La fame e le ombre

Stefano Riccesi

Ogni parola può svelare una profondità e una ricchezza di senso infinita e insondabile. Dietro ogni frase possiamo sentire il vuoto da cui proviene e attraverso quell’abisso senza fondo è possibile individuarne le ombre nascoste, le mancanze, gli ulteriori significati.
Il testo che vi apprestate a leggere porta questo ragionamento all’estremo, quindi, risulterà essenziale porsi d’innanzi alle frasi che lo compongono come davanti a delle formule magiche, frutto delle visioni dovute all’esperienza dell’invisibile, bisognerà fermarsi difronte a questi gesti aforistici, questi lemmi-universi: porte da attraversare. Chiudere gli occhi e ascoltare il rumore del vuoto.
Ognuno di questi brandelli di testo è una soglia, attraversarla significa prendersi una responsabilità e un impegno. E questo è il solo modo per credere alle profezie; svuotarci e lasciare che il loro potere possa toccare la nostra ombra e sfamare i nostri demoni.

La fame e le ombre
Profezia

La fame primordiale

La condizione umana è segnata da una fame primordiale.
Gli spazi tra cellula e cellula, del colore della notte, si affacciano sulle oscurità del senza fondo, da cui viene un richiamo che le parole non traducono. Lo spaesamento, l’assenza di senso, la lucida cognizione di un labirinto non sono mere costruzioni intellettuali ma codici inscritti nel corpo. Sono fame, poiché il loro segno è l’anelito a una pienezza; sono radicale dipendenza.

Un’indagine prende le mosse da un atto di onestà.
In questo caso, riconoscere la necessità che si ha dell’altro, lo stato di bisogno, e quanto questo sia più vero delle maschere spirituali che indossiamo.

Silvia De Giorgi_ Untitled_ Landscape Pieces (2)

Silvia De Giorgi, «Untitled», Landscape Pieces.

L’animale, in pace con la sua fame – e insieme pronto, se capita, a morire divorato senza che intervenga psicologia di sorta – è lucido.

L’uomo, incredulo, finge di non essere coinvolto da questo destino e si crede separato, s’inventa un sé fantoccio senza speranza di durata.

La vita, cosmicamente illimitata, si restringe ai nostri occhi mentre ci condanniamo a rifiutare una fragilità che, se assunta, rimanderebbe meraviglia, grandezza.

Siamo davvero solo a patto di accettare di non essere.
A patto di fare i conti con la fame primordiale.
È quello che il Buddhismo Mahāyāna asserisce con particolare chiarezza: tutti i fenomeni sono interdipendenti. È questo a spingerci sulla soglia del riconoscimento che i fenomeni sono anche assoluto: proprio perché vuoti di sé, essi sconfinano.
Finito e infinito sono quindi una stessa realtà. Forme e vacuità, fragili corpi e volto divino.

Vertiginoso è il proposito alchemico: fare della luce bevanda, sacramento.

Rispondere con una divinità potabile alla fame irriducibile.
Questo il senso della pietra filosofale: sostenere e illuminare l’imperfezione umana con gocce di quella sostanza sacra che è sì ciò di cui siamo fatti, ma la cui vera natura è celata dalle catene della mente.

«Ecco, nutriti della tua vera essenza, luce che si è fatta corpo».

Questi sono i dispositivi tecnici con cui raccogliere i raggi solari entro un magnete, un veicolo purificato, per suscitare la risonanza della Presenza direttamente a livello cellulare, e da lì, senza chiedere al processo psicologico più di quel che può, ripristinare uno stato di armonia.

La morte può ben essere detta la grande maestra, se perfino Dio, per risvegliarsi in noi, ci viene a morire in bocca.

Dietro la maschera-persona non c’è nessuno. In quello spazio si genera la vita sotto forma di spirale ignea e bagliore radiante.
Niente è, tutto vuole essere.
Perciò bisogna amare quella fame, scoprire che niente sazia, sentire la spinta, la pura volontà di vivere.

La fame è preghiera, è convito amoroso, è andare mano nella mano, è città sepolta. E noi a tremare, facendo progetti, architettando strategie, dimenticando, sempre dimenticando, il richiamo della nudità.

La fame che ci scuote la carne e le ossa dice che non c’è fondamento, dice la sola libertà possibile, quella di rinunciare anche alla certezza di non avere certezze.

La mente conosce il mondo.
Ma tutto ciò che conosciamo è quel conoscere il mondo da parte della mente. Nessun mondo è infatti reperibile al di fuori delle sensazioni, dei pensieri e delle ondulazioni che chiamiamo stati d’animo, esperienze, desideri.
Questo corpo, che proprio adesso ha fame – se indagato meditativamente – si scopre essere non oggetto solido, ma un fascio di percezioni, per di più perpetuamente cangianti. Esiste, ma solo come campo di esperienza. Se lo indago lo trovo assente di sé, lo vedo che si scompone e ricompone, che è e non è presente. È un’idea che precipita, è fluidità.
È questa concrezione di luce che sperimenta l’assenza e quindi, ancora: la fame primordiale.
Quest’ultima è perciò perfino più reale del corpo che viene a scuotere.

Per immaginarsi come Tutto, il Nulla si è inventato un’illusione prospettica che lo ha reso famelico, ha sognato un limite, si è inventato la grande mancanza.

Primo esercizio spirituale

La natura delle ombre

Chi sei? Qualunque cencio, qualunque maschera cui dai il tuo nome proietta un’ombra. Ci sono tante ombre quante identità puoi indossare.

Solo Nessuno non può avere un altro da sé.
Un qualcuno, sempre, lo ha.

«Io sono».
È questo il sole del tuo cielo interiore – vi alludi toccandoti nei pressi del cuore –, quello che gli fa da orientamento.
Come ogni sole lascia qualcosa nell’oscurità. Priva di sostanza, di per sé, ma dagli effetti del tutto concreti.
«Io» non vuole la vita della sua ombra, perché ciò che essa viene a dirgli è «tu non sei».

Io e Ombra possono vivere e morire soltanto l’uno dell’altro.
Sono qui insieme al respiro dei morti e agli spiriti vaganti di tutti coloro la cui fame è rimasta irrisolta.
E lo sentiamo, questo richiamo.
È stato chiamato «lamento dei morti».
Che fare, dunque?
Può, poi, una maschera, un nome imposto al nulla, fare qualcosa?

Possiamo far finta che sia così, possiamo dare vita a un gioco.

Un simile «giocare sacro» sarà compito della facoltà immaginativa, che fu data alla mente per vedersi rivelare ciò che è invisibile.
Velandosi d’immagine, esso compie infatti la sua propria ostensione, la sola possibile.

Compito dell’ombra è prendere d’assedio la nostra illusione di esserci. Il suo talento è essere demoniaca, sempre più forte di noi, fare leva sulle conseguenze della fame, legarci con tutto ciò che ci possiede.

Le ombre vere sono demoni, presenze il cui appetito ha noi per oggetto. Più forte della nostra fame è soltanto la fame che l’ombra ha di noi, la fame stessa che ci si rivolta contro per azzerarci, incenerirci.
(Incenerire la maschera, ogni nome, ogni identificazione).
Perché tutto ciò che restringe la vastità verrà attaccato, affinché la luce che si è frammentata torni a riunirsi nello spazio sacro del cuore.

Per ogni nome sarà generato un demone il cui compito è puntare alla sua estinzione. Di cui il più grande di tutti, il Dio che ha fame dei suoi stessi figli, è il Tempo, è Cronos.

Quello a cui il grande gioco tende è dunque la nostra sparizione. Ecco perché il nostro nemico è il solo alleato: perché finché puoi dire «io», qualcosa in te può e deve morire.

La restrizione della vastità del cuore viene esperita come avvitamento, dinamica centripeta di contrazione e irrigidimento.

I centri di alimentazione delle ombre sono i residui statici della ri-membranza, la memoria delle membra.
In sostanza: le nostre corazze caratteriali, le reattività innalzate a difesa del burattino, la cui inconsistenza è in realtà presentita e suscita inquietudine.

Per ogni breccia che si apre nella presunzione di essere qualcuno, un po’ di energia solare viene liberata.

La gioia, sorella della vertigine, è radiante come lo è il sole del cielo esteriore. Danza centrifuga – da un centro che si sa non esserci – in cui effettivamente non è sperimentato il confine:
ecco come l’estasi conosce se stessa.

Prima bisogna cessare di fare guerra alle ombre.
Per farlo bisogna: primo, decidere di dare loro voce; secondo, offrirsi loro in sacrificio, come negli antichi insegnamenti tibetani.
Attenzione, però: perseguire attivamente lo svuotamento perché si è compreso questo intellettualmente non è altro che violenza. È l’ombra che si fa sentire, che chiama.
Il cuore risponde.
Una disponibilità, e da lì una danza.
Solo così il gioco funziona davvero.

Ma come s’incontrano le ombre? E che volto ha il rovesciamento dell’immagine di sé?

Secondo esercizio spirituale

Cielo e inferno

L’autentica iniziazione è interiore: avviene nello schiudersi all’interiorità di ogni cosa, nel ricondurla al suo inizio, alla sorgente.

Quotidianamente, tenacemente rinunciare all’azione estrovertita per dirigere il fuoco all’interno, regolare la temperatura del desiderio tra urgenza e pazienza. Il mondo intanto balugina e trascolora, ci accorgiamo che è animato dagli spiriti espressi dal cuore. Si smaterializza.
L’interiore prende vita.

Si diventa sensibili alle allusioni, ai presentimenti, si prende dimora nella «mente condivisa».

Il sogno dell’esistenza è collettivo: è sognato da Nessuno attraverso gli uomini, le rocce, le città. Ora questo sogno trasuda la sua natura immaginale.

 L’immersione nella visione delle ombre ci conduce al crogiuolo causativo dei fenomeni.

Silvia De Giorgi_Floating Rocks I_ Liquid Landscapes

Silvia De Giorgi, «Floating Rocks I», Liquid Landscapes.

William Blake ci ha lasciato due avvertimenti.
Primo, la coscienza poetica è nata libera e soltanto più tardi la brama di potere l’ha imprigionata in forme organizzate.
Dunque, è importante restare vigili di fronte all’appropriazione dello spirito da parte di realtà troppo umane: sette, sistemi archetipici chiusi, soluzioni «totali».

La vita dell’anima è la morte del potere, perché lascia libertà, non opprime, permette le rivelazioni.
Il modo del potere è quello del pugno serrato che afferra il vivente per strumentalizzarlo.
Il modo dell’ispirazione è perciò la mano che si schiude e lascia che attraverso le sue dita scorrano i volti dei diecimila esseri, in vertiginosa caduta dall’infinito all’infinito, curiosa delle sempre cangianti epifanie della Bellezza.

Il secondo avvertimento: la redenzione dell’anima è nell’incontro con l’inferno interiore, portatore di tutto ciò che è vitale. La legge morale ha gettato su di esso una maledizione che il cuore poetico può scacciare, facendo sì che nell’arte della visione e dal suo abbraccio niente sia escluso.

La lussuria del caprone, la furia del leone, la nudità dei corpi sono l’oro dei filosofi. La potenza animale delle membra è l’aurea saggezza dei viandanti. Il futuro si trova lì, nella carne, allo stato scintillante.

«Il ruggito dei leoni, l’ululare dei lupi, l’infuriare del mare in tempesta e la spada distruttrice sono porzioni d’eternità troppo vaste per l’occhio umano»,  scrisse Blake.
Non per la sua pelle, però, non per la sua vita immaginativa.

La liberazione non è la trasfigurazione angelica che l’animo timoroso si prefigura ma un risvegliarsi integrale alla furia degli elementi e ai registri primordiali che possiamo ri-membrare, affinché l’eterna delizia della vitalità così come la sua lunatica dolcezza siano rivelate per ciò che sono: maree e riflussi che Nessuno scatena quando si immagina come il Tutto.

Non è un sentiero per anime immacolate. È coraggio puro. Il fondo dell’oceano, però, è caldo e avvolgente.

Terzo esercizio spirituale

Profezia

Vi fu dunque un’epoca – immaginale se non storica – in cui danzavamo con le ombre e in cui la fame era la legna che alimentava il fuoco di quella danza. Un’epoca senza legge, tranne la radiosa disciplina dell’amore feroce, che sapeva custodire la vita.
Quei tempi in cui la materia si conosceva come luce il poeta li ritrova, la grande arte li canta e li rimette in scena, il mago li esorta a risvegliarsi.

La vita dell’immaginazione, che brillava ancora nella trance orfico-dionisiaca, fece nei secoli del suo meglio per sopravvivere sottoterra.

Se ciò che è autentico non può essere ucciso è perché la sua memoria attende nelle ceneri dei morti, nei sali che restano di ogni corpo vivente, nelle loro ceneri.
Risuona con armoniche esatte, e chi lo desidera riesce a sentire le melodie che ne scaturiscono.
In realtà, il suo risveglio è già cominciato.
L’animale sacro e il suo canto ci chiedono nuova cittadinanza: una nuova epoca dell’immaginazione non può più essere rimandata.

Alba di tamburi e di inni, di danze e di boccali ricolmi.
Alba di mani forti e di occhi lampeggianti.
Dove la troveremo?
Il suo presentimento è nei sogni che la psiche collettiva sta covando.
A viverla saranno non donne o uomini,
ma animali danzanti e stelle veggenti.


Per la gentile concessione delle immagini si ringraziano Silvia De Giorgi, Gaetano de Crecchio, Marco Mancini e David Ellingsen.
La ricerca e la scelta iconografica sono a cura di Ngoc Lan F. Tran.
Teriantropica è a cura e responsabilità di Andrea Cafarella.

↔ In alto: foto © David Ellingsen, «At The End Of The Road No. 1», Alone Together (2014).