Pinolo cammina sulla strada bianca

Samuele Chiovoloni

1)

L’ha aspettata facendo un giro intorno alla Manzana, tenendosi stretto all’ombra delle guglie senza assolarsi la testa, casomai Emanù avesse pensato di andare al mercato e comprare qualcosa per affrontare la giornata. Si sarà messa a camminare – pensa Pinolo – dimenticandosi di guardare per terra, torturandosi le caviglie a salire e scendere dai marciapiedi con le scarpe di tela basse e fine mandando un’occhiata a qualche coetanea che si è messa a fare i piatti o a spazzare l’atrio di un ristorante, provando moltissima invidia per lei. La sua prima idea è stata questa, a grandi linee, appena uscito dal palazzo.

Pinolo vorrebbe sapere solo dov’è andata. Magari camminarle un po’ di fianco. 

Sempre se Emanù ha tempo, a Pinolo piacerebbe offrirle il caffè o accompagnarla a comprare la frutta. Sempre che non ci sia andata di già. Bene, se non c’è andata farebbe bene a portarsi dietro uno come Pinolo per avere qualcuno che la protegga, per camminare in mezzo agli sconosciuti già piena di amore. Perché lui, questo, sente di saperlo fare.

Il papà e la mamma di Pinolo sono brave persone ma, a vedere i loro ragazzi che se ne vanno in giro per il mondo come uomini fatti e finiti, potresti pensare che non ne abbiano abbastanza cura. Ne hanno quattro, di ragazzi. Chi li ha mai visti, dalle parti di casa, da un minuto dopo il pranzo e fino a tre minuti prima della cena? Ognuno di loro si comporta come si comporta e non c’è niente di sbagliato. È una casa piccola, per essere in sei persone a viverci, e vale la pena starci il tempo che serve. 

Alla mattina salutare gli altri e massaggiarsi le orecchie pendule dopo averle ammorbidite nel latte. Poi sorteggiare a chi tocca la bicicletta, come vogliono i più deboli, o picchiarsi per stabilire a chi spetta la bicicletta, come preferiscono i più forti. Poi tirare i barattoli a parabola o i coperchi di metallo dei bidoni stradali verso chi ha prevalso e pedala lontano senza rischiare seriamente di essere colpito. Poi camminare indolenti, schivando guai peggiori nel portico della scuola, fino ad abbracciarsi con i compagni salutati il giorno prima e toccare il sedere al compagno di classe Joaquin per buon auspicio. Joaquin ha una lembo d’osso sporgente che vale come residuo della sua coda, rimossa non si sa bene quando e da chi. È stato dimostrato che l’unico uomo con la coda vivente sul pianeta dovesse essere il diavolo in terra. Joaquin presenta solo un segno di questa parentela, ma meglio avercelo dalla parte propria che contro.

La stessa casa cui tornare la sera. La Mamma porta a tavola ma non scodella, quando ha finito di tracciare piste di sale intorno alle pentole e quando ha lasciato i merluzzi troppo tempo a disseccare, si getta su una sedia apre le braccia con i palmi verso il cielo «Fate piano, fate la grazia». Ed ecco che i suoi ragazzi, alla sera, si distinguono per essere ancora più terribili. Una invereconda matassa di carne avanza rimbalzando sulle pareti, grugniti che rispondono a risate, mentre il verde delle luci sul cortile pubblico e la scomparsa del sole si prendono prima la sala e pian piano anche la cucina. 

Gastone sta vicino alla televisione come per leggere le vere intenzioni sulle labbra di chi parla. Quando è nato Odelio, il secondogenito, ha ottenuto dal padre una chiacchierata da uomo a uomo. 

«Dobbiamo proprio tenerlo?»

Il Papà gli ha promesso che avrebbero avuto per sempre un rapporto privato e speciale di cui non dovrà dubitare mai.

Odelio ha ottenuto un pettine in regalo dalla nonna materna per aver memorizzato tutto l’alfabeto ma, di recente, ha iniziato ad usarlo come pugnale da guerriglia contro Pinolo e Franco. Si liscia i capelli neri. Ha iniziato a farsi chiamare Manolete dai maschi più rinunciatari del palazzo.

Franco è nato per ultimo e tutti credono sia, per tutti i problemi che dà, più stupido che piccolo. Il papà e la mamma di Pinolo, che per esclusione è il terzo nato, non proveranno ad avere altri figli dopo Franco. Anche i ragazzi sarebbero d’accordo, se fossero interpellati sulla questione, ma non c’è mai stato bisogno di parlarne. Franco sa essere aggressivo tanto quanto impressionabile. È in grado di cavalcare il cane passando sopra ai lamenti pietosi dei fratelli e dello stesso cane. Ma anche di spaventarsi passando davanti allo specchio e di gettarsi a terra per sottrarsi alla minaccia della sua immagine.

Eppure il Papà che rientra dal lavoro verso le dieci e aspetta di cenare, appoggiato alla finestra cercando di fuori lo stesso verde che c’è dentro, ha dimostrato di credere che Franco – ancora possa diventare un buon umano. 

Gastone osserva i capelli di Odelio mentre si toglie il cappellino del Belgrano per controllarsi i suoi che hanno punte e ritrose inspiegabili. Ha chiesto al Papà di fare una classifica dei suoi figli preferiti. Ha vinto lui. Tuttavia il Papà ha scelto Franco come secondo. 

«Adesso devi spiegare perché» dice Odelio, scontento.

«Perché fa delle cose commoventi. L’ho visto piangere a dirotto per una storiella che gli ho letto l’altra sera. Un cuore deve avercelo. Il cuore della mamma».

«Anche io ho pianto qualche volta quando avevo quell’età» ha detto Odelio.

«Non sei tanto più grande di lui. Non dovresti parlare come se ne fossi fuori» Gastone sembra un papavero intento a parlare mentre mastica.

«Fuori da che?»

«Dall’infanzia».

Odelio mostra, con i tre posti a tavola che dividono il loro antico dissapore, come si può morire per un taglio praticato alla giugulare con un pettine multiuso. 

«Da bambino ero sensibile, eccome se lo ero. Ora mi è passata ma a quei tempi non facevo altro che piangere».

«Non me lo ricordo più» taglia corto il Papà, «e poi ho deciso. Non ho voglia di spiegare. Ho risposto di getto per farvi stare zitti». 

Il Papà ha le guance gonfie sopra e flosce sotto. I ragazzi di rado hanno la pazienza di aspettarlo per la cena ma, quando rimane nei pressi della porta a liberarsi delle cose che ha con sé – uno zaino a spalla dove tiene il cambio, a volte una busta con l’ultimo pane sfornato nel turno del pomeriggio, un fazzoletto di stoffa e le chiavi tenute insieme da un moschetto –, fanno davvero del loro meglio per rendere i suoi primi minuti in casa qualcosa che somigli ad un rientro in un porto sicuro, dove si possa davvero sostare. Questa famiglia è tenuta insieme da clemenze inaspettate e regole senza principi o formulazioni. 

Ottenuta la risposta che cercava, Gastone può di nuovo dedicare attenzioni alla televisione, di tanto in tanto. Il suo posto a tavola privilegiato glielo consente. 

«E quindi arrivo terzo a questa gara idiota? Terzo dietro lui» e indica Gastone che si pulisce la bocca con la manica di una felpa senza più ascoltarlo, «e dietro questo scherzo della natura?»

Franco si traccia una linea sotto gli occhi con le dita di una mano sporche di dulce de leche e con l’altro braccio fa finta di avere una proboscide capace di schizzare l’acqua sopra la testa di Pinolo. Lo fa per due volte. Alla terza, visto che Pinolo non reagisce, pesca con il pugno aperto un po’ di acqua reale dal bicchiere di Gastone e la fa sgocciolare sulla testa di Pinolo. 

Odelio osserva la scena orripilato. «E Pinolo allora? È lui il tuo meno preferito?»

«Non mi scocciare» dice il Papà mentre Pinolo si asciuga la testa con un lembo della tovaglia. 

Odelio spalanca la bocca e storce la testa. 

«No, vecchio. Non lo accetto».

«Non devi chiamarmi vecchio».

«Non ce lo chiamare» la Mamma si unisce alla discussione al solo scopo di farla cessare.

«Ma Tonino chiama così i suoi genitori».

«Non mi importa se Tonino o qualcun altro dei tuoi amici lo fa» Odelio alza una mano al cielo, forse per aggrapparsi al lampadario. 

La Mamma lo ignora.

«Non voglio sentire niente».

Di colpo è arrabbiatissima, sul filo del pianto. Il Papà le tiene una mano sul ginocchio per assicurarsi che lei non si sia rovinata. Non può, però, esserne sicuro. Quando succede qualcosa del genere, una frattura non annunciata o un’interruzione significativa, la Mamma vuole che gli altri lo sappiano e ne tengano in qualche modo conto. 

«I miei figli – non lo capite? – devono essere uniti».

Gastone è ben contento, insieme al primo posto, di prendersi la colpa. Si cosparge la testa di cenere e si scusa con tutti. Il Papà fa una smorfia che vorrebbe responsabilizzare tutti i figli ma, fatto salvo Gastone, nessuno è così attento per accorgersene.

«Perché nessuno vuole bene a Pinolo?» Odelio è su tutte le furie.

«Certo che gli vogliamo bene, imbecille».

Per un attimo la Mamma è tentata di fare e farsi del male con quello che trova a portata di mano. Nessuno sta dicendo che il pesce azzurro in tavola ha la consistenza seccastra di una corteccia. La Mamma ammette, dentro di sé, che non c’era un piano quando si è messa a spinarlo e questa mancanza di cura non dovrebbe esserle perdonata. Questi ragazzi sono semplicemente troppi per lei.

«Non dobbiamo volerci bene per forza. Dove sta scritto?» Odelio è solo nel deserto della battaglia. Ciascuno si è messo a pensare a qualcos’altro, quello che c’era prima non ha più importanza, e tra poco sarà chiaro anche a lui. Rientrerà nei ranghi e se ne dimenticherà. Franco salta via dalla tavola per cercare Oscarito Perrito Negro e baciarlo sul muso e sul naso umido con la sua proboscide che non sa farsi capire quando vuole fare del bene. 

Ma dopo cena potrai trovarli a scambiarsi le camicie per la notte, prima di addossarsi e sfinirsi l’uno sull’altro, a racimolare le ultime briciole dei programmi serali. Adagiati in poltrona, pieni di contegno fino alla testa, per salvaguardare una parte illesa di se stessi da portare a letto, nascondersi nel silenzio e rimandare un richiamo della Mamma o del Papà che porrebbe fine alla veglia. Alla mattina, poi, si ricomincia.

Dovresti guardare bene per riconoscere la solitudine di Pinolo. Per tutta la vita ne porterà il segno, di questo distinguersi senza darlo a vedere, salvo dimenticarsene una notte qualsiasi nel bel mezzo della sua vita di adulto.

2)

La casa è al terzo piano di un palazzo popolare. Gli inquilini tuttavia si fregiano di avere un portiere. Zavillo è arrivato una sera d’estate, portandosi appresso soltanto una bisaccia e un coltello buono per sbucciare ma non per tagliare. Assetato d’acqua, ha bussato ad ogni porta perché la fonte in strada era spenta. Il Papà e la Mamma di Pinolo, come molti altri, non lo hanno fatto entrare. 

Ma i giorni successivi si è sistemato al primo piano. Dorme sull’uscio di una signora che ha perduto il marito militare nei giorni della Rivolution Libertadora. La vedova gli fa trovare una zuppa di pesce, altrimenti pane e vino bianco. Zavillo, in fin dei conti, era qualcosa che il palazzo era in grado di accettare e così è stato. Si è integrato senza snaturarsi più di tanto, svolgendo mansioni che nessuno aveva mai pensato fossero indispensabili, come intervistare tutti sulla destinazione di uscita o di rientro.

Nel caldo belligerante, per cercare Emanù, anche Pinolo è finito nella sua rete del primo pomeriggio. 

«Vado a pescare al fiume».

«Faccia da ladro, non dire bugie al tuo vecchio zio».

«Non sei mio zio».

Pinolo, come altri, pensa che Zavillo esista in special modo nella sua testa. 

«Vai a rubare qualcosa dalle finestre aperte?»

«Cosa?»

«Se non c’è nessuno in giro e allunghi le mani puoi rubare di tutto da una finestra».

«Non le faccio queste cose».

«A me puoi dirlo» Zavillo ha il centro della pancia gonfio, come se un pugno dal suo stomaco lottasse per farsi spazio ed uscire. «Lo faccio sempre. Non ti devi vergognare se lo fai anche tu».

«Se tu lo fai non vuol dire che lo facciamo tutti».

«A me puoi dirlo. Perché vuoi fare arrabbiare il tuo vecchio zio?»

Quando Zavillo diventa insistente, Pinolo pensa che sarebbe meglio cacciarlo via dal palazzo. Pinolo lo preferisce quando si mette a cantare le canzoni originali che dice di aver scritto per celebrare la sua straordinaria esistenza.

Te recuerdo Amanda

la calle mojada

corriendo a la fábrica

donde trabajaba Manuel

E altre cose così. Ma, mentre Pinolo si rassegna a perdere questo scontro, Zavillo si alza in piedi. È alto almeno come il suo Papà ma più sinistro.

«Non puoi muoverti se non ti sciolgo».

È vero che Zavillo ha imparato qualcosa sull’androne del palazzo a forza di abitarlo. Sa usare le arcate, abbracci stiracchiati delle pareti dirimpettaie, per far andare e venire la sua voce da lontano. Che sia in grado di riprodurre trucchi di magia rende il suo essere così sporco una colpa.

«Perché mia madre non mi vuole bene, secondo te?»

«Nemmeno tuo padre te ne vuole».

Pinolo si vuota le tasche e mette ai piedi di Zavillo un taro che ha rubato in cucina. 

«L’ho portato per te».

«Non l’ho mai visto prima».

Risplendente di candida ignoranza avvicina il frutto all’orecchio.

«Ci si può ricavare un estratto?»

«Non lo so».

Un tempo, sembra che Zavillo fosse molto ricco ma non avendo granché da fare con tutti quei pesos che guadagnava se ne sia disfatto. Un uomo solo ha bisogno di poco per vivere, quasi di niente. La vita che Zavillo conduce adesso lo dimostra.

«Si può mangiare crudo?»

Pinolo guarda la scorza del taro. Un guanto di stoppa che protegge il rosa digradato che sta all’interno. 

«La signora Ariela non te lo potrebbe cucinare?»

«Non devi nominare la mia donna».

Quando si accarezza la pancia senza pelo, il pugno che ha nello stomaco ruota verso sinistra per rispondere al tocco, come gratificato.

«Adesso devo andare».

Zavillo se ne dispiace ma si fa da parte. 

«Sappi che la Morenita è addolorata» e fa di nuovo correre la sua voce sulle arcate. «Ha visto tramontare in sogno la sua idea più alta».

Pinolo lascia che la frase finisca il suo corso e l’ascolta per tutte le volte che riesce da capo a fondo.

«Non so cosa voglia dire».

«Tu cercala. Te lo dirà lei».

Zavillo scompare dentro le volte spoglie, oscuratesi per un suo comando silenzioso. 

Ma dove cercarla vorrebbe sapere Pinolo? Non si può trovare Emanù in una città come Cordoba. Una città che segue l’ordine dei governi ma che non ha rispetto degli esseri viventi, una città che ha più capi di bestiame nelle campagne che speranze germoglianti nelle foreste della mente, una città in cui atterrano aerei che hanno solcato il cielo condiviso da nazioni avversarie, una città in cui le costruzioni popolari hanno resistito alla scomparsa del popolo per cui erano state costruite, una città per le persone che si incontrano per strada e dicono «Buenos Dias» senza pronunciare le Esse, un città dove i farmacisti scuotono la testa quando le ricette dei dottori scambiano alcuni sintomi del paziente per degli altri, una città dove le minoranze razziali hanno un quartiere tutto loro e fanno una festa tutta loro che non c’entra niente con le feste nazionali dell’Argentina e che, in buona sostanza, guardano la televisione degli argentini solo per sfotterli o per imparare cose che potrebbero tornare utili un giorno, se interrogati.

3)

«Perché mi giri intorno?»

«Perché sì».

«Come ti chiami?»

«Pinolo».

Emanù è nera come nero si dimostra lo spettro della parola Nicho quando lo spirito di chi la dice incontra l’ultima vocale. Il Nicho è una profonda tana che si distingue per la difficoltà ad essere individuata o raggiunta. Ma sentirai alcune madri recitare filastrocche che congiungono la parola Hijo alla parola Nicho in piacevole assonanza. 

«Non posso vedere tutta questa infelicità negli occhi di un bambino pazzo».

In quelle canzoni Nicho vuol dire semplicemente Luogo intimo dove si è nutriti e dove, quindi, la vita è molto favorita sulle altre eventualità.

L’avrebbe trovata seguendo la strada bianca, lasciandosi alle spalle il complesso di ville a due piani che il Generale Roja aveva costruito per i suoi ufficiali minori.

Potevi leggerci, in questa edilizia che fuggiva dal centro, l’insofferenza politica di un popolo che non sapeva tanto tenersi un dittatore quanto garantirsi elezioni libere che volessero dire esattamente quello che dovrebbero significare queste parole.

La ricchezza non poteva essere un bene finito, come l’acqua o le castagne, perché alcuni sapevano farla ricrescere. Potevi vedere queste belle facce aggirarsi in giardino, garantiti nella seminudità dai soli occhi delle mogli o dei figli. Coperti da un mantello di pelo sulle braccia e le scapole, cucinare incandescenti bistecche monumentali senz’osso, bruciarsi le dita e battere le mani l’una sull’altra come per punirle, domandare a qualcuno qualcosa, sempre sbraitando sudati. Pinolo conosceva soprattutto i cani di queste persone. Aveva iniziato ad affibbiargli nomi sulla base non tanto del loro aspetto ma di una certa idea che il loro aspetto suscitava in lui.

Per esempio ElLetal, un Dogo cerebroleso che abbaiava alzato su due zampe. Alla seconda o terza volta che Pinolo aveva raggiunto Emanù da quella strada, capì che ElLetal voleva essere applaudito e non ignorato. Non doveva essere semplice per un cane esibirsi in quel numero e la testa bassa di Pinolo, o in generale l’atteggiamento remissivo dei passanti, lo dovevano aver provocato per lungo tempo, aumentando il suo risentimento. Pinolo aveva preso ad ammirarlo fino a che il padrone stesso di ElLetal compariva alla porta e mandava al diavolo entrambi. Non capiva come quella famiglia potesse avere un giardino così grande ma un cane solo. La solitudine di ElLetal era l’altra causa della sua rabbia, A Pinolo glielo diceva l’intuito.

Amava molto i Fratelli Gaspacho, una coppia di Terrier color bruno, che tentava di ipnotizzare con le canzoni di Zavillo. Non era sicuro di esserci riuscito. I Fratelli Gaspacho avevano il volto coperto da una peluria così fitta che era azzardato indovinare la direzione dello sguardo. Pinolo non poteva nemmeno giurare che avessero gli occhi azzurri benché avesse intravisto un guizzo di vetro opaco, sotto le frange cascanti. La famiglia cui appartenevano i Fratelli Gaspacho era più discreta. Tenevano le finestre aperte ma Pinolo non aveva mai sentito una voce provenirvi e, per chiamare i cani, erano soliti fischiare.

Se invece la ricchezza sgorgava da una sorgente non era semplice, nemmeno per gli adulti, andare a trovarla e riempirne un orcio. Altrimenti tutte le famiglie avrebbero potuto mettere su una casa spaziosa fuori e dentro, vicino alla strada bianca che porta dalla città all’aeroporto militare. Oscarito Perrito Negro, il cane degli altri ragazzi e di Pinolo, non aveva mai manifestato la regalità solare dei Fratelli Gaspacho e questo doveva per forza avere a che fare con la casa in cui viveva. Un cane onesto e senza grilli per la testa, il cui istinto di sopravvivenza era rinforzato dai continui attacchi ricevuti. Attacchi disonesti alla sua virtù e dignità di cane che dovrebbe invece seguire un percorso netto, virtuoso e degno appunto, senza essere mai violata. Un orizzonte di perpetua fuga che limitava il suo campo di conoscenze. Non avendo niente da difendere, non aveva sviluppato le grandi qualità da acrobata guardiano di ElLetal ma non sapeva nemmeno godersi una bella giornata con un amico come facevano i Fratelli Gaspacho l’uno con l’altro. Oscarito beneficiava di poche passeggiate in un quartiere ostile, dominato più che organizzato dalla cecità dei lavoratori verso tutti i dettagli o dalla rabbia dei non-lavoratori verso qualsiasi cosa, compresi loro stessi. Oscarito e Pinolo non avevano mai stabilito un codice comune. Vedendosi solo qualche minuto la mattina e nelle sedute plenarie, alla sera, non avevano un segnale per dire «usciamo» o «se vieni qui sotto puoi mangiare dal mio piatto». Oscarito s’era limitato a riconoscere che Pinolo non era un pericolo paragonabile a Franco e che nessuno dipendeva da lui per il cibo o per i soldi. Sebbene il cane non lo desse a vedere, Pinolo era sicuro che individuasse, nell’aria, un certo orientamento dei poteri che convergevano sul padre per l’amministrazione, su Gastone per nascita, su Odelio per prestigio e su Franco per la violenza orizzontale e inaudita. 

L’unico che poteva capirne qualcosa sull’anima del cane era il cuore della Mamma. Pinolo si augurava che il cuore della Mamma, a cui il Papà si riferiva come se fosse una riserva mineraria, avesse trovato le parole giuste per dire a Oscarito che nessuno lo avrebbe ferito veramente. Il cuore della Mamma era qualcosa che si accendeva in profondità, mai visibile al riparo dalla luce, ma che sapeva irradiare qualche onda non vista e recapitare qualche messaggio. Pinolo poteva augurarsi che sapesse farlo con le specie non umane perché, all’infuori della pubblicità del Papà, il cuore della Mamma era una faccenda di fede inafferrabile. 

Pinolo cammina sulla strada bianca. Un camioncino di aviatori lo supera, carico di sei o sette ragazzoni di diverse altezze che cercano di respirare sotto le camicie e i fazzoletti. Pinolo ne distingue solo uno che sta in piedi sul cassone, senza tenersi, mentre non presta attenzione a niente in particolare. Pinolo sa che Emanù conosce questo sottoufficiale.

Non devi seguirmi le piace essere adorata devi promettermelo vuole sentirmi dire bugie altrimenti mi farai molto infelice questo è quello che tu chiami infelicità perché mi guardi così? perché ti ho scelto e ti travolgerò con il mio amore sembri un cane infelice i cani infelici sono meno infelici di così mi devi spiegare perché ti sei così fissato di venirmi dietro sei uno splendore Emanù, non ho idea di cosa ci faccia un uomo con una donna ma è esattamente quello che vorrei fare con te.

Lo direbbe se ne avesse il coraggio.

In verità Odelio gli ha spiegato cosa fanno gli uomini con le donne. «Le sbattono con il pisello e poi ci godono».

La famiglia di Emanù viene dalla Bolivia nera. A Cordoba se hai la pelle più scura di Peron ti chiamano Moro, Morenito, Mora, Morenita.

Emanù ha il colore della buccia del taro che Pinolo ha regalato a Zavillo ma la sua pelle liscia ospita rivoli di gioia umida che scivolano dalle guance sulle spalle e poi al ventre. Emanù ha incontrato Pinolo qualche mese prima al mercato. Si è innamorato di lei mentre era intenta a comprare la frutta. Pinolo non le ha permesso di acquistare frutta sovrapprezzo.

Pinolo non accetta che accada qualcosa di male a chi ama davvero. Non che abbia sempre il potere di impedirlo. Una volta Odelio era stato picchiato a scuola da un ragazzo che aveva detto qualcosa tipo «devi fare meno il bello» e che, appunto, lo aveva picchiato. Pinolo aveva provato a vendicarlo ma ne aveva prese il doppio. Si era curato nei giorni successivi mettendosi delle pesche fresche, estratte dallo sciroppo della madre, sugli zigomi e le guance. «Potevi prendere un bastone e picchiarti da solo. Ti saresti risparmiato la figura» Aveva trovato da dire Gastone, ma a Odelio, che non riusciva né a ringraziarlo né a chiedere perché, per diversi giorni era venuto meno il coraggio di guardarlo in faccia. Pinolo ha una grande qualità: non ha interesse per il male che può derivargli da una sua azione e, anzi, è possibile che ne sia completamente ignorante.

5)

Emanù vive in una baracca con una finestra al posto della porta. La porta ci sarebbe ma, nel corso di una insistente stagione delle piogge, il legno della baracca ha preso così tanta acqua che è tutto ricresciuto all’infuori. Lo spazio dentro è rimasto lo stesso benché la superficie della casa crescendo si sia come sfogliata. Come una verza. 

Puoi trovare la casa di Emanù quando la strada bianca finisce, attraversato un piccolo boschetto fossilizzato, seguendo le condutture di stagno che partono dall’accademia militare e che scaricano nel pieno di un piccolo bacino. Costeggia il bacino e siediti sulla ghiaia. Aspetta che la luce sia più confortevole, il momento in cui Emanù uscirà a polarizzare sulla sua epidermide di ebano l’intera energia solare del Sudamerica. Allora, con il sole che non sarà più quello di adesso, potrai vedere la baracca di Emanù dimenticando il suono sgonfio del poligono di tiro, troppo lontano per essere visto. Senza davvero arrivare a distinguerla, poiché coinvolta dagli astri in un disegno, potrai conoscere Emanù come si conosce un Leviatano o, appunto, come la Donna Vestita di Sole. La conoscerai come si conosce una figura, come si predica un pensiero. La conoscerai senza pensare di stringerla o averla, proprietà inalienabile di un silenzio assoluto. Allora potrai prenderti il tuo momento di giudizio assennato, riverente, e raggranellare la compassione onesta per una prostituta nera dai tratti smaccatamente spirituali. Un ragazza senza storia che ingoiò il cuore di un ragazzino all’incrocio di un meridiano e una favola.

Pinolo tiene la baracca di Emanù in vista. Come avrà fatto La Morenita a perdere la speranza più alta? Non sa davvero azzardare un pronostico perché Emanù non ha mai parlato di speranze con lui. Pinolo non è il tipo da avanzare ipotesi sugli altri senza elementi concreti per farlo. È una sua forma di discrezione che potrebbe essere scambiata per mancanza di personalità. Non si è mai permesso di dire niente di niente su qualcun altro. Come fa Odelio per esempio, che Franco è una specie di animale. Il compagno di classe Joaquin, il satanasso con la codina d’osso, pubblicizza a gran voce di avere due terzi di bestia dentro di se. La sua sicurezza nel dirsi figlio di Satana ne fa, a pieno titolo, un ministro infernale. Joaquin non si fa scrupolo di maledire chi gli capita a tiro solo per aver calpestato un laccio sciolto della sua cartella.

Quelle che Pinolo arriva a formulare su Joaquin o su Franco sono, al massimo, alcune riserve. Vorrebbe, per esempio, riservarli da una colpa. Parole di grazia, che scusino. Pinolo preferisce pensare che possano non essere una specie di animale o una bestia infernale. Le persone intorno a Pinolo, che sono per la maggior parte giovani smaniosi o adulti molto preoccupati, preferiscono osare e provare a dire cosa le cose siano e non cosa le cose non siano. È una brevità, lapidaria, che discende dalla fretta. Pinolo sa che c’è poco tempo, per quelli come lui, per conoscere la vera gioia. Poi verrà il tempo di scivolare dal silenzio all’imbarazzo di non aver detto. Allora non sarà più il tempo di alzarsi e dire. Andrebbe fatto adesso. Ma per dire cosa? Dire solo parole? Dirle a chi?

Quando ha conosciuto Emanù non è stata la fretta a guidarlo. Pinolo a tredici anni sa già che c’è una colossale differenza fra quelli come lui e quelli come lei. Lui esiste, con alcune sostanziali limitazioni, e lei no. 

Nella baracca ora è rimasta solo Emanù. Pinolo ha aspettato che il sottoufficiale uscisse. Benché non lo avesse visto entrare con i propri occhi, Pinolo sa che il sottoufficiale trascorre con Emanù qualche pomeriggio quando può. Quando l’ha visto in piedi sul rimorchio del camioncino, Pinolo ha compreso che il sottoufficiale sarebbe andato da Emanù. Un uomo che può garantirsi di fare l’amore nel pomeriggio è più autorevole e rassicurante di uno che non lo farà. Emanù non vuole che Pinolo si avvicini alla sua baracca quando è dentro con qualcuno. In special modo non vuole che Pinolo parli al sottoufficiale. 

A Pinolo piace sedersi sul bordo del letto di Emanù e guardarla vivere. Hanno solo questo accordo. Un po’ di solidarietà comune, fondata sulla presenza e lo sguardo. Poi arriva un ufficiale o uno scapolo, un macellaio o un barcarolo, e Pinolo scivola via.

Ma in questo giorno, salutati i cani sulla strada bianca e attesa l’uscita del sottoufficiale, Pinolo intravede solo brani di Emanù, imenotteri sciolti dal dovere di sciame. Cos’è una donna senza una speranza più alta? Marea nera che scivola in un buco del pavimento, dolcissima e liquefatta. Pinolo cerca un barattolo in cucina e, con un cucchiaio e le mani, raccoglie ciò che trova di Emanù. Artigiano inginocchiato ed attonito tiene insieme i pezzi per ascoltare, forse, una confessione. Ma, ecco, la musica di questa pianura rada si è spenta ed è rimasto solo il rammarico di essere arrivato tardi, in questa casa, ed essere sostanzialmente inutile.

Ma, ecco, la domanda dovrebbe riguardare, non potrebbe essere altrimenti, che cosa sia successo a questa povera ragazza che oggi è scoppiata a piangere davanti a un ragazzino innamorato. Un ragazzino che piange a sua volta, incapace di consolare con l’amore qualcuno che non può riceverne. Che speranza hai perduto Emanù?

«Lasciami in pace».

Si chiude in uno scrigno per piangere senza fare rumore.

La sola e incontrovertibile verità è che Emanù non ha funzione alcuna. Pinolo l’ha inseguita e cercata, sperando di gioire per un esito felice e sorprendente. Ma Emanù esiste solo in funzione di una pressione pneumatica che vuole far germogliare un respiro e dare valore a qualcosa che non può averne. Piange Pinolo riverso su di lei, piange Emanù che non ha crediti da vantare ora che è una figura disciolta buona solo per l’ennesima immagine da abbinarle, piange il sottoufficiale smarrito nelle liste dei menzionati per una medaglia, piangono i fratelli tutt’interi di Pinolo perché la pietà è finita e le dolci note si sono poggiate senza volare e tacciono e tutti i cani dell’Argentina che non possono dichiararsi liberi di correre e inseguire palline. 

Tumula, Pinolo, un sogno infantile che non ha soccorso più di quanto abbia capito. Rientra a casa, di notte, poverissimo, a cercare nel cuore della Mamma la risposta evasa dalle ricerche di giorno. Ma la Mamma e il suo cuore sanno essere violenti nel silenzio perché il battito si è affievolito e non ci sono parole per altri, nemmeno per quelli che quel cuore ha generato.

E un altro giovane si alzerà all’alba domani per contendere ancora, a qualcuno, qualcosa che non ha significato né per lui né per altri. E ancora rideremo di lui quanto basta per dimenticarlo. E un’altra donna arriverà a farlo correre a perdifiato fino ad essere dimenticata. E ci sarà un altro mago che dorme in un portico, anch’egli offeso da una frase detta o da un frutto offerto, a rubare suoni e pensieri dalla carne come se fossero monete da una tasca, sfigurando umani in meri spettri.

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↔ In alto: foto Maria Teneva / Unsplash.