Secondo esercizio spirituale

Stefano Riccesi

Praticare l’immaginazione attiva.
Tradurre il mistero nella forma, iniziare un confronto, vivere una narrazione che si sviluppa.
L’immaginazione opera personificando ciò a cui intende avvicinarsi.
Così come le maschere, anche le ombre sono figure. Inquiete, spettrali, tenaci, astute figure.
(Direttamente a partire dalla vibrazione corporea, al cuore che desidera vedere viene offerta l’immagine dell’ombra, per risonanza, per trasposizione analogica).
Il volto dell’ombra è simile all’avvitamento della vitalità nella corazza corporea, ed è da quella sensazione di sofferenza che lo si deve evocare.
Il corpo è il campo vibratorio in cui le tracce di sottofondo dell’Anima Mundi vengono scritte. Il corpo vede prima, la visione legge soltanto ciò che esso ha già conosciuto. Il processo di trasmutazione inizia qui, dal momento in cui maschera e ombra si guardano negli occhi. Se in quell’incontro c’è il «coraggio della nudità», la contrazione viene immediatamente indebolita e il soffio vitale reso nuovamente disponibile.

Morire a se stessi è vivificante.

Si fa così: metti a fuoco con chiarezza la sensazione fisica in cui avverti il morso dell’ombra, chiudi gli occhi e disponiti in ascolto. Lascia dunque che la sensazione diventi un’immagine a essa simile. Se non è personificata, immagina come sarebbe se fosse un essere vivente, e consentile di assumere la sua forma. Prendi innanzitutto contatto con il suo sguardo, e poi dialoga, entra nella scena con l’ombra, agisci senza cercare di dominare o distruggere. Segui il sentiero fin dove ti porta e poi traduci in parole, in segni. Annota fedelmente quegli accadimenti in un diario.

Marco Mancini, «Untitled».

Marco Mancini, «Untitled».