Quattro racconti brevi

Andrea Orlandi

Il cane

Il suo padrone non era sicuro che ciò che li legava fosse affetto. D’altra parte, che altro poteva essere?
Una sera, mentre veniva picchiato con una rabbia che non conosceva ancora, il pensiero a cui negli anni si era abituato divenne azione: morse il suo padrone, e la lotta si fece disumana. Il dolore procurato ne generava altro, la storia di entrambi stava improvvisamente affogando, risucchiata da un vortice il cui centro inosservabile era fatto di sofferenza. Nessuno dei due si arrendeva, ma più che il desiderio di restar vivi, entrambi sembravano affidarsi alla vita in un ultimo gesto. Poi, un morso al collo del suo padrone strinse le due sorti. Il silenzio fu breve, breve l’attimo in cui all’uomo pesò la gravità dei suoi errori, che pure gli parvero senza peso. I muscoli del suo collo erano veloci, in pochi strattoni tutto s’interruppe per sempre. Chi sa raggiungere l’esatta coscienza della fine?
La vita smise d’agitarsi, le mani dell’uomo scivolarono lungo le sue orecchie, come in una carezza sognata, che nella realtà assume una forma definitiva, alla quale ci si lega, tuttavia.
Abbaiò senza smettere. Morì di sete la settimana successiva.

Il prigioniero

Durante la notte le ombre erano confuse, incapaci di descrivere gli oggetti da cui provenivano. Anche le ombre del giorno non sapevano rappresentare bene i loro oggetti. C’era l’ombra del lavandino: appena la luce tagliava a metà la lunga crepa del muro, l’ombra del rubinetto emergeva da quella del bordo del lavandino, rivelando una nuova presenza, ma l’ombra non descriveva il rubinetto. La posizione assunta dall’ombra nei diversi giorni dipendeva dal variare delle stagioni, e dall’imprecisione della mia memoria. Poi sparivano tutte le ombre, dopo quelle che erano mutate e scomparse già. Si ripetevano così nella mia cella albe e tramonti, che erano ben poco a confronto con quelli del sole, ma ognuno di essi li ricordava, e a suo modo ne amministrava la somiglianza.
Avevo disposto alcuni oggetti in modo che le loro ombre s’inseguissero come mani, si alternassero come voci. L’ombra di un sassolino era minima, così avevo escogitato di farla raggiungere da quella dell’oggetto più alto di cui disponevo, il bicchiere. C’era soltanto una finestra e ogni ombra era voltata per un solo istante nella medesima direzione. Non potevo cambiare nulla.
La mia parete preferita era quella di fronte alla mia branda. A volte pensavo che avrei dovuto preferire la parete dove era la finestra. Mi rispondevo che da quella parete provenivano le ombre, e proprio mentre stavo per riconoscerla come la mia preferita, sopraggiungeva il pensiero che essa misteriosamente volesse il mio dolore. Quindi tornavo a dirmi che la mia parete preferita era l’altra, anche perché quella cui si accostava la mia branda era troppo simile al muro di una prigione. Aveva forse il merito di deludermi al punto da non lasciarmi dubbi, ma non poteva bastarle questo per diventare la mia parete preferita.

La maschera

Si era vestita da fantasma. Aveva fatto due buchi a un vecchio lenzuolo, misurando con le dita la distanza tra gli occhi. La mamma le aveva detto che era bella, ma il lenzuolo strusciava lungo il pavimento, da inciamparci. Con le forbici aveva accorciato il tessuto, ora tutto sfilacciato ai bordi che prima erano intatti. Per giunta spuntava dal lenzuolo la punta delle scarpe. E non c’erano altri vecchi lenzuoli da poter usare. Pur disposta a lasciare scoperti i talloni, non poteva tirar giù il tessuto in modo da coprire la punta delle scarpe perché i buchi per gli occhi erano fatti. Quando smise di piangere uscì dalla sua stanza per andare allo specchio. Salì su una sedia e si guardò attraverso i buchi del lenzuolo. Pensò che, vestita così, poteva essere riconosciuta solo dalla voce, e che se fosse rimasta in silenzio, alla festa tutti avrebbero immaginato che fosse lei, ma non ne sarebbero stati sicuri. Con il dito pigiò il lenzuolo sull’ultima lacrima, e le venne in mente che anche se avesse pianto durante la festa, nessuno se ne sarebbe accorto.

Bigliettino

Il bicchiere è scheggiato, mi è caduto giorni fa, occhio a non ferirti il labbro. Se ti ferisci c’è l’alcool nello sgabuzzino, secondo scaffale in alto, nel cassetto di destra, quello più piccolo. Devi forzare un po’ perché scorre male nella corsia, anche quando lo richiudi; non ci faccio caso, ci sono abituato. L’ovatta sta nell’altro cassetto, la trovi subito perché è in una busta grande. Se non sta lì sarà in bagno, forse non l’ho rimessa a posto, l’ho usata quando mi sono ferito io. Non preoccuparti di lasciare in ordine, ci penso io domani. Comunque non buttare il bicchiere.


I primi due racconti sono tratti da L’allegria veloce (Edizioni Nemapress, 2015).

↔ In alto: foto 1 Fabian Gieske; foto 2 Hello I’m Nik; foto 3 George Pagan III ; foto 4 Karim Ghantous / Unsplash.