Perché leggere John Kennedy Toole. Un antieroe americano

Jacopo Zonca

«Cercasi elemento dinamico, fidato, portato ai contatti umani.
Signore santo, vogliono un mostro! Temo che non potrei mai lavorare per una ditta che ha una tale visione del mondo».
(Ignatius J. Reilly, protagonista di Una banda di idioti)

 

Due romanzi, uno scrittore giovane, innovativo, geniale e maledetto di un tempo che assomiglia molto, troppo, all’epoca contemporanea. Autore vincitore di un premio Pulitzer, ma pubblicato solo dopo il suicidio nel 1969, avvenuto all’interno della sua macchina satura di monossido di carbonio, a trentuno anni, dopo una serie di esperienze come insegnante universitario, venditore di tamales e operaio, e mai di scrittore a tempo pieno.

Non si parla molto, o almeno non quanto si dovrebbe, di John Kennedy Toole. Il suo nome e i suoi titoli circolano fra gli amanti del postmoderno o della Chemical generation, la generazione di scrittori che include, fra gli altri, Irvine Welsh e Daren King, e che fa della follia e di una dimensione edonistica non priva di lati autolesionisti i suoi temi principali. Ma lui rimane un autore quasi di nicchia, ancora privo della fama che meriterebbe.

Toole è arrivato per la prima volta in Italia nel 1982, quando Rizzoli ha pubblicato il suo primo romanzo, A Confederacy of Dunces, nella traduzione di Luciana Bianciardi e con il titolo Una congrega di fissati. Il libro non ha molto successo, ma nel ’98 la casa editrice indipendente Marcos y Marcos decide coraggiosamente di ripubblicarlo con il titolo Una banda di idioti, per poi diffondere anche il primo romanzo dell’autore, La bibbia al neon, nella traduzione di Franca Castellenghi Piazza.

Toole_LaBibbiaAlNeon

La bibbia al neon racconta la storia David, un ragazzino che non riesce ad essere parte della comunità in cui vive, retrograda ed eccessivamente conservatrice, nell’America alla fine degli anni ’40. È un’ambientazione di provincia, immersa in un paesaggio rurale, pacifico, colorato e meraviglioso, in netto contrasto con la mentalità chiusa e bigotta dei propri abitanti. A questi si aggiunge un giovane predicatore dall’aspetto angelico che, per mezzo dei suoi sermoni, spingerà ancora di più i cittadini a odiare il diverso: «Volete trovarvi in casa una cinese? Vederla allevare i vostri nipotini, allattarli al suo seno?».

È un romanzo breve, intenso e fortemente ispirato all’opera di Flannery O’Connor. È impressionante non solo per la qualità della prosa, che immerge il lettore in una comunità ignorante e aggressiva, ma soprattutto per la capacità di analisi sociale dimostrata dall’autore, che ha completato questo romanzo quando aveva solo sedici anni, ma che non ebbe mai il coraggio di inviare il manoscritto a un editore, perché considerava la propria opera troppo poco matura.

Negli anni successivi, Toole continua a studiare, termina gli studi e passa di lavoro in lavoro, come quello di venditore porta a porta o di operaio in una fabbrica. Sono mestieri apparentemente lontani dalla professione di scrittore, ma fondamentali per permettere a Toole di cominciare a pensare al suo nuovo romanzo, che scriverà all’inizio degli anni ’60, quando sarà professore di Inglese all’Università della Luisiana.

Toole_UnaBandaDiIdioti

Il romanzo successivo, Una banda di idioti, racconta una storia esilarante, dalla forte componente comica; qui l’umorismo, spesso cinico e amaro, è sparato sul lettore attraverso la voce narrante.

«In casa aiuto a spolverare e, in più, sto scrivendo una lunga accusa contro il nostro secolo. A volte, quando il cervello comincia a fondersi per il troppo lavoro intellettuale, mi metto a fare la crema di formaggio».

Il protagonista è Ignatius Reilly, un trentenne disoccupato e sociopatico che osserva il mondo che lo circonda con diffidenza e sdegno. Vive con la madre in una casa popolare a New Orleans, è obeso e ritiene di essere superiore al resto della società, che a suo dire ha perso ogni valore morale. Spinto dalla madre, Ingnatius sarà costretto a cercare un lavoro, venendo a contatto con una serie di personaggi strampalati e indimenticabili, che andranno a formare una coralità divertente e surreale, un susseguirsi di casi umani che si intrecciano in modo tanto esuberante quanto malinconico.

Il libro, uscito nel 1980 grazie agli sforzi della madre di Toole, che solo dopo la morte del figlio riuscì, con grande fatica, a trovare un editore, ha vinto il premio Pulitzer ed è stato acclamato come un capolavoro.

Ignatius, personaggio in parte autobiografico, è una figura geniale, sregolata, odiosa soprattutto nei confronti di sua madre; ma dietro alla sua arroganza, pari solo alla sua stazza, si nasconde una fragilità sorprendente. Ignatius ha una mente dissociata, quella di un bambino intelligentissimo e capriccioso nel corpo di un adulto sovrappeso. I concetti già espressi nel primo romanzo di Toole (alienazione, disagio, perdita di valori sociali, ignoranza) qui esplodono al massimo attraverso il carattere del protagonista. Un romanzo cattivo e spassoso, buffonesco e triste. Un’opera fondamentale, estremamente attuale nel dipingere un’America impaurita dal diverso e dallo spettro di un’infiltrazione comunista; una nazione puritana, che nasconde la propria perversione sotto un tappeto troppo sottile: la capacità di Toole di descrivere situazioni, personaggi e psicologie rimane efficace anche a distanza di decenni.

C’è una precisa cifra stilistica nella scrittura e nel mondo di questo autore, una lucida consapevolezza di quanto vuole raccontare, che sembra lasciare spazio all’improvvisazione, al nonsense, al paradosso che diventa elemento formale. I romanzi di Toole raccontano storie tragiche, comiche ed emozionanti. E la sua vita non è stata poi così diversa dalla sua narrativa: una continua voglia di riscatto da parte di un uomo talentuoso e arrabbiato che viene beffato dal destino, un’esistenza in continua opposizione con il resto della società.

Non c’è dubbio che il rifiuto da parte di diversi editori del manoscritto di Una banda di idioti sia stato la causa principale della depressione di Toole, e alcuni biografi sostengono che il disagio esistenziale dell’autore sia stato dato anche dal fatto di non essere mai riuscito a riconoscere la propria omosessualità. La motivazione che ha spinto quest’uomo ad andarsene non la sapremo mai, ed è giusto così. Quella disperazione così profonda e ingestibile che spinge un uomo a perdere il controllo della sua vita è qualcosa che appartiene solo a quell’uomo, al suo privato, alla sua anima. Avrebbero potuto esserci altri romanzi, altri capolavori come La Bibbia al neon e Una banda di idioti, ma questo è quello che abbiamo, e tanto basta a consacrarlo come scrittore immortale, che non finirà mai di stupire i lettori che ancora non lo conoscono, e di far ridere e commuovere quelli che già lo amano.