Le stanze segrete della poeta – su Le città di carta di Dominique Fortier

Giulia Martinez

La vita di Emily Dickinson è stata spesso oggetto di scavi e ricerche forsennate da parte di biografi e psicoanalisti, come è normale che sia per uno dei più grandi poeti mai esistiti che ha lasciato così poche informazioni di sé. La scrittrice canadese Dominique Fortier, con Le città di carta, pubblicato da Alter Ego nella traduzione di Camilla Diez, esplora gli anni di Dickinson senza l’intento di svelare verità nascoste.

L’autrice raccoglie dei tasselli e li dispone in ordine cronologico, dall’infanzia solitaria fino alla maturità ancora più solitaria e alla morte infine, avvenuta all’età di cinquantacinque anni, nello stesso luogo che l’aveva vista nascere. Non ha la pretesa di essere una biografia, è invece un racconto che procede per frammenti che ritraggono il quotidiano, la vita di tutti i giorni. Sono vignette colme di particolari e riferimenti specifici alla famiglia, agli eventi, a quei personaggi che hanno attraversato la vita della scrittrice. Vengono esplorati luoghi che sono ormai simboli della sua esistenza: Amherst, Homestead e gli Evergreens (divenuti poi l’Emily Dickinson Museum), il seminario femminile Mount Holyoke, Boston.

Per scrivere questo libro, Fortier si è documentata leggendo la copiosa corrispondenza scritta dalla stessa Dickinson, lettere che tradiscono precocemente (fin dai quattordici, quindici anni) la natura poetica della sua personalità. Altri episodi sono tratti da due libri: Emily Dickinson and the Art of Belief di Roger Lundin e The Life of Emily Dickinson di Richard B. Sewall. Altri ancora sono frutto della fantasia di Fortier, «(t)anto meglio se non si riesce troppo a distinguerli».

Fortier inserisce nella narrazione alcune vicende raccontate in prima persona e che appartengono alla sua vita privata. Si chiede se per scrivere di Emily Dickinson sia necessario andare a visitare Amherst che fino a quel momento è per lei ancora «una città di carta», andare a vedere di persona le case trasformate in museo, «è meglio avere la conoscenza, l’esperienza necessaria per descriverle così come sono nella realtà, o piuttosto conservare la libertà di inventarle?». L’autrice leggendo la poeta statunitense tramite le sue stesse esperienze indaga quindi le dinamiche che tengono in piedi quella complessa relazione tra fiction e nonfiction.

Di Dickinson si sa molto poco, e tutto quello che ci ha voluto lasciare va cercato in quasi 800 poesie e un migliaio di lettere. La famosa fotografia che la ritrae «magra e pallida, con il lungo collo cinto da un nastro di velluto scuro, gli occhi neri molto distanziati che esprimono un’attenzione tranquilla e un sorriso sulle labbra. I capelli, pettinati con la riga in mezzo, (…) legati all’indietro» risale ai suoi sedici anni, ed è l’unica che si ha di lei.

Fortier nota come sia straniante poter fare affidamento solo a una foto di Emily Dickinson, oggi «che siamo assaliti da immagini moltiplicate all’infinito». Ma questo è significativo di una personalità che ha sempre agito sottraendo elementi alla sua esistenza sociale e pubblica, preferendo vivere ritirata nei luoghi isolati a lei conosciuti. Per questo la protagonista è identificata con gli elementi che la circondano.

«Emily è una città tutta di legno bianco posta in mezzo a praterie di avena e trifoglio».

La prima identificazione presente nell’incipit è naturalmente con Homestead, la casa in cui Dickinson nasce, in cui passa la sua vita e in cui alla fine muore. È il luogo in cui scrive le sue poesie, le sue lettere. Il cuore pulsante della casa è la sua stanza da letto, quei pochi metri quadri in cui deciderà di segregarsi negli anni della maturità, quel tipo di stanza che anni dopo Virginia Woolf avrebbe definito come una stanza tutta per sé, e che Fortier identifica con la mente di Emily stessa, «quest’altra stanza segreta».

Il giardino è un altro universo a lei caro e dove trascorre molto del suo tempo. Il rapporto viscerale di Dickinson con le piante e la natura in generale è testimoniato da un herbarium che realizza durante l’adolescenza, conservato tutt’ora alla Houghton Library dell’Università di Harvard. Fortier ci descrive inoltre una sua abitudine molto peculiare. Dickinson è una donna resa indaffarata dalle faccende domestiche, come la maggior parte delle donne del suo secolo.  Prepara marmellata, pane, quello che serve, e scandisce quei momenti scrivendo sulle buste degli alimenti. Appunta la ricetta di un pan di spezie particolarmente riuscito oppure, molto spesso, una poesia. Scrive e poi piega la carta fino a rimpicciolirla, per poi conservarla dentro il cassetto della sua scrivania. «Quando le tira fuori, le riconosce dall’odore: alcune sanno di farina, altre emanano un profumo di pepe o di noce di pecan».

Fortier utilizza un linguaggio elegante, impalpabile ma capace di attivare diverse percezioni, descrive il momento specifico arricchendolo di particolari che rendono il lettore partecipe di quel momento. Quasi si riesce a vedere Emily Dickinson nella sua cucina mentre inforna del pane e subito dopo, o subito prima, o nel mentre trascrive questo:

«I reckon – When I count at all –
First – Poets – Then the Sun
Then Summer – Then the Heaven of God
And then – the List is done –»

Sappiamo che solo sette poesie di Dickinson verranno pubblicate, alcune con riluttanza da parte sua, o addirittura contro la sua volontà. Quello che invece fa nella solitudine della sua stanza, è riconoscere il bisogno di raccogliere lei stessa i suoi scritti, un’edizione che sia a modo suo. Cuce insieme i fogli, con ago e filo. La sorella Lavinia trova il fascicolo cucito a mano dopo la morte di Emily e decide di diffondere le poesie, tirandole fuori dalla stanza segreta.

Scrive Fortier: «Sull’atto di decesso di Emily Dickinson, accanto alla parola occupation, una mano dal tratto di una precisione assoluta ha scritto: At home».

Le città di carta non è per chi vuole conoscere i segreti di Emily Dickinson. Altri libri sono adatti a questo scopo. La parte mondana e dei pettegolezzi è lasciata ai margini, sono solo accenni che ne evidenziano la futilità rispetto al suo lavoro di scrittura. Per questo motivo Le città di carta è per chi si interroga sulla relazione tra vita e letteratura, sul rapporto che lega un poeta ai luoghi che vive e all’universo che lo circonda e all’universo interiore, segreto che lui stesso circonda, alle realtà di carta che costruisce nelle sue stanze segrete.