Germogliare nelle catastrofi: la Trilogia di Bois Sauvage

Beatrice La Tella

Se uno dei suoi compagni di bevute gli avesse chiesto che cosa aveva in programma per quella sera, papà avrebbe risposto che si preparava per l’uragano. È estate e qui, in estate, c’è sempre un uragano che va o viene.

A Bois Sauvage, Mississippi, la prospettiva di un disastro naturale è una minaccia con la quale si può solo venire a patti, sprangando finestre con la disinvoltura con cui altrove si apre un ombrello. La scrittrice Jesmyn Ward ambienta in questo paese immaginario il suo trittico di romanzi, La linea del sangue, Salvare le ossa e Canta, spirito, canta (gli ultimi due le sono valsi il National Book Award, rispettivamente nel 2011 e nel 2017, unica donna a ricevere il premio due volte), tutti editi in Italia da NNE.

In Bois Sauvage è facile intravedere i contorni di DeLisle, cittadina d’origine dell’autrice: la biografia di Ward, in effetti, confluisce in modo cospicuo nella sua opera per tematiche e avvenimenti. Nel 2000 perde il fratello minore, travolto da un autista ubriaco, e cinque anni dopo casa sua viene inondata dall’uragano Katrina, costringendola a chiedere riparo in una proprietà di bianchi che, anche nel pieno del disastro, la rifiutano. Il cuore dei tre romanzi è non a caso un fitto nodo di complessi legami familiari, calamità naturali, miserie e razzismo, in cui il bisogno di sopravvivere fa da motore immobile.

A discapito dell’unità di luogo e dell’appellativo di trilogia, i romanzi non necessitano di una lettura consequenziale, tanto che la pubblicazione italiana è avvenuta in ordine diverso rispetto a quella originale e il volume d’esordio è stato l’ultimo ad apparire sui nostri scaffali. I personaggi d’altronde si incrociano appena nel corso delle loro vicende, senza influenzare le rispettive linee narrative, limitandosi tuttalpiù a rammentare che il microcosmo in cui si muovono non è isolato ma condiviso da altre storie, contaminato da una collettività che ne moltiplica esponenzialmente la dimensione corale.

La linea del sangue racconta la storia dei fratelli gemelli Joshua e Christophe, il cui legame infrangibile viene messo a dura prova alla fine del liceo, quando il primo trova lavoro e il secondo no, imboccando l’unica alternativa che Bois Sauvage offre: lo spaccio. Abbandonati da una madre che si è ricreata una vita lontano dal bayou e da un padre tossicodipendente, i due crescono con la nonna cieca Ma-mee, mentre il rapporto con i genitori è costituito solo da incursioni nocive e destabilizzanti. In questa prima prova autoriale, Ward descrive il rapporto tra i due al massimo del suo tendersi, nel momento di maggior rischio; racconta come una strada che sembrava destinata a restare unica possa lacerarsi nella povertà.

Salvare le ossa è il libro che ha consegnato l’autrice al grande pubblico, nonché il primo pubblicato in Italia. Scandito nei giorni che precedono l’arrivo dell’uragano Katrina, è narrato dalla prospettiva di Esch, unica figlia femmina di una famiglia senza più madre, che si ritrova a fronteggiare una gravidanza imprevista, un padre chiuso nel lutto per la perdita della moglie e gli eventi che coinvolgono i suoi tre fratelli, soprattutto Skeetah, proprietario di un pitbull da combattimento sulla cui cucciolata ha investito tutte le speranze di riscatto, mentre la collera della natura si fa sempre più vicina.

Canta, spirito, canta, infine, è un romanzo on the road intriso di sovrannaturale. La storia è raccontata da tre voci diverse – il tredicenne JoJo, sua madre Leonie e Richie, spettro di un ragazzino vittima di morte violenta – e segue il viaggio di Leonie e dei suoi due figli verso il carcere da dove sta per essere rilasciato il marito Michael, bianco, in una società in cui i matrimoni di razza mista sono ancora guardati con sospetto che sconfina nel disprezzo.

Sinossi tanto brevi non rendono giustizia alla potenza narrativa di Jesmyn Ward, ma consentono di cercare corrispondenze, scandire strutture ricorsive e anomalie. Attraversa i romanzi una scrittura che è tutto meno che minimalista: l’autrice mette in campo uno stile ricco, lussureggiante e crudo, intrecciandolo a un lirismo che non indugia nel melenso e va piuttosto a edificare una sorta di epica degli ultimi.

L’atmosfera è resa immersiva dalle descrizioni traboccanti e i cambi di prospettiva, talvolta sottili e mutuati da un narratore principale (Esch di Salvare le ossa o i gemelli che si interscambiano senza soluzione di continuità in La linea del sangue), talvolta lampanti e netti (le tre voci narranti divise in capitoli di Canta, spirito, canta). I flussi di coscienza si mescolano all’azione narrativa e non la rallentano, anzi ne accrescono l’impatto. Una lingua così molteplice necessita di una resa meticolosa e la traduttrice Monica Pareschi, che ha traghettato in italiano tutti e tre i romanzi, riesce trionfalmente nel suo compito, senza mai soccombere all’ampiezza descrittiva dell’autrice ma, al contrario, governandola e restituendola con padronanza al lettore. Le sue brevi Note in chiusura di ogni volume sono preziosi saggi sia di tecnica di traduzione che di analisi letteraria, spie della cura necessaria a maneggiare una scrittura tanto stratificata.

Stratificato è poi anche l’ecosistema che ospita gli avvenimenti. I personaggi si muovono in una natura selvaggia, tra ampiezze fluviali e zanzare che ronzano nella canicola, sotto un sole di palude che ammanta di afa ogni cosa, così cocente da inglobare le figure umane:

La luce lo divorò, tagliando via un pezzo dopo l’altro mentre si allontanava, finché, arrivato alla strada non scomparve del tutto.

Tra le piante alte del bayou la dimensione bestiale si fonde a quella umana, conferendo tratti ferini ai protagonisti ed elevando a protagonisti veri e propri anche gli animali. L’esempio più lampante è China, il pitbull bianchissimo di Skeetah, cui il ragazzo consacra la propria esistenza e con la quale intrattiene un’affinità viscerale. China è un personaggio a tutti gli effetti, una figura che incarna allo stesso tempo la speranza e la ferocia. È a lei che è legata la sorte dell’intera famiglia (almeno nell’ottica di Skeetah) ed è alla sua sorte che il lettore rimane incatenato senza appello.

Estremamente fisica è la narrazione nel suo complesso: in un racconto di onnipresente violenza, che appartiene tanto al territorio quanto ai suoi abitanti – al punto che non si distingue più da dove origini, cosa venga prima – i corpi sono una componente essenziale. Corpi feriti, segnati dalle risse o dagli incidenti sul lavoro, corpi bianchi, neri e meticci (i più sviliti), scanditi da descrizioni che, pur non risparmiando storture e sfregi, lasciano comunque spazio alla tenerezza: «Tocco la schiena di Junior», dice Esch parlando del suo fratellino più piccolo, della sua corporatura ossuta e scattante, «gli faccio scorrere la mano lungo la spina dorsale ed è come passarla su una fila di biglie».

La dimensione drammatica di Ward scava e spazia nella letteratura, fino a radicarsi nella tragedia classica. Questa scelta narrativa è esplicita nel costante parallelismo che Esch attua tra la propria vicenda e il mito di Giasone e Medea, ma la si ritrova anche nella cecità veggente di Ma-Mee e nel conflitto biblico/sofocleo che si genera tra Joshua e Christophe. Guardando a Canta, spirito, canta, poi, non si può non pensare all’infestazione di Amatissima di Toni Morrison, e riconoscere in Richie un discendente di Beloved, entrambi spiriti inquieti alla ricerca di risarcimento dopo la loro cruenta ed empia dipartita, moderne Erinni che sognano la purificazione e sublimazione in Eumenidi.

In questo senso è cruciale per Jesmyn Ward il tema della memoria, della testimonianza che libera e consente di sopravvivere. Christophe a pesca col fratello confronta le loro ferite con quelle delle triglie ributtate in acqua: «Le immaginò passarsi le grosse lingue all’interno delle bocche, sentire le cicatrici lasciate dal morso degli ami, ricordare la breve permanenza nel deserto rarefatto dell’aria, le labbra che insegnavano ai figli l’odore del metallo nell’acqua, il pericolo. Le vedeva sopravvivere, danneggiate e scaltre». L’atto del ricordo è fondamentale per la propria salvezza, per restituire pace agli spiriti, non importa quanto la storia narrata sia tremenda.

Legherò i pezzi di vetro e mattone con lo spago e appenderò i frammenti sopra il letto, in modo che brillino nel buio e raccontino la storia di Katrina, la madre che è entrata nel golfo come una regina per portare la morte. Il suo carro era una tempesta terribile e nera, e i greci avrebbero detto che era trainato dai draghi. La madre assassina che ci ha feriti a morte e tuttavia ci ha lasciati vivi, nudi, stupefatti e raggrinziti come bambini appena nati, come cuccioli ciechi, come serpentelli appena usciti dal guscio, affamati di sole. Ci ha lasciato un mare buio e una terra bruciata dal sale. Ci ha lasciati qui perché impariamo a camminare da soli. A salvare ciò che possiamo. Katrina è la madre che ricorderemo finché non arriverà un’altra madre dalle grandi mani spietate, sanguinaria.

Il ricordo è il patrimonio che passa come un testimone da un personaggio all’altro, da un libro all’altro. L’umanità di Bois Sauvage percorre infatti un labirinto di specchi; la profondità dei rapporti fraterni, quasi simbiotici, è presente in tutti i libri in forme diverse: esplicitata in maniera netta nei due gemelli – «In campo parlavano una lingua segreta, comunicavano con le spalle, con gli occhi, le smorfie, i sorrisi» – così come in Randall e Junior o in JoJo e Kayla, in cui il minore è perennemente aggrappato al maggiore, come una protesi, fino a Esch e Skeetah, il cui senso di reciproca protezione densifica ogni frase del romanzo. Allo stesso tempo Cille, la madre assente di Christophe e Joshua, è il possibile riflesso di Leonie, con la sua genitorialità inadatta e i dolori insormontabili che cercano sollievo altrove:

Aveva visto oltre la mia pelle color caffè senza un goccio di latte, gli occhi neri, le labbra scure come prugne, e aveva visto me. Aveva visto la ferita aperta che ero, ed era venuto a medicarmi.

Nel corso dei romanzi, i personaggi si specchiano gli uni negli altri, senza sovrapporsi e offrendo diverse varianti di dolori simili, diversi modi di lenire le proprie ferite, subite o autoinferte.

A dispetto della sofferenza che permea la trilogia (e ce n’è molta, ma mai gratuita e sempre credibile, calzante), tutte le storie narrate sono accese da un’immensa potenza vitale, dal desiderio di avvinghiarsi all’esistenza come piante rampicanti. Da questa lotta costante, soprattutto in Salvare le ossa, deriva il ritmo serrato della narrazione, più diluito negli altri due romanzi. È interessante inoltre notare il modo in cui il gelido determinismo socio-ambientale di La linea del sangue (o lavori o spacci, o guadagni o muori) si evolva nel vitalismo di Salvare le ossa e sfoci infine nel profondo animismo di Canta, spirito, canta (JoJo riesce a comunicare con gli animali e sia lui che la madre sono in grado di vedere gli spiriti). È come se i tre romanzi fossero diversi modi di guardare al medesimo territorio, e lo stile vi si adattasse di volta in volta. La lingua resta inconfondibile mentre la narrazione da realistica si fa via via più visionaria.

Nel corso delle sue opere, Ward mostra anche la propria evoluzione e presa di consapevolezza, palesando il percorso che la porta a lasciare indietro i freni e i difetti della scrittrice acerba per approdare all’identità profonda della grande narratrice.

A mantenere una sua centralità, sempre, l’uragano, nonostante la sua effettiva manifestazione sia presente solo nella voce di Esch:

Allora ci siamo stretti l’uno all’altro, cercando di trarre un po’ di calore da quell’abbraccio, ma non ci siamo riusciti. Eravamo anche noi un mucchio di rami bagnati e gelidi, macerie umane in mezzo a ciò che restava di tutto quanto.

Nella trilogia letta cronologicamente vi è un prima, un durante e un dopo Katrina, che si sviluppa in tre forme: come catastrofe incombente, come catastrofe in corso e negli strascichi del disastro avvenuto, nel volto sfregiato dei luoghi, negli animi induriti di chi è rimasto. Il cataclisma in posti come Bois Sauvage è sempre dietro l’angolo, pronto a portar via ciò che ognuno ha di più caro se non ha saputo imparare come stringerlo a sé. Perché che sia la prospettiva di una vita di criminalità e violenza, la tragedia di una perdita o di un abbandono, lo spettro fin troppo vivo e brutale del suprematismo bianco, o ancora una pioggia furente che trascina via ogni cosa, ciò che conta è intrecciare più saldamente le proprie radici, prima che di nuovo risuoni l’allarme: «C’è un uragano nel golfo. Appena a sud di Cuba. Dicono che sta venendo dritto verso di noi».