Carlo Coccioli – Il dualismo come frontiera letteraria

Giulia Valori

Io non sono convinto di niente. Io non ho nessuna parola definitiva. (…) Non ho certezza ho solo speranze.

La scrittura di Carlo Coccioli occupa il punto mediano in cui si riversa la lotta tra forze contrastive, agli antipodi, senza che queste riescano a giungere mai a una risoluzione finale, a una «parola definitiva» appunto. La vita dello scrittore è un peregrinare teologico continuo, un nomadismo interrogativo, mosso dall’irrequietezza della ricerca di un qualcosa di invisibile e impossibile da spiegare. A oggi, dimenticato da molti, ricordato appassionatamente da pochi, a cent’anni dalla sua nascita la casa editrice Lindau sta ripubblicando la sua opera, dedicandogli una collana a sé, Piccolo karma, e la sua vita si è trasformata in romanzo nell’ultimo libro firmato da Alessandro Raveggi, Grande karma (edito da Bompiani). Coccioli è l’unico scrittore italiano che ha scritto nel corso della sua vita in tre lingue diverse, ha libri dispersi nel mondo, alcuni inediti in Italia, altri in edizioni rivedute per ogni paese e, forse, manoscritti che attendono di essere riscoperti.

La vita come peregrinaggio teologico

Nato a Livorno il 15 marzo 1920, si sposta con la famiglia all’età di sette anni a Bengasi in Libia dal padre, ufficiale italiano a servizio del Regno d’Italia. Uno studente eccellente, avido lettore, a tredici anni già consapevole del suo destino: diventare scrittore. In mezzo al deserto libico, di fronte a una natura sterminata e pura, Carlo Coccioli bambino si colloca sulla soglia, o meglio sulla frontiera rispetto al mondo, un esilio spontaneo che è condizione esistenziale e intellettuale imposta dal percepirsi diverso e sempre altrove. Tra la guerra, gli atti di violenza, i macelli, le impiccagioni contro il silenzio posato e pacifico del cielo africano, è lì che ha inizio il suo percorso di tormentata interrogazione del metafisico a partire dalla grande domanda: se Dio esiste ed è perfetto, così almeno gli ripetevano le suore a scuola, perché il male si abbatte sugli innocenti?

Con lo scoppio del 1938 il padre insieme alla famiglia viene inviato a Fiume, in cui Carlo termina le scuole superiori. L’anno seguente si iscrive presso il Regio Istituto Universitario Orientale dell’Università di Napoli in cui studia religioni orientali. Viene chiamato al servizio di leva obbligatoria nel 1942, ma a fine agosto dell’anno seguente, la caserma di Torino in cui si trova è circondata dalle truppe tedesche. Fuggendo, assume il comando di una compagnia di partigiani e prende il comando della terza brigata Rosselli. A dicembre dello stesso anno discute a Roma, sede universitaria provvisoria, la tesi lungamente preparata dal titolo: I racconti di animali nelle letterature orali africane.

Nel 1944, catturato dai tedeschi in Toscana, è condotto nella prigione di San Giovanni al Monte di Bologna. Condannato a morte, si salva per dei taccuini in cui annotava numeri, aforismi, versi poetici anche in lingua: i tedeschi, interpretandoli come messaggi cifrati e credendo dunque di avere in pugno un prigioniero di una certa rilevanza, decidono di risparmiarlo. Da lì a poco riesce fortunatamente a evadere. Dopo un breve soggiorno nella brigata comunista Stella Rossa raggiunge la periferia di Firenze e attende l’arrivo degli alleati. A guerra conclusa, gli viene conferita la medaglia d’argento al valore militare per gli avvenimenti della Resistenza. Ad anni di distanza Coccioli racconterà che ad avergli inspirato il coraggio di combattere era stata la speranza di poter riabbracciare il suo primo amore: Alberto. Proprio durante il conferimento della medaglia, confesserà, aveva assaporato l’ironia di trovarsi di fronte a un pubblico che non conosceva il tipo d’amore che lo aveva spinto all’azione. 

Nel 1946 pubblica il romanzo d’esordio, Il migliore e l’ultimo, basato sulla sua esperienza della Resistenza. Come scrive Raveggi: «Coccioli è un giovane autore italiano di belle speranze, un po’ decadente a tratti, e ha dalla sua il fatto di non essere un prodotto facilmente etichettabile nella voga neorealista». Proprio per questo sua essere uno scrittore outsider è presto estromesso dall’ambiente letterario italiano che Coccioli paragonava alla mafia con il suo Don: Moravia. Non entrando nelle sue grazie l’esclusione è automatica ed è proprio in questo periodo che instaura una stretta amicizia con Malaparte.

La scrittura è febbrile, pubblica un libro all’anno, senza riuscire però a imporre la propria voce, fino al 1950 quando, trasferitosi a Parigi, pubblica il libro che rientra a tutti gli effetti nella categoria di bestseller, arrivando a essere tradotto in quindici lingue e a vendere un milione di copie: Il cielo e la terra.

In Francia Coccioli frequenta Jean Cocteau, Gabriel Marcel, François Mauriac e Georges Bernanos. Stabilitosi a Parigi, avvia la sua produzione in lingua francese e incontra Michel, colui che diventerà il Laurent del suo settimo romanzo Fabrizio Lupo. Al tempo considerato scandaloso, è a oggi una delle opere più note dello scrittore oltre ad essere indicato da Coccioli come un romanzo di rottura e di profanazione rispetto alla sua precedente produzione. Pubblicato nel 1952 a Parigi, in Italia verrà rifiutato per poi essere pubblicato solo nel 1978. La questione dell’omosessualità, sublimata nel drammatico rapporto tra il pittore Fabrizio Lupo e lo scultore Laurent Rigault, diventa questione esistenziale di due uomini che lottano per trovare la felicità, costantemente ostacolati da forze oppositive come il dubbio, la gelosia, ma soprattutto le pressioni sociali e religiose (che solo ora possiamo definire omofobiche). Il romanzo fa perdere a Coccioli una buona fetta del suo pubblico cattolico, ma allo stesso tempo ne guadagna di nuovi accoliti, ricevendo più di diecimila lettere da parte di lettori che avevano trovato rappresentazione del loro tormento.

Con Michel continua il peregrinare dello scrittore, prima soggiornando in Canada per un breve periodo e poi arrivando in Messico in cui la relazione termina definitivamente. La depressione a seguito dalla rottura spinge lo scrittore a rompere con il cattolicesimo e ad avvicinarsi in quegli anni a nuove religioni (ebraismo, islam), fino a quella che definì la sua seconda profanazione: il passaggio dal monoteismo al politeismo, prima con l’induismo e poi con il buddhismo, in cui afferma di aver trovato un “pianerottolo” per la scalata verso Dio.

Coccioli si stabilisce in Messico e, imparando lo spagnolo, inizia a scrivere editoriali per i periodici. Dopo il 1973 le sue opere, oltre che in italiano e in francese, saranno pubblicate in spagnolo. Importante da menzionare è che in quell’anno pubblica Uomini in fuga con il quale dà inizio al movimento degli Alcolisti Anonimi in Italia.

A eccezione di un breve soggiorno in Texas, prima a Laredo e poi a San Antonio, Coccioli vive e lavora in Messico con il suo partner Juanito e Javier, che adotterà. In questa vita rocambolesca fatta di viaggi, incontri, lingue e culture diverse, non manca anche il coinvolgimento in un caso di sequestro: il 10 luglio 1988 Coccioli viene rapito da un gruppo di terroristi. Nuovamente gli viene risparmiata la vita, ma ad oggi non si è riusciti a far luce sul motivo del sequestro né della liberazione.

Muore nell’agosto del 2003, rifiutando l’estrema unzione, dopo aver pubblicato quaranta romanzi e innumerevoli articoli. È sepolto nel cimitero di Atlixco.

Il cielo e la terra: la desacralizzazione e il tormento spirituale

«In nessun autore italiano contemporaneo è presente una così grande tensione interiore, un’irrequietezza spirituale che poi si traduce in un nomadismo culturale e metafisico assolutamente originale, per non dire eccentrico».

Pier Vittorio Tondelli, in Un weekend postmoderno, riesce a racchiudere in una definizione tutta l’essenza coccioliana. Pone l’accento da un lato sul suo essere inclassificabile, fuori da ogni etichetta e soprattutto fuori da ogni canone letterario (e forse questa è un prima giustificazione alla sua assenza nell’entourage degli scrittori italiani del secondo Novecento); dall’altro sul tema centrale e dominante del mistero, del dubbio, del rapporto intimo con l’invisibile (e il modo di concepire il metafisico) che attraverserà la sua intera produzione letteraria e infine l’eccentricità, quell’aspetto che probabilmente ad oggi lo avrebbe incasellato nella categoria di rappresentante della letteratura queer. Ma bisogna procedere con ordine.

Nel 1950, quando il ricordo della guerra è ancora vividissimo, la percezione generale è che gli uomini avessero abbandonato Dio perché Lui era stato il primo ad abbandonarli. Di fronte a tutta la letteratura italiana del secondo dopoguerra, ossia di fronte a tante penne che ricercano la verità del proprio racconto attraverso la serietà di una lingua piana colorita dall’autenticità del vernacolo e a una scrittura che si fa lucida testimonianza etica e civile, Carlo Coccioli consegna alle stampe Il cielo e la terra: un romanzo scritto con magniloquenza e una patina di antico (in cui non mancano certe sfumature del dialetto toscano) che ricostruisce la storia di un prete e del suo fremente tormento religioso. Non un semplice prete, ma Don Ardito Piccardi, venerato come un santo da alcuni, un sovversivo per altri, di certo un diverso («in lui c’era qualcosa che fin dal primo giorno aveva destato in me una soggezione bizzarra») attraverso il quale rappresentare la tragica battaglia interiore dell’uomo che per seguire pedissequamente il dogma finisce per scontrarsi con l’impossibilità di rispettarlo.

La forma del romanzo, tutta novecentesca, è data dalla frammentazione del racconto che, soprattutto nella prima parte, costruisce questa insolita agiografia con relazioni, lettere, diari scritti da altri, personaggi che riversano sulla pagina parole sincere, intime, personali nel tentativo di catturare l’immagine del protagonista e restituirla nella versione più autentica possibile. Non c’è mai un distacco tra ciò che viene raccontato da chi parla, tutto viene portato avanti da una prima persona che raccontando la vita di un altro mette a nudo sé stessa. Ma soprattutto, attraverso il racconto della vita di Ardito Piccardi, la matrice che anima e investa la narrazione è la lotta costante tra forze contrastive. Sulla pagina domina l’irrequietezza generata da un dualismo dinamico che è forza motrice non solo del soggetto, ma del mondo intero: l’immanente e il trascendente, il particolare e l’universale, il cielo e la terra appunto. Tutto è attraversato da una scarica che asseconda gli sbalzi di tensione nello scontro tra opposti senza arrivare mai ad una risoluzione ultima e definitiva.

C’è qualcosa di controverso, unico e irripetibile in Ardito Piccardi, a partire già dalla sua chiamata che avviene in negativo, non per volontà di Dio, ma dall’incontro con Satana («la mia porta fu Satana»), perché se il Male si mostra a volto aperto, al contrario le vie del Signore sono invisibili e difficilmente rintracciabili. L’unico modo certo per non peccare è combattere il suo peggiore antagonista. Animato da una serietà gelida, che incute timore e riverenza, ma non amore negli altri, è in conflitto interiormente con l’ardore della fede che tenta di contenere a ogni sermone. Lotta con sé stesso e con la sua arroganza, quella di chi ha la sicurezza di seguire la parola dogmatica in maniera, non riuscendo però a concepire un pensiero al di fuori di essa, e allo stesso tempo pronto a indossare una veste quasi eroica nella sua battaglia contro la desacralizzazione della vita, della vincita della forma sulla sostanza, della perdita della fede contro il guadagno materiale. Nella scrittura di Coccioli ogni elemento trova sempre il suo doppio e anche in Ardito Piccardi c’è la lotta tra l’uomo di Chiesa e l’uomo («mi rendo conto che ognuno di noi porta dentro due esseri che discutono»), in cui si risolvono tutte le sue contraddizioni: sbaglia nel suo agire ma, in concomitanza con l’errore, realizza miracoli.

Alla base del romanzo è evidente la chiara influenza che Gabriel Marcel, non a caso il seguito, dal titolo La pietra bianca, si apre con una lettera del filosofo francese. Tra gli aspetti fondamentali della sua teoria, di chiara ascendenza pascaliana, vi è il rifiuto di ridurre la vita e l’uomo stesso in concetti astratti catalogatori, proponendo invece una visione del tutto anti-idealista. Il processo filosofico non può e non deve mai considerarsi definitivo e assoluto.

Nella sua visione della modernità, Marcel denunciava la desacralizziazione della vita a seguito della caduta di una visione teocentrica a vantaggio di un antropocentrismo pratico e tecnico. Il principio della ragione, che si poggia sull’idea di intellegibilità del mondo, pur non avendo di per sé aspetti negativi, ha assunto connotati nefasti nel momento in cui la tecnica ha iniziato a dominare la natura umana stessa, negando radicalmente ogni principio di trascendenza che è appunto parte essenziale dello spirito umano. Conoscere il mondo con il solo principio della ragione, della tecnica appunto, porta alla perdita del peso esistenziale e alla deflagrazione dell’uomo stesso. La vita deve essere riaccolta alla luce di un pensiero religioso e a una riscoperta del sacro. È un’apertura al mistero (quello della fede appunto) che, a differenza del problema, non può essere risolto perché sconosciute e non intellegibili sono le sue componenti, anzi il soggetto finisce per sentirsi parte di quello stesso mistero. In questo movimento di identificazione, come parte del mistero, l’uomo può ritornare ad essere collocato con l’Essere (che sarà dunque insondabile, solo percepibile). Alla base vi è un principio di umiltà, quella che Don Ardito Piccardi in un primo momento non possiede, il riconoscimento che la ragione umana non può comprendere e dunque possedere perché impossibilitata a ricondurre alla propria dimensione ciò che trascende. L’Essere si rivela all’uomo e l’uomo può solo riflettervisi. Così è possibile stabilire un rapporto di compresenza e grazie a ciò l’unità tanto desiderata è ripristinata, un’unità garantita unicamente da un sentimento amoroso di abbandono.

Il primo gesto raccontato di Don Ardito Piccardi è proprio quello del rifiuto di un’importante eredità prima e di ogni bene materiale poi, scelta che continua a portare avanti nel corso di tutta la sua esistenza. L’esercizio dello spoglio e mortificazione di sé, che presenta una matrice ascetica, assieme a quello della conoscenza sono le due strade portate avanti con inflessibile coerenza, ma soprattutto unicità, che lo porta ad essere associato alla figura di filosofo che come dice Marcel: «è nel mondo, ma non è di questo mondo». È proprio questo prendere le distanze dalla realtà terrestre per accedere a una realtà trascendente che gli restituisce le armi per riavvicinare l’umano all’Essere e operare per rinsaldare la tecnica, la ragione, con la pura spiritualità (il dualismo anche qui, ma i cui antipodi sono pacificati e non in lotta). Il mondo sconvolto dalla guerra sembra aver cancellato la spiritualità appunto, il contatto con l’Essere, a vantaggio del possesso e della forma priva di contenuto, l’Avere, che nel romanzo si realizza nella lotta proprio tra i due termini chiavi: il cielo e la terra.

«Fra il cielo e la terra, è la terra, è la terra che ha vinto! (…) Perché io che per tutta la vita, come migliaia di altri preti del mondo, avevo predicato la verità del divino e l’illusione di ciò che chiamiamo terrestre, ero schiavo talmente della terra che il cielo, per poterlo accettare, com’egli aveva detto, dovevo vederlo vestito nei panni terrestri!». 

Non manca dunque una fortissima critica nei confronti della società cristiana nella quale è evidente come l’elemento religioso-spirituale, condotto avanti per inerzia e con una buona dose di ipocrisia, fosse stato abbattuto a vantaggio di una mentalità volta unicamente al guadagno e al prestigio sociale: «Parliamo della società economica, uomini che vivono insieme e che si sono date le norme della propria convivenza: che cos’è questa società in cui viviamo, cosa sono queste norme? Ecco: il carattere primo è la servitù del possedere. Tutto si fonda sulla differenza fra chi ha e chi non ha, questo è mio e questo è tuo, le cose di distinguono in quelle che si hanno e quelle che non si hanno, tutto si compra e tutto si vende, la base d’ogni azione risiede nella proprietà».

Don Ardito Piccardi viene raccontata come appunto un essere superiore, colui che abbraccia il mistero tentando di accettare la dannazione di non poter capire. Inscalfibile è la sua coerenza e fedeltà al credo, tanto da esserlo fino all’assoluto, ma anche fino all’assurdo.

Dopo la sua formazione, viene inviato nel paesino sperduto di Chiarotorre e si scontra con una società che ha perduto la sua spiritualità e che presenta un forte sbilanciamento sociale tra nobili e poveri, in cui non riesce ad ambientarsi perché le sue parole perseguono un pensiero che non può essere facilmente accolto. Il protagonista rimane su una «soglia», condizione imprescindibile del tormento, quello di non far parte di nessuno luogo, ma «sospeso fra la terra, che non conosce, ed un cielo lontano». Alla propria posizione si aggiunge il confronto e la conseguente accettazione del dogma, e quindi dell’inspiegabilità e dell’inconoscibilità alla base del credo («questo ho imparato una volta ancora: la nostra insufficienza»), che è il motivo della tensione spirituale che tormenta il protagonista per tutta la narrazione come l’aspirazione alla santità che verrà costantemente vessata dalla tracotanza del desiderio stesso.

Proprio in questo perfetto rapporto di compresenza tra Essere e uomo, o meglio divino e umano («eppure siamo simili dal pezzo di cielo che abbiamo dentro. Ci è stato regalato, nessuno può togliercelo; noi stessi, sì, possiamo togliercelo») ne consegue l’ammissione dell’ambiguità umana che contiene in sé questo continuo cortocircuito tra Bene e Male: «Muoversi, agire nella speranza. Giacché mi sembrava di capire che tentare di distruggere ciò che è nell’essere umano, anche ciò che nell’essere umano appare come un male, equivale a tentare di distruggere l’essere umano: togliergli la possibilità estrema di comunicare col Padre».

L’elemento ripetuto e coerentissimo del percorso di scrittura di Coccioli rimane il tormento per quel dualismo, mai pacificato, che si genera tra due entità trascendenti (il Bene e il Male, Dio e Satana, l’Essere e l’Avere) che trova la sua realizzazione nello scontro, tutto immanente, nel soggetto singolo. Un modo di interrogarsi sulle grandi questioni esistenziali senza imporre mai il pensiero sul sentimento, anzi elevando a soggetto proprio quella lotta fra logica ed emozione.

Quasi come un percorso a tappe, il protagonista si sposta in un primo momento da un sentimento di giustizia intransigente (soprattutto quando si trasferisce a Chiarotorre), per proseguire la sua ricerca di verità attraverso la seconda parte («forse la via alla quale ero chiamato era di conoscere», quando si trasferisce in città in cui dirige un circolo intellettuale e scrive opere che otterranno ammirazione e plauso dagli stessi preti che lo circondano), ma non è abbastanza perché l’ultimo passo da compiere è quello di comprendere come la conoscenza non sia nulla se non supportata dall’amore («per me, peccato è semplicemente non-amore»).

Perché è proprio il sentimento amoroso che permette l’illuminazione, l’identificazione reciproca, la coincidenza di vedere il divino nell’umano e l’umano nel divino: «Una serie di circoli di cui lui è il centro. La sofferenza nasce dal non poterne far coincidere i movimenti… Mi trasportano, Gesù. Questo nome gli sale alle labbra. Aiutami Gesù! Lo vedi: Ti chiamo così. Non Cristo, ma Gesù. È una differenza d’amore (…) Ora mi accorgo che la conoscenza, alla ricerca ho dedicato la mia vita dopo la partenza da Chiarotorre, non esiste. Si può soltanto essere illuminati, e si è illuminati per amore».

Tra gli elementi centrali e anche controversi (che saranno al centro del romanzo successivo Fabrizio Lupo) Coccioli inserisce un personaggio omosessuale, Alberto Ortignati, che avrà un serrato confronto con Don Ardito Piccardi, al tempo ancora giovane, arrogante e intollerante, freddamente intransigente che, per liberare il ragazzo dalle colpe che lo assediano, lo getta in un vortice di disperazione. Solo in tarda età, il prete potrà pronunciare: «Come Dio crea un biondo – continuò don Ardito – così ha creato lei. Anche lei è bello agli occhi di Dio. Anche lei è fatto ad immagine di Dio. Non lo sapeva?».

La tematica omosessuale, come quella maggiormente erotica, è l’altra faccia della medaglia della produzione letteraria di Coccioli. Già presente nel romanzo una venatura di sensualità che a più riprese si manifesta nella narrazione, ma che avrà forte rappresentazione in Fabrizio Lupo. In quest’ultimo, torna l’irriducibile tentativo di inserire l’omosessualità nell’ottica religiosa, che tenderebbe a escluderla senza possibilità d’appello, per generare un sincretismo del tutto sui generis. Perché la profanazione coccioliana sta proprio nel tentativo di inclusione nella sacralità di tutto quello che un tempo sarebbe stato estromesso. L’itinerario religioso di Coccioli infatti non si arresta al trascendente, allo spirito, ma si rivolge anche al corpo, al senso e alla sensualità, ma questo aspetto troverà maggiore espressione in altre opere.

L’erede di Montezuma: il confronto con l’altro, l’unità nel molteplice

Uno degli aspetti tipici di Coccioli è che la sua scrittura, i suoi soggetti, la sua forma narrativa cambiano ecletticamente, ma il tema rimane costante e in evoluzione. Un po’ come il suo rapporto con le religioni, l’avvicinamento a un credo diverso è il mezzo, non la sostanza, utile a voler sciogliere quel bandolo della matassa che lo tormenterà, come i suoi personaggi, per tutta la vita. Sono i tentativi ripetuti di trovare risposta senza mai venire meno all’esistenza di un qualcosa che attraversa e oltrepassa l’umano, senza mai considerare però ciò che trascende slegato dal soggetto stesso, ma come parte di un tutto che si muove in un cerchio infinito.

In L’erede di Montezuma, sempre in prima persona, a parlare è Cuauhtemoc, ultimo imperatore azteco, fatto prigioniero dagli spagnoli. Nella sua condizione di prigionia, ma circonfuso da una luce verde (il verde è colore simbolico che in tutte le religioni rimanda al paradiso, all’estasi e alla rigenerazione) «ch’è pace e gioia», racconta la sua intera esistenza e con esse la storia del proprio popolo, della propria cultura e soprattutto della propria concezione del mondo. I capitoli brevissimi, trecento in tutto, appaiono come flash appunto che riemergono dal passato e che si trasformano in tasselli uno di presso all’altro volti a ricostruire non solo la vita ma gli ultimi decenni dell’impero. Coccioli intraprende il difficilissimo tentativo di dar voce ai vinti, raccontando una storia diversa da quella tramandata (perché si sa che la storia è raccontata dai vincitori), assumendo l’ottica dell’indigeno per contrapporla alla mentalità occidentale colonialista.

In realtà, cancellando le distanze, tutti i personaggi di Coccioli sono mossi dal tentativo impossibile, ma necessario di rispondere alle stesse domande, domande che cancellano le differenze e uniscono l’essere umano che cerca la ragione del proprio essere. Nella forma della confessione che è motore portante di tutta la narrazione di questo romanzo, non solo viene ricostruita la storia e la disfatta di un popolo a opera di un altro, ma di nuovo la soggettività del singolo viene messa alla prova dagli eventi nel disperato tentativo di trovarvi una ragione, un senso altro, più grande, che lo metta a contatto con il sovrumano: «Perché viviamo? Vale la pena di perseguire un ideale qui sulla terra? È verità ciò che diciamo con le parole? Non c’è forse un mondo differente, un mondo ulteriore, al di là di quello visibile e palpabile? Ciò che vediamo e tocchiamo è davvero la realtà? Queste e altre domande entrano in me, mi turbavano, seminavano l’incertezza nel mio spirito».

Questo è un romanzo sulla guerra, quella concreta, reale, effettiva contro i conquistatori spagnoli e quella tutta spirituale, perché «la guerra è la base sulla quale riposano l’universo e la vita». La vera lotta è quella tra un popolo profondamente in contatto con la natura (il cielo), spiritualistica possiamo dire, contro il materialismo (l’avere di Gabriel Marcel) spagnolo; ma si aggiunge un altro scontro quello tra politeismo, che unisce animismo e sciamanismo, e il monoteismo europeo. Le concezioni culturali e religiose implicano pratiche completamente diverse e probabilmente disturbanti per uno spettatore occidentale, in particolar modo la questione dei sacrifici umani alla base della cultura azteca. La violenza, priva di qualsiasi senso di colpa, è raccontata con lucidità e intelligentemente senza alcun giudizio. È il modo di concepire il mondo che distorce la nostra concezione del Bene e del Male, ma allo stesso tempo siamo tutti custodi una particella universale (divina) per cui qualsiasi distanza tra religioni, visioni, culture si annulla. Infatti, centrale, oltre alla narrazione dei fatti che, come scrive Coccioli, è per l’ottanta per cento basata su fatti realmente accaduti, in quel venti per cento di invenzione domina il confronto fra due realtà opposte, i famosi antipodi, che oltre a tormentare l’animo umano, si concretizzano in terra. Il confronto con gli Esseri, così li chiama la voce narrante, è il confronto con l’alterità ed è ciò che fa instillare in Cuauhtemoc il dubbio, l’esitazione e l’incertezza della propria posizione: «(…) Conoscete così bene la loro natura? Tutto è palese al vostro intendimento? Non vi sono più misteri, per voi, in questo mondo e negli altri? Avete dimenticato i segni?».

Gli Esseri sono «portatori di enigmi», ma a ben guardare non c’è differenza, nel confronto con l’altro, se in un primo momento viene ribadita, rimarcata, tanto da vedere negli Esseri degli dei, in un secondo momento le distanze si azzerano, le posizioni diventano intercambiabili, le differenze coincidono: «Cuauhtemoc, gli Esseri, come li chiami tu, o falsi dèi, come io ho tendenza a chiamarli, sono in primo luogo una forma di noi stessi, della nostra anima».

Una delle recriminazioni più forti portate avanti dallo scrittore, attraverso questa storia di vittime e colonizzatori, è che, ogni regime di potere, spagnolo come azteco, sia fondato sulla violenza e l’odio quando per Coccioli è importante ribadire che è l’amore a essere l’unico perno intorno cui l’umanità deve ruotare e che è alla base dell’unità non solo in terra, ma anche in cielo: «Non più l’unità attraverso l’oppressione, ma l’unità nell’amicizia. È ciò che dicevamo incessantemente. Amicizia, amore».

Ed è proprio nella cancellazione delle gerarchie, di servi e padroni, fedeli e divinità, con l’azzeramento delle distanze che si trova la libertà, che tanto si avvicina ad una visione mistico-ascetica, in cui il soggetto umano non è più distinto dall’oggetto sovrumano della sua devozione, dalla divinità: «Ho tagliato i legami d’una dipendenza mistica. Né gli Esseri né gli dei mi dominano più. Riverisco gli dèi, ma essi non sono più sopra di me, non mi schiacciano più: sono in me, liberi, e io li accolgo libero. Quanto agli Esseri, né paura né odio: gli Esseri non più che una domanda alla quale forse non è nemmeno desiderabile che io risponda».

La frontiera è il luogo in cui abito

Sulla questione del sacro, del divino, del bene e del male, tematiche del genere non possono considerarsi inedite, forse poco approfondite nel panorama coevo all’autore troppo aggrappato al contingente. L’interrogarsi attraverso la scrittura sui massimi sistemi è stata di certo prerogativa di illuminati scrittori e pensatori italiani (e non solo). Ma a voler trovare una sua collocazione all’interno del canone, è ravvisabile un proseguo della parabola che ha avuto inizio dal scientifico «eppur si muove» galileiano, in cui si può ritrovare un modello di prosa polemica rigorosa e stringente, ed è continuato fino a Leopardi che appare figura molto avvicinabile all’autore (anche, forse, per certe spie lessicale disseminate nel testo: «sovrumani silenzi», «al cospetto del cielo e della terra, l’uomo non era e non è nulla», «una specie di tedio»).

Da un lato Coccioli presenta il paradosso della fede (inizialmente cattolica, poi universale del rapporto con il divino) per cui, postulando l’esistenza di Dio, è impossibile che nella sua perfezione abbia potuto generare il male, ma che soprattutto questo possa abbattersi sugli innocenti. Se in Leopardi il principio negativo non è subordinato in dialettica con il positivo, anzi finirà per affermare che il Male è il solo che spiega e determina il reale; in Coccioli, e in particolare nella prima fase della sua produzione, la filosofia è mossa a non mettere in dubbio il Bene e a non rinunciare al mistero pur ricordando che «bisogna giustificare Dio per salvarne l’onore». Tra l’altro molto simile a quelle di Leopardi sono le ricadute del pensiero, infatti se il poeta recanatese giungerà a una totale intercambiabilità tra i termini Natura e Dio, abbracciando la teoria spinoziana per cui l’universo intero è Dio stesso; Coccioli, nel passaggio alle varie religioni monoteistiche alle politeistiche, arriva a sconfiggere la drammaticità di un dualismo inconciliabile con il panteismo per così raggiungere l’unità e affermare «non c’è due nell’universo».

Coccioli nelle interviste ribadisce che quando scrive non è lui a parlare, ma una voce quella dello jinn, o di un angelo o di un demone, quella particella universale che tutti custodiamo, così l’immagine della bocca-spirito che abita e prende il sopravvento torna sia ne Il cielo e la terra («quando la messa terminò, m’accorsi di non essere stato io a parlare, bensì qualcosa che abitava in me») sia, quattordici anni dopo, in un romanzo completamente diverso come L’erede di Montezuma («allora vidi, in quella bocca, tutte le bocche del mondo, vidi “la” bocca. La prima e l’ultima; l’essenziale»).

In realtà il doppio eternamente presente nella sua narrazione sembra quello imposto dalla norma in cui Coccioli, costantemente nella sua condizione di frontiera (che è alterità), non trova collocazione e dunque mosso alla ricerca di un nuovo spazio da abitare. E per poterlo fare il primo passo è quello di ritornare all’origine, problematizzare, domandare, interrogare per riappacificare. I suoi romanzi sono un peregrinaggio teologico, che non va da un punto di inizio a un punto di fine, ma è in questo errare continuo e circolare, nell’essere tra i due punti, che trova il proprio posto, quello della frontiera, dell’altrove. Ritorna sulla stessa strada, percorrendola in maniera diversa, sempre volto a non rinunciare alla spiritualità e alla sacralità, alla trascendenza, a un contatto con il tu che può avvenire solo alla luce dell’io. C’è tutto in quell’ultima e mistica scena che chiude L’erede di Montezuma, l’ultimo imperatore, circondato da una luce verde che è pace e gioia, vede Cristo liberato dalla croce (dal dogma religioso, dalla singola religione, dalle restrizioni della forma terrestre a rendere il divino a sua immagine e somiglianza) che diventa così una ierofania che accoglie l’essenza dell’io, del singolo, liberato da ogni sovrastruttura nell’orizzonte dell’assoluto: «è stato come se quel dio d’amore avesse accolto, per premerlo sul suo cuore, pace e gioia, Cuauhtemoc l’aquila azteca caduta».

Coccioli rifiutò l’estrema unzione. Sembrerebbe che una risposta definitiva, forse, al suo grande interrogativo, riguardo alla giustificazione del male e alla ricerca di un proprio posto nel mondo, abbia trovato risposta nel principio del karma. Eppure non è qui che si arresta la conoscenza di Coccioli, molto più complesso e tortuoso, per quanto circolare, è il suo percorso di scrittore. È una spirale barthesiana che torna sugli stessi punti, ma ad altezze diverse e solo la conoscenza totale della sua opera può restituire le vertigini di una scrittura che sonda il cortocircuito euristico tra anima e corpo, umano e divino, bene e male, Dio e Satana, fede e profanazione, eros e preghiera, libertà e fanatismo, in quel dualismo che si anima e lotta dall’interno, dall’io, portando il lettore non a empatizzare, ma ad assumersi quelle stesse domande. Soprattutto oggi, che ogni traccia di spiritualità sembra essere stata sostituita dalla virtualità, oggi che chi viene dai margini ha dichiarato guerra a ogni manicheo binarismo, appare quanto mai necessaria questa urgenza a compartecipare senza mai accontentarsi a quel grande mistero di cui noi e il mondo intero facciamo parte.

________________

↔ In alto: illustrazione © Bianca Sangalli Moretti. Per gentile concessione.