Quella bellissima bugia che è Roma. L’antitopia della Città Eterna in Remoria di Valerio Mattioli

Antonio Zaccone

Nel suo ultimo libro edito per minimum fax, Valerio Mattioli racconta che Roma è ciò che si è soliti dire di lei, meravigliosa, decadente, artistica, ma è anche quanto di lei non viene detto: immonda, parassitaria, oscura. Racconta che Roma è una città tanto santa quanto luciferina, è un doppio speculare che stordisce per bellezza e vastità di un sottosuolo pieno di ricchezze e, ancor più, di deformità. Ciò che sta sotto Roma è il rimosso del fantasma appartenuto a un fratello ucciso migliaia di anni fa dal suo gemello, sul suolo di una città bugiarda che non ha mai fatto i conti col proprio passato.

1946. Roma è appena uscita dal secondo conflitto mondiale e viene posto il primo mattone del GRA. Una città stremata dalla guerra e dalle lotte partigiane inizia a essere circondata da un serpente di asfalto che possa facilitarne la circolazione interna.

Il gigante piatto e serpentino, la geometria senza lati e senza confini, attende l’espansione di una città che, prima metropoli dell’antichità, ha raccolto glorie e regimi, imperatori e corruzione. Ma una definizione meramente geometrica non è sufficiente: il GRA è qualcosa di più, è l’opacità di un simbolo di improduttività, una macchina celibe, cioè un giocattolo senza scopo, un dispositivo incompiuto e senza utilità, a partire dalla quale Deleuze e Guattari hanno teorizzato la produzione di quantità intensive create da due forze opposte: repulsione e attrazione. Tali quantità generano desiderio e interdipendenza tra dentro e fuori, un’illogica riconciliazione tra repulsione e attrazione che spinge verso il mostruoso, il fantastico e il deforme, fino al ritorno del rimosso.

Al di là della sua mitologia terrena acquisita o della sua natura prodotta dal nulla e incapace di riprodursi, il GRA possiede una simbologia stordente. Come un uroboro, gira all’infinito su se stesso, il tempo è annullato e la città diventa eterna per davvero, contiene tanti futuri e tanti passati possibili, e proprio dal passato qualcosa giunge di inascoltato, veicolato da una proverbiale ammonizione profetica: «Liberarsi dal cerchio che dà affanno e pesante dolore», come recita una laminetta orfica di Turi. Ma Romulia non ha ascoltato, ha fatto l’opposto di ciò che le era stato detto e il GRA è il portale che permette di viaggiare nel tempo, a molto prima del 1946.

21 aprile, 753 a.C. Nasce Roma, la città fondata da Romolo, il fratricida che ricalca il principio antico della fondazione per uccisione: era stato Remo, secondo Plutarco, a scorgere per primo gli avvoltoi in volo, segnali di un presagio divino, ma Romolo, invidioso, delinea un solco sulla terra oltre il quale il fratello non può passare; Remo non obbedisce e viene ucciso, e così rimane inespresso ciò che sarebbe dovuto essere e non è stato. Roma era nata all’interno di un quadrato, una geometria indiscutibile e anti-caos, destinata al rispetto delle gerarchie, e tutto, 2699 anni dopo, cambia: nel 1946, l’uroboro di asfalto comincia a cingere Roma e in questo cerchio che ha del sabbatico si celebra una sodomia improduttiva come prodromo di una fecondazione artificiale.

Quel cerchio è il GRA, il cui nome farebbe pensare, dantescamente, a un eroe venuto chissà dove per segnar li suoi riguardi. GRA, Grande Raccordo Anulare, o buco del culo, e questo buco di culo appartiene a Romulia, la città di Romolo, il gemello che ce l’ha fatta. Circonda la città un anello autostradale al cui esterno si trova la borgatasfera, da identificare coi reflussi della defecazione di quell’ano che è il centro di Roma, l’1% di una città falsamente metropoli, falsamente sterminata, il cui 99% che rimane è una costellazione di periferia che è ciò che Romulia non accetta e perciò espelle: «Questa città invertita, questa città contronatura, questa città che nega la sua gemella, questa città partorita dal culo, non può che portare il nome di quell’unico fondatore che proprio nel regno della negazione è stato precipitato – Remo. […] e quella città non può che chiamarsi Remoria: la non-Roma, la città che non solo mai fu, ma che continua a non essere».

L’indagine di Mattioli, che è un po’ filosofica, un po’ antropologica, è eccentrica per due motivi: letteralmente, per l’analisi centrifuga di una realtà al di fuori del centro di Roma, a cui tutto rimane avvinghiato e che tutto eietta; e per la disamina di un tipo umano che della Roma dei monumenti, della dolce vita, dell’arte e del cinema rappresenta il negativo, nonché lo spettro di un’entità che va esorcizzata tramite un apotropaico rito di indifferenza sociale: il coatto. Ma prima, uno sguardo a Pasolini.

Per comprendere la natura del coatto, è necessaria un’analisi trans-generazionale che parta proprio dalla fine della seconda guerra mondiale e dalle poesie di un vate apollineo: Pasolini. Cantore delle borgate romane e dei pischelli, figli dell’atto improduttivo dell’ano e perciò proiezione in negativo di una vita vissuta, invece, al centro; pischelli che, attraverso il rifiuto dell’atto omosessuale, finiscono per assimilarne i caratteri di rimozione e, secondariamente, di pratica (nascosta) attiva nelle spiagge di Ostia, il naturale sentiero di scolo delle impurità espulse da quel doppio ano che è il centro di Roma e il GRA.

Pasolini è il primo connettivo del mondo di sopra e del mondo di sotto, i due mondi che si riflettono ma non si toccano, posti entrambi su un piano di orizzontalità; tale posizione è esplicitata dal suo ultimo e più immondo film, Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’inno alla necrofilia e alla coprofagia di ragazzi e ragazze semi-vivi, schiavizzati, resi oggetti sessuali di un gruppo di fascisti. Lo sfruttamento perverso dell’ano come atto di improduttività e, in negativo, di fecondazione di una zona morta, e la celebrazione della merda come eiezione corporea e manipolazione ludica, sono azioni che devono essere compiute per scoprire verità indicibili, magiche: è il vas indebitum del gemello rimosso e ucciso, l’«orifizio illecito». Nella sodomizzazione del creato, è attiva la detronizzazione di chi sta sopra e dà l’ordine, un’accusa di profanazione del dio-che-crea. Tra i ragazzi di vita e Salò comincia a innestarsi un germe di deformità che verrà ripreso nel 1983 da Caligari in Amore tossico, che, a detta dell’autore stesso, racconta di Ostia nella visione di una periferia post-pasoliniana, la quale, sulle spoglie del cadavere di Pasolini ritrovato all’idroscalo, persegue il rito contro natura fondato sul sacrificio, come avvenuto con Remo.

Il Sessantotto è il successivo approdo della Roma che sperimenta, la rivoluzione nei costumi e nelle istituzioni, l’anno in cui le ideologie sono il nutrimento per ragazzi e ragazze di borgata, che aspirano davvero a un miglioramento: lottare, nel Sessantotto, significa conquistare. Ma dopo le rivoluzioni sessantottine, il 1977 è il discrimine tra due epoche di cui la seconda non ha lottato né concepito un vero rinnovamento etico-culturale; è l’inizio di una decadenza ideologica, da un lato, e il tentativo, dall’altro, di recupero dei figli reietti, obbedienti al gemello ucciso, di quei remoriani che, fino al Sessantotto, avevano quantomeno aspirato a un miglioramento sociale. Ecco che il centro di Romulia, il Comune, indice il «Primo festival internazionale dei poeti di Castel Porziano», a Ostia, ancora lì, in quella che per i più è la spiaggia di Capocotta, che i romani conoscono anche come il Buco. La critica, qui, è feroce: i padri, i quiriti, i governatori di Romulia tentano di ripescare dai fluidi i negativi del loro ano che, così facendo, cercano di tenere a bada; questi reietti centripeti, che al centro, in effetti, si dirigono ma non vi rimangono, sono avvicinati da chi li governa con scarsi risultati.

«Il liquido seminale del proletariato giovanile, rimasto senza sbocchi, rimaneva condannato a sgocciolare sprecato sulla sabbia ferrosa di una spiaggia di periferia»: è in questi liquami che comincia a definirsi la sagoma del coatto.

Mattioli vede in Amore tossico il vademecum primario di qualsiasi borgataro. Dappertutto, in periferia, siringhe spuntate, usate, macchiate di sangue. Zombie di borgata dallo sguardo vitreo, drammi extraurbani sospesi da eccitazione per stupefacente breve, per ricominciare a vagare barcollando. Il primo satellite di questi fluidi espletati dal GRA è Centocelle, principale quartiere della borgatasfera casilina, ricettiva di mode da suburbio che riflettono il disappunto dei borghesi; Centocelle conferisce identità a un’appendice di questi figli di Remoria, i punk, e al loro primo gruppo, i Centocelle City Rockers.

La musica punk è uno degli elementi di culture al negativo attraverso cui Mattioli racconta di una Roma sottosopra nel tempo e nei confini, mentre il centro-ano è il riflesso in positivo di una foto da cartolina che sintetizza una bellezza millenaria. Nella borgatasfera nata in principio sul riflusso di via Casilina, si dispone una costellazione di Torri su un ideale canale di scolo dai suoni a metà tra il fiabesco e il campagnolo: Pigneto, Torre Spaccata, Giardinetti, Torre Gaia, e al riflusso si reagisce con sette, percorsi iniziatici e sottoculture. La cultura punk attecchisce a Roma in forme che hanno poco a che fare con Londra o New York, perché alla base non c’è mai stata una identità di classe, ma una superficiale emulazione. Sull’onda della prevedibilità, elementi come i Centocelle City Rockers, Renato Zero e Claudio Baglioni, prodromi dell’eccentricità, furono definiti froci, ignorando gli stessi detrattori di essere loro stessi dei froci di periferia, che, vivendo nel negativo di Remoria incapace di procreare, adempivano ai loro rituali notturni con la sodomia.

Remoria affronta anche il paradosso alla base della natura/contronatura della borgatasfera, cioè che, per quanto il periferico e occultato mondo dei coatti tenda a risalire la china della vie di scolo verso il centro, nega a se stessa un’identità autentica, ben nota invece a Romulia, i cui figli sono gli eredi della bellezza e del privilegio per diritto di nascita; i coatti, di contro, sono per nascita dei vaganti desiderosi di raggiungere quel centro che, poco dopo aver fatto un giro a Piazza di Spagna, gli rende noto che la metro A chiude alle 23.30 e un autobus, a Torre Maura, col cavolo che ci arriva.

Siamo ormai prossimi alla venuta del coatto, ma un elemento risulta fondamentale: l’elettricità come fulmine. Nell’antichità era associato all’inferno, capace di aprire un passaggio per i defunti; Mary Shelley avrebbe conferito all’elettricità il potere di ridare energia e vita a chi le aveva perdute, o meglio, a chi non le aveva mai avute; la creatura di Frankenstein, di fatto, è un non-vivo, ma non è nemmeno mai morto, è creato contravvenendo alla procreazione naturale. Remoria riceve il testo sacro che le conferisce una propria mitologia, ed è Ranxerox di Stefano Tamburini. Quella scarica elettrica che dona la vita alla macchina si propaga in un personaggio metà umano e metà robot, un anacronistico Frankenstein, che, sebbene non possa biologicamente fecondare, feconda la realtà che di lui rimane impregnata, ed è appunto il coatto: colui che «porta inscritta nel proprio codice genetico una tensione senza sbocchi». Tamburini è parte della teppa di periferia, cresciuto nel quartiere Talenti, l’artista vate della sua gente, il primo a raccontare per immagini la pericolosa vicinanza di un mondo alle porte dei confini imposti dal mos maiorum, nell’accezione letterale di chi è più: più ricco, più colto, più buono. Ma, se una bontà del genere è il frutto composito delle buone maniere e della superiorità di ceto, la cattiveria di periferia è la naturale conseguenza del reietto che, esiliato e contenuto nella borgatasfera, reagisce confacendosi ad attitudini perverse, che Tamburini legittima nel cyborg coatto Ranxerox. Ma il coatto Ranxerox non è per niente l’erede del ragazzo di vita o dei tanti Cesare e Michela di Amore tossico, è solo la sua forma più cattiva, niente a che vedere con il nichilismo e la disperazione del proletariato giovanile.

Il centro non è un pedagogo, è un demiurgo che tiranneggia e i remoriani possono solo essere dominati, non educati. Ma, anche se fosse giusto pensare di dover educare secondo schemi di indottrinamenti generazionali, l’angelica volontà incontrerebbe inevitabilmente il rifiuto aprioristico del coatto, al quale si impone, se mai volesse dirigersi al centro con gli obiettivi più nobili, l’inettitudine dovuta al GRA-ano-serpente, che stabilisce una viziosità ad libitum: oltrepassa il solco, se vuoi, ma torna nella tua borgata in tempo per i tuoi riti notturni. Il linguaggio utilizzato dal coatto è quello di una comunicazione a senso unico, all’interno della quale se non capisci sono fatti tuoi. L’educazione coatta vive di modelli da emulare in una prospettiva che, dall’imitazione, passa all’appropriazione e al risciacquo nella propria condizione sociale di partenza; tute acetate, tessuti in PVC, scarpe in polietilene, marche underground irrobustiscono una cultura di cattivo gusto, segnale di un avvicinamento borgataro visibile a chilometri di distanza.

Dall’idillio pasoliniano dei ragazzi di vita, passando per Cesare e Michela di Caligari, attraverso le mode anglofone degli anni Settanta, fino al cyborg della teppa di borgata, la cultura di periferia è la coazione a ripetere di istinti simil-bestiali che non trovano altro sfogo se non ponendosi in situazioni penose e dolorose, al di fuori delle quali nulla ha senso o è indirizzato a un progetto di solidità e investimento personale. E, in questa putrescente e rediviva ragnatela satellitare di borgate, il connubio con l’omosessualità è il risultato di una conciliazione tra rifiuto di pratiche “devianti” e la loro inevitabile, seppur nascosta, attuazione, come nei ricordi di Porpora Marcasciano, decana del movimento trans italiano. L’omosessuale di borgata rivendica l’ano nella sua natura di orifizio incapace di procreare, in perfetto parallelismo a quella tensione senza sbocchi che si risolveva nella soddisfazione di uno sfogo.

Remoria è il trattato sull’accelerazione all’interno di un disegno preordinato, il cerchio, oltre il quale non è possibile uscire; al suo interno si impone la perenne corsa senza deviazioni che in questa energia imposta realizza che il suo scopo è l’annullamento di qualsiasi traguardo. Dopotutto, il coatto non consegue nessun obiettivo concreto, è soltanto destinato ad accelerarsi privandosi di una sosta o di un interesse, come la politica o la musica, elementi alla base dei punk, dei dark e delle bande metropolitane, che diffidavano dei coatti guardando a loro con orrore. La musica, che pure nelle borgate aveva attecchito con peculiarità anti-accademiche, era stata privata dell’originalità rivoluzionaria degli anni Settanta e Ottanta per diventare il prodotto di un semplice bottone pigiato, la techno: «Con le sue sinapsi cibernetizzate, l’ostinato dum-dum-dum-dum technoide negava la natura lineare del tempo e proiettava nel presente del qui ed ora i lampi di un futuro che si estende in ogni direzione».

Nella sua analisi, Mattioli identifica nel rave il rituale dei remoriani officiato la sera del sabato, il giorno di Saturno, il giorno degli anelli, il giorno dell’ano. Ai giovani borghesi di Roma nord che si riunivano al Piper, si opponevano in negativo i coatti della scena techno, che, sebbene nata su iniziativa di sperimentatori del centro, trovò nei coatti la sua massima ascesa: ai non-esseri doveva per forza corrispondere una non-musica, basata su un ritmo che annulla il tempo verso mete che solo un serpente che si mangia la coda in eterno può comprendere. Remoria giunge all’apogeo con la celebrazione della non-musica techno nelle vesti di un rituale sabbatico, dall’accezione ambivalente: perché eseguito di sabato e perché speculare al sabba, diretto discendente dei Saturnali. Saturno lo Stercutus, la merda, chiaro rimando all’ano, che dona agli uomini la tecnica per insegnare loro l’agricoltura, il Titano che i greci chiamavano Crono, il Tempo, ai quali i poveri si rivolgevano per invertire la loro posizione in un’inversione carnevalesca che ribaltava per pochi giorni le gerarchie. E non poteva mancare il carburante ideale perché i riti sabbatici di Remoria potessero concretizzarsi, l’ecstasy, che accresce il desiderio in un circolo accelerativo dove, appunto, non è previsto un traguardo.

Se Roma è una bugia che dura da più di due millenni, questa si esplica nella lezione che, a partire dal fratricidio di Remo e di nuovo nel 1946, fu imposta a una rinata Caput Mundi: in quanto capitale di un mondo (ormai perduto), Roma è il più bell’ano che esista. Mondo perduto, però, fino a un certo punto, se è vero che, citando Philip K. Dick, Roma è la «realtà latente del nostro mondo attuale»: al di là del velo di Maya, il mondo di sopra è il proseguimento di un impero che non è mai realmente crollato. Nulla sarebbe cambiato, dunque, da quel solco imposto da Romolo al suo gemello, e la dimostrazione è a pochi chilometri dal primo canale di scolo, lì dove la borgatasfera di Remo è un impero moderno senza centralità e non è mai morto.