indubbiamente lei ma non ha età: le rughe e le piccole macchie che già da qualche anno le punteggiano la pelle delle mani non esistono più, gli occhi normalmente blu scuro sono tanto opachi che risulta difficile anche solo notare i contorni delle pupille e i capelli, secchi e sfibrati per le troppe tinte, sono lunghi fili bianchi invece che castani.
È un cristallo.

«Forse mi è scappata la mano con il sale» dice, alzando finalmente gli occhi su di lui.
Lo guarda sorpresa, la bocca che si apre e si chiude in cerca di qualche suono da emettere.
Luca, in silenzio, le si avvicina posandole una mano su una spalla, circoscritta dal manto d’ombra di un vecchio cardigan. Si slaccia l’accappatoio e se lo toglie di dosso, scoprendo il corpo trasparente e tozzo. Poi fa la stessa cosa con i bottoni del cardigan di Anna, con i leggings, il reggiseno e le mutande. Abbandona tutto sul pavimento di piastrelle bianche, come la vecchia pelle di due serpenti: le loro forme, appesantite dall’età, sembrano schizzi malfatti di un pittore decadente.

Si squadrano, entrambi nudi e vuoti. Poi si prendono per mano ed escono insieme dal salotto.

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↔ In alto: foto Nicolas Solerieu / Unsplash.