La città dai confini spezzati: Lot di Bryan Washington

Leonardo Ducros

Di sera l’East End è una bottiglia di rumori, con gli sbandati che scavalcano i recinti e i viejos che straparlano dalle loro verande, e le mogli che sparano cazzate dentro le loro cucine sulla Wayland, finendo l’aria a disposizione, ingoiando per intero le voci di chiunque, schiumando sotto il basso continuo che rimbomba per mezza Dowling. Anche se adesso, con i blancos nel quartiere, è un po’ più tranquillo. A cena ti sgocciola dalla finestra questo vocio conviviale. Si sente il tintinnio dei piatti come nelle pubblicità. A me sembra tutto impossibile, nessuno che conosco può permettersi roba del genere, mentre Mamma dice che è ciclico. Dice che sei pieno di cose, e a un certo punto non ce le hai più.

Lockwood, Wayside, South Congress, Navigation, Waught. Sono strade di Houston, e sono titoli di racconti che compongono Lot, il debutto letterario di uno dei più promettenti autori americani contemporanei. Nato nel 1993, Bryan Washington ha già pubblicato su una lista impressionante di testate, che include New York Times, New Yorker e Paris Review. Il 27 ottobre uscirà negli Stati Uniti Memorial, il suo primo romanzo; con Lot, la sua raccolta d’esordio (2019 in lingua originale, 2020 per Racconti edizioni, trad. di Emanuele Giammarco), Washington ha vinto il Dylan Thomas Prize, l’O. Henry Prize e il Lambda Literary Award for Gay Fiction.

I protagonisti di Lot abitano nelle shotgun house, «quelle case che se ci passi accanto con la macchina scuoti la testa», nei barrios, i quartieri poveri spesso ma non esclusivamente ai margini della città. Lavorano come spacciatori, sex worker, cuochi in piccoli ristoranti messicani; i loro legami familiari portano a padri e figli sconosciuti. Sono a un passo dal perdere la casa, schiacciati tra la gentrificazione e le conseguenze dell’uragano Harvey. Sono neri, ispanici o entrambe le cose, ma soprattutto sono parte di un sistema creato per sfruttarli.

Washington dipinge fedelmente una porzione precisa di Houston, scegliendo un soggetto il più delle volte ignorato dalla letteratura – salvo rappresentazioni stereotipate e gonfie di paternalismo. Lontano da una glorificazione hipster, nostalgica o neorealista della periferia, il suo sguardo è partecipato ma lucido, perfetto per tracciare una mappa sentimentale e geografica: tutti i racconti portano il nome di una strada o di un incrocio di Houston, in riferimento agli spazi in cui l’autore è cresciuto. L’effetto ottenuto è quello di restituire l’idea di una città come somma di esperienze individuali.

Dei tredici racconti che compongono la raccolta, sette (tutti quelli che occupano le sedi dispari, quindi anche il primo, l’ultimo e quello centrale) hanno lo stesso protagonista[1]. È un ragazzo «troppo scuro per i blancos e troppo latino per i neri», che non avrà nome per quasi tutto il libro, e i testi che lo riguardano seguono lui e la sua famiglia in una storia di formazione e di accettazione della propria sessualità che parte dall’infanzia e arriva fino all’età adulta.

Più che un ibrido tra romanzo e raccolta di racconti, Lot è entrambe le cose. È vero che la crescita del ragazzo-protagonista-narratore si può leggere come un romanzo, ma tutti i racconti, compresi quelli che descrivono le sue vicende, funzionano come testi autonomi. È in parte Moonlight  e in parte Gente di Dublino: le storie collaborano tra loro, partecipano alla costruzione di un contesto collettivo, eppure nessuna di queste lascia al lettore la sensazione di essere un anello debole, di esistere solo in virtù del proprio ruolo in un disegno più grande.

I racconti slegati dalla trama principale permettono a Washington di provare voci narranti diverse, a volte al plurale: il vicinato che osserva e commenta come un coro tragico le vicende di una donna che tradisce il marito con un bianco; i membri di una squadra amatoriale di baseball che fanno il tifo per un loro vecchio compagno divenuto professionista. Lo sperimentalismo in questo libro coincide con la concreta necessità narrativa, emotiva e politica di raccontare una storia nel migliore dei modi, e infatti anche queste sono scelte che servono a restituire la molteplicità dell’esperienza di un luogo dai confini spezzati: Houston, sede della più grande comunità afroamericana in Texas, è una «majority-minority city», ovvero una città in cui la maggior parte della popolazione appartiene a una minoranza, e secondo uno studio del 2012 è anche la metropoli più etnicamente diversificata negli Stati Uniti.

I quartieri descritti in Lot sono abitati indistintamente da afroamericani, ispanici, latini o asiatici. Le differenze razziali vengono percepite e formano spaccature profonde, ma non riescono a tracciare una separazione spaziale. Washington ci dice che il vero confine, più che geografico o etnico, è economico, e anche questo è messo in discussione: pur essendo ancora fortemente segregata, Houston si distingue da ogni altro grande centro abitato statunitense per essere l’unica città priva di zonizazzione, quindi priva di un sistema di regole che limiti la costruzione e l’uso degli edifici in base alla zona in cui sono situati. Nella pratica, questa caratteristica piega ancora di più lo sviluppo urbanistico di Houston alle logiche di mercato, finendo per facilitarne e accelerarne la gentrificazione.

«Di tanto in tanto ci vedi entrare pure certi yuppie. Ci trovano su internet, dalle recensioni sui settimanali. Te ne accorgi dai vestiti, le valigette. Gli occhiali da sole. Da come ti chiedono del menu, delle offerte speciali. Mamma li tratta tutti manco fossero figli di Dio.

È il grande evento della settimana, questa pantomima. Così si beccano tutte le attenzioni. E promettono di dirlo a tutti i loro amici, che torneranno fra una settimana, ma poi si siedono dietro ai piatti con gli occhi fissi alle mattonelle e i gomiti stretti alle borse e allora sappiamo che non lo faranno mai.

Mamma sbraita che è la gente del posto a fotterci. Che non possiamo mica continuare a fare la carità così.

Io però non ci credo tanto. Se continui a cambiare tutto, diventa solo più dura restare in vita».

I personaggi di Lot, primo fra tutti il protagonista ricorrente, hanno un rapporto complesso con il luogo che abitano. Da un lato sentono la necessità di andarsene, per inseguire «un cambio di scenario, un’aria diversa, un modo per rallentare le cose»; dall’altro sono legati alla loro casa sia da un affetto inevitabile per il posto in cui sono cresciuti che dalla percezione, fondata o infondata, di un’impossibilità di miglioramento. È la mancanza di speranza, oltre che di opportunità, a condannarli: la continua lotta per la sopravvivenza a cui sono costretti dalle condizioni economiche e sociali impedisce loro di avere una visione lucida della propria costrizione e di come liberarsene.

Washington non nasconde le colpe dei suoi protagonisti, tutti dotati di difetti, nessuno abbastanza detestabile da impedirci di empatizzare con lui. La messa in scena è dura e drammatica, ma mai semplificatoria. I problemi affrontati – razzismo, omofobia, padri assenti, alcolismo e tossicodipendenza solo per citarne alcuni – sono credibili, vengono trattati con rara consapevolezza e non sono mai strumentalizzati. Sono parte della storia non per strappare una lacrima al lettore ma come elementi concreti di un mondo narrato che riflette quello reale, hanno la stessa ragione di esistere e la stessa consistenza dell’acciaio dei lampioni e dell’asfalto delle strade.

«Peggio di un padre tossico c’è solo un figlio frocio, così mi ha detto Javi».

La storia che attraversa più della metà dei racconti di Lot è prima di ogni altra cosa una storia di coming out. Non uno, ma molti, a dimostrare che l’autoaffermazione è una guerra quotidiana, e non una battaglia che basta vincere una volta sola. L’amico, il fratello, la madre, il collega. Ogni volta che il protagonista-narratore entra in un nuovo contesto deve rimettere in discussione la propria identità e capire quanto a lungo dovrà tenerla nascosta. Spesso i racconti nascondono un’epifania, un episodio fondativo che squarcia la personalità del ragazzo e lascia una cicatrice; eventi dalle implicazioni gigantesche riportati con la naturalezza dei dettagli insignificanti. C’è un prima e un dopo questi eventi, ma il lettore, così come il protagonista, se ne rende conto solo guardandoli da lontano.

È per questa delicatezza che Bryan Washington ha firmato un’opera sorprendentemente bella, e non «bella per essere stata scritta da un esordiente», ma in senso assoluto. Si affida agli innesti dallo slang e ai prestiti per mettere su carta una lingua parlata, dinamica, viva. Ha uno stile volutamente sporco ma a suo modo raffinato e poetico, con tutta la forza del discorso diretto, e scambiare la sua ricerca in questo senso per una mancanza di controllo o di interesse per la lingua sarebbe un errore gigantesco. È un narratore puro, che mette l’esperienza personale al servizio della scrittura e non il contrario. Che riconosce la soggettività della propria esperienza e parte da questa per poi riaffermare la sacralità della finzione: la verità sta nel sapore dei suoi racconti, non nel loro scopo.

[1] In realtà, nell’undicesimo racconto la protagonsita è la sorella del ragazzo, ma insomma ci siamo capiti.