Heartbreaker di Claudia Dey: cartografia dell’assenza

Beatrice La Tella

Nel 1985, in una località imprecisata tra i boschi estremi del Nord America nota come il “distretto”, una donna scompare. Avanza scalza nella neve, monta su un furgone e fa perdere le proprie tracce. Si lascia alle spalle una figlia adolescente, un marito, un cane e una comunità incredula. Così ha inizio Heartbreaker, romanzo della canadese Claudia Dey edito in Italia da Edizioni Black Coffee.

Il luogo da cui Billie Jean Fontaine fugge è un villaggio isolato, ammantato sin dalle prime descrizioni di un’aura ovattata e insieme inquietante. Apprendiamo presto che il distretto è un posto circoscritto, lontano dal resto della civiltà, creato da alcuni uomini noti col nome arcaico di «padri fondatori», che scelsero proprio quel luogo perché «scoprirono che più avanti non si poteva andare». Il desiderio di mettere un muro tra il distretto e il resto del mondo è la principale ragion d’essere del luogo, sommata poi a numerose e strambe regole di vita che tutti si ostinano a seguire ponendosi poche domande. In questo territorio “ideale” la figura di Billie Jean genera sgomento in due occasioni: quando appare per la prima volta da straniera, poco più che adolescente, senza dare alcuna spiegazione sul proprio passato; e diciassette anni dopo, quando decide di abbandonare il luogo che l’aveva accolta.

La storia si articola in tre macrosezioni, ciascuna raccontata in prima persona da un diverso personaggio. La prima parte, Ragazza, ha la voce di Pony Darlene Fontaine, figlia della donna in fuga. La seconda, Cane, è affidata alle parole di Gena Rowlands, il cane di Billie Jean, mentre la terza, Ragazzo, adotta il punto di vista di Supernatural, un altro adolescente che vive nel distretto, oggetto delle attenzioni e dell’affetto di Pony. Questo trittico polifonico ricostruisce, svelandone ciascuno elementi diversi, la figura di Billie Jean, analizzandola in sfaccettature differenti dettate dall’unicità del legame che intercorre con lei. Ne viene fuori un ritratto narrativo all’interno del quale la mancanza diviene un ingombro mostruoso, un enigma che può essere ricostruito solo per tasselli che cercano disperatamente di combaciare. Attraverso le testimonianze dei tre si delinea via via anche il distretto, con le sue usanze inquietanti che stridono con l’epoca e l’ambientazione, conducendo il lettore verso dubbi crescenti sulla storia che gli viene descritta.

Gli sguardi dei due ragazzi sono monchi, incompleti, limitati da una realtà che hanno sempre conosciuto come tale ma nella quale non riescono a incastrarsi come il resto dei loro coetanei. Dalla loro prospettiva Heartbreaker è a tutti gli effetti un romanzo di formazione, quantomeno in prima battuta. Pony è una ragazzina molto sveglia, consapevole della probabile patologia depressiva che avverte nella madre; una giovane ribelle e sessualmente curiosa, desiderosa di oltrepassare i limiti imposti dal distretto. Supernatural è un ragazzo con tutte le caratteristiche per dominare il luogo e i suoi abitanti: è bello, affascinante, capace, tuttavia non riesce a percepire alcun senso di appartenenza ed è costantemente attraversato da una malinconia imprecisata e irrequieta.

A fare da contraltare alle parti narrate dai ragazzi è quella mediana, raccontata dal cane, il cui punto di vista, al contrario, è uno sguardo veggente. Ai due è affidata la narrazione in prima persona mentre Gena Rowlands si esprime solo con la seconda rivolgendosi direttamente alla scomparsa Billie Jean. Gena conosce la sua padrona forse meglio di chiunque altro al distretto. È a lei che sono affidate le rivelazioni sul passato della donna, è lei che riesce a descriverne con reale consapevolezza i tormenti e i traumi. L’espediente della scrittura in seconda persona è la manifestazione linguistica della devozione più assoluta, ravvisabile solo in un cane eternamente legato a un essere umano, devozione che incarna la possibilità di esistere non come io ma solo in funzione di un tu.

La lettura di Heartbreaker è straniante e richiede una forte sospensione di incredulità, ma la sintassi secca di Claudia Dey rende questa tassa un tributo che si paga volentieri. Le frasi sono stilettate brevi, dallo stile colloquiale e affrettato – l’impellenza di due adolescenti e un cane che si lanciano all’inseguimento narrativo di un loro caro scomparso. La scrittura tutta esprime questo senso di urgenza e fa delle relazioni tra i personaggi il fulcro non solo della storia ma anche della lingua scelta. L’autrice non si concentra su quello che potrebbe essere il centro naturale di un’opera di simile fattura: la distopia è mantenuta come terreno, humus su cui consentire alla vicenda di germogliare. Il distretto è un luogo senza scopo, di cui anche il capo è venuto a mancare, le cui fondamenta sono andate perse e dimenticate. Tutto sembra avvolto da una nebbia indolente, in cui le ribellioni giovanili sono combattute per inerzia. Il culto al fondo del luogo è posto come un fatto assodato, sul quale Dey non intende soffermarsi, limitandosi a dipingerlo con pochi tratti efficaci, quanto basta a mettere in piedi un’atmosfera claustrofobica e inquietante.

È quasi immediato correre col pensiero a Twin Peaks (più le prime due stagioni che il recente The Return) in cui David Lynch e Mark Frost celavano segreti inconfessabili dietro la facciata idilliaca di un paesino sperduto degli Stati Uniti. Come nella serie cult anche in Heartbreaker i segreti e il loro restare tali sono il cuore della sopravvivenza del territorio. «Mia madre teneva il segreto confinato nel bungalow come una belva pericolosa», dice Supernatural nel corso del suo resoconto, e le sue parole possono attribuirsi a ogni personaggio del romanzo.

Heartbreaker potrebbe incasellarsi nell’attuale filone che poggia sul revival degli anni ’80, avviatosi con la Stranger Things dei fratelli Duffer e ancora non del tutto esauritosi. Fortissima in questo senso è la componente musicale del romanzo, al punto che Black Coffee ha proposto anche una playlist che riprende le canzoni e i gruppi citati. Eppure Dey compie un’operazione differente e smitizzante. Come muovendosi in senso inverso rispetto al fenomeno della retromania (per dirla con Reynolds) o della retrotopia (per dirla con Bauman), la scrittrice canadese non inserisce alcuna dimensione nostalgica nel suo libro. Al contrario, soprannomi, ambientazioni, persino i “divertimenti”, tutto sa di stantio, tutto è prossimo ad ammuffire, soffocato dalla paralisi di un limite che sembra invalicabile. Rovescio oscuro e inquietante dell’ossessione per il passato, Dey ci rivela quanto asfissiante potrebbe esserne il reale ritorno. Il senso di sospensione temporale e l’atmosfera rarefatta del romanzo ci proiettano in una dimensione conosciuta, addirittura arcinota come sono ormai gli anni ’80, in cui però emergono dettagli sempre più stridenti, che ci portano a diffidare del mondo di cui leggiamo, suggerendoci che il nostro immaginario poggi su fondamenta malferme. Il libro apre come una deformazione spaziotemporale, mutandosi in un antiquato tunnel degli specchi che restituisce immagini riconoscibili, dal taglio molto cinematografico, ma profondamente distorte.

Heartbreaker è un dipinto pop-surrealista, con un cuore pulsante di ferocia. «Che cos’è l’amore se non uno spazio dove l’orrore prolifera?» si chiede uno dei personaggi. In una trama densissima e ricca (talvolta anche troppo) di colpi di scena, quasi a citare le soap opere che ciarlano continuamente dalle tv accese nei bungalow del villaggio, Claudia Dey indaga il bisogno di ascoltare la propria parte selvaggia, la necessità di conoscere se stessi realmente – «Fin dove posso spingermi? Non puoi dire di conoscere te stesso finché non sei costretto a usare la violenza. La violenza rimette le cose in prospettiva. Si dà per scontato che prevalga il più grosso. Sbagliato. Prevale chi resiste più a lungo…» –, e lancia i suoi personaggi in una caratterizzazione che ignora le polarità di bene e male. In contatto diretto con la profondità della propria natura umana e animale, quel che rimane è il ritratto-mappa di Billie Jean Fontaine, che da straniera arriva al distretto e da straniera intende lasciarlo, e di coloro che la amano. Resta il tentativo di afferrare insieme l’assenza ed essenza di una persona, «la più abissale delle donne»: l’unico approdo è la comprensione di quanto oscure e incantevoli possano esserne le profondità.