Incubi lucidi: Legami di sangue di Octavia E. Butler

Beatrice La Tella

 

Parlare di rinascita della fantascienza è farsi carico di un argomento obsoleto: da almeno un decennio, sia pur nella sua sfumatura distopico-pessimistica, il genere gode di una diffusione quanto mai ampia, avendo oltrepassato lo stato (la prigionia?) di nicchia cui sembrava condannata e approdando a ogni ramo della letteratura più intellettuale. Questa primavera della scifi ha favorito negli ultimi anni non pochi ripescaggi illustri, dando nuova linfa e possibilità di risonanza a voci possenti, spesso ingiustamente messe da parte. Uno dei più recenti è il rilancio di Legami di sangue di Octavia E. Butler, riportato in Italia questo settembre, dopo le precedenti uscite del 1994 (Mondadori, nella celeberrima collana Urania) e del 2005 (LeLettere), da SUR. La casa editrice romana propone il libro in una nuova traduzione affidata a Veronica Raimo, che ha già trasposto il racconto dell’autrice La sera, il giorno e la notte nella raccolta Le visionarie – antologia di scrittrici che trattano femminismo e fantastico a cura dei coniugi VanderMeer, edita in Italia da NERO – e non è quindi nuova alla sua scrittura.

La storia di Legami di sangue è molto semplice, anche se tutt’altro che lineare, quantomeno se ci si basa sul piano dello svolgimento temporale. La scrittrice nera Dana, sposata con lo scrittore bianco Kevin, si ritrova di colpo catapultata dalla progressista California del 1976 al Maryland schiavista della prima metà dell’Ottocento, nella piantagione in cui i suoi avi sono stati oggetto di orrori e prevaricazioni di ogni tipo. A richiamarla indietro è Rufus, un bambino bianco figlio del proprietario della piantagione, che riesce a rievocare la donna nel passato ogni qual volta si trovi in pericolo di vita. Tra i due intercorre un legame complesso: è infatti da Rufus e Alice, bambina nera nata libera in un mondo di schiavi, che discende la famiglia della stessa Dana ed è dunque a lei che spetta il compito di rendere possibile la propria nascita, salvaguardando i suoi progenitori e consentendone l’unione.

La sinossi ufficiale del libro lo colloca come un ponte tra Amatissima di Toni Morrison e La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead, ma Legami di sangue si situa in una posizione peculiare sia sul fondale di quel filone noto come neo-slave narrative sia su quello della fantascienza. Intrecciando i due generi e ponendosi in una dimensione che permea di fantastico eventi storici fin troppo reali e tristemente plausibili, Butler compie un’interessante operazione narrativa che intreccia il puro intrattenimento del romanzo d’azione a interrogativi e questioni che dal 1979, anno di pubblicazione del libro negli Stati Uniti, non hanno ancora smesso di essere attuali.

È indubbio che Legami di sangue sia una storia sui viaggi nel tempo eppure non è in senso stretto un libro di fantascienza o, se lo è, si tratta di un romanzo che del genere tradisce immediatamente la struttura e le basi. Se la fantascienza classica infatti tende a cercare spiegazioni, più o meno plausibili, a ciò che racconta, per Octavia Butler la verosimiglianza non ha alcun interesse. Sin dal primo momento infatti le sparizioni e riapparizioni di Dana dopo il soggiorno in un’altra epoca vengono da lei accolte come un fatto assodato e non indagate oltre. Appena più restio è Kevin, che però si convince rapidamente della veridicità del racconto improbabile della moglie e con lei si pone su un piano di reazione piuttosto che di interrogazione o dubbio. L’immediata accettazione dell’assurdo lascia spaesato chi legge, e in questo senso, più che di scifi, sembra di trovarsi innanzi a un racconto onirico. Il passaggio tra le diverse epoche, d’altronde, avviene in maniera non dissimile dall’inabissarsi in un sogno, l’attraversamento di una soglia invisibile, un velo tra uno spaziotempo e un altro che non richiede macchinari futuristici o ponti di Einstein-Rosen, né tantomeno spiegazioni. Ciò che Butler vuole porre al centro della propria narrazione è la collisione di tempi e civiltà tra loro distanti e gli effetti che ne conseguono, senza analizzare la possibilità o la metodologia con cui la linearità della storia viene riavvolta su se stessa.

L’intersecarsi di passato e presente nel romanzo di Butler è dunque di stampo pratico, fattivo, e tale risulta di conseguenza anche la lingua. Pragmatica come la protagonista, la prosa è dinamica e secca, priva sia di fronzoli che di sconti; non risparmia le mostruosità della storia ma neanche indugia in svolazzi poetici, limitandosi a narrare i fatti con una crudezza piana ai limiti del distacco. Dana è una donna di cultura ricacciata suo malgrado in un passato barbaro e terrificante: qui è costretta a fare i conti con un mondo che non ha vissuto e conosce solo a livello nozionistico, un mondo in cui persino la sua modernità è in prima battuta un ostacolo. «La mia sensibilità apparteneva a un’altra epoca, ma me l’ero portata appresso», riflette, quando non riesce a uccidere un uomo che l’avrebbe stuprata e assassinata senza alcuna remora. Sarà a poco a poco, di viaggio in viaggio, che Dana inizierà a fare della sua condizione di “messo del futuro” una strategia, portando con sé mappe e libri di storia, imponendosi nella piantagione come una figura dalle doti quasi sciamaniche e dalle abilità sovrannaturali. D’altronde, in una realtà in cui la capacità di scrivere è appannaggio di pochi e anche l’aspirina può risultare un miracolo è facile essere battezzata strega e taumaturga.

Costretta ad assistere alla sofferenza dei suoi avi e a provarla talvolta sulla propria pelle, Dana viene investita dalle più diverse ambiguità morali generate dall’istinto di conservazione. È possibile salvaguardare un carnefice per assicurare la propria esistenza futura? Mentre Rufus cresce assumendo su di sé il temperamento crudele del padre ci si trova a domandarsi quanto il determinismo di un’epoca influenzi lo sviluppo di una persona, quanto l’essere “figli del proprio tempo” sia una maledizione e quanto una giustificazione.  Il cuore pulsante del romanzo sono proprio gli interrogativi connessi al bisogno di restare in vita: la facilità nell’adeguarsi a determinate dinamiche, nell’accettare compromessi considerati impensabili. «Non mi ero mai resa conto quanto fosse facile per la gente abituarsi ad accettare la schiavitù», pensa Dana, e aggiunge in seguito: «La schiavitù era un lento processo di intorpidimento». La disperazione della donna consiste non solo nel dolore che prova e che vede intorno a sé, ma soprattutto nell’annichilimento che vivere in condizioni di abbrutimento non può che comportare. Anche la persona più emancipata ed evoluta fatica a restare integra in una realtà di tale ferocia e non è un caso che il romanzo si apra con una mutilazione. La struttura circolare della narrazione lo fa iniziare dalla fine, nel momento in cui, di ritorno dalla sua ultima incursione nel passato, Dana perde un braccio, metafora via via più nitida di un’esperienza che non permette di rimanere interi, intatti, ignari. Conosciuto un simile orrore, l’esistenza quotidiana non può riprendere senza portarne le cicatrici.

Persino il ritorno alla civiltà genera spaesamento, addirittura rimpianto:

«L’epoca di Rufus aveva una sua realtà più nitida, più potente. Il lavoro era più faticoso, gli odori e i sapori erano più forti, il pericolo più intenso, il dolore più violento… L’epoca di Rufus mi costringeva ad affrontare prove che non avevo mai affrontato, e rischiavo di morire se non mi dimostravo all’altezza. Era una realtà forte e vigorosa, che la dolce comodità di quella casa, di quel presente, con tutti i suoi comfort, non sarebbe mai riuscita a eguagliare».

Sembra quasi che il senso di appartenenza di Dana si trovi disorientato, un ago di bussola dirottato dalla California al Maryland, come se anche l’adrenalina generata dal rischio costante della vita producesse una sorta di dipendenza che può solo terminare con una lacerazione, uno strappo.

Le implicazioni morali dell’intera vicenda sono profonde e complesse, ma Octavia Butler preferisce suggerirle e non approfondirle, come una sfida che funziona meglio se rimane aperta. Le riflessioni stimolate dagli eventi narrati li trascendono, demandando al lettore uno sforzo etico e riflessivo. Dana non ha tempo da perdere con la speculazione: le tocca, come a migliaia e migliaia di altri prima di lei, pensare solo a sopravvivere.