Linea di contorno

Irene Morlino

Zelda si trovò da un giorno all’altro senza qualcuno che le desse una mano in casa. Il biglietto sul tavolo della cucina l’avvertiva che non sarebbe più potuto venire: aveva accettato un’offerta di lavoro a tempo pieno presso un’impresa di pulizie. Non l’aveva trovata a casa, sul cellulare non rispondeva e lui avrebbe iniziato il mattino dopo. Zelda aveva orari di ufficio lunghi e faticosi e quell’aiuto era l’unico vero lusso che si era permessa. 

L’appartamento era piccolo. Nel fine settimana avrebbe spolverato la camera, il salotto, avrebbe dato una pulita al bagno e all’angolo cottura. Non ci sarebbe voluto molto. Forse avrebbe cercato qualcun altro, o forse avrebbe colto l’occasione per risparmiare. 

Era stato Enrico a segnalarle quello studio in affitto, qualche anno prima. Aveva letto l’annuncio nella vetrina dell’agente immobiliare del quartiere. Uno studio in un palazzo in zona centrale, vicino alla metro che portava direttamente in ufficio. Cosa poteva volere di più? 

La vedo muoversi, da sotto il letto. Inginocchiarsi, cercare di raggiungermi e poi desistere. Il panno continua a essere bianco.  

Ghiaccio in tutti e sei i bicchieri. I suoi colleghi ridevano. Un po’ stordita Zelda ascoltava i racconti striduli. Sorrideva e sentiva la propria voce proporre meccanicamente un brindisi: Alla consegna e a tutte le serate trascorse in ufficio! Ogni volta che terminava un lungo progetto di consulenza, la sua divisione si riuniva nel bar di fronte all’azienda. Non è un granché, ma tutti vanno lì ed è diventata una tradizione, le aveva detto Clara mentre le mostrava dove fossero le stampanti il primo giorno di lavoro, cinque anni prima. La preparazione per quel giorno era consistita nel fare acquisti con la madre, scegliendo le giacche e le scarpe adatte. Era stata in dubbio prima di accettare quell’incarico, ma non aveva trovato ragioni abbastanza forti per rifiutare. Lo stipendio era buono, avrebbe avuto un suo ufficio e un titolo. I parenti si erano complimentati con lei e gli amici dell’università la trattenevano per chiederle quello che avrebbe fatto. Sono tutti entusiasti, pensava Zelda un giorno mentre in piedi nel bagno si toglieva lo smalto arancione e buttava via le altre boccette dai colori fluo che non sarebbero servite più. Solo sua nonna aveva mostrato scetticismo. Si chiamava Zelda anche lei, un nome che era entrato in famiglia da quando il bisnonno aveva viaggiato negli Stati Uniti, dove era più diffuso. Forse il nome dell’amante? Le era stato detto che significava «felice», e che quindi fosse di buon augurio per le nasciture. Lo scetticismo della nonna, però, non le fece cambiare idea. Cominciò a pensare anche lei che fosse un buon lavoro. 

Mi accumulo vaporosa agli angoli della stanza. Divento più corposa. Le mie particelle luccicano in silenzio a ogni raggio di luce.

Una sera mite, i gelsomini fioriti annunciavano ai passanti l’estate imminente. Le buste della spesa pesavano. Il frigo si era velocemente riempito per la cena, ma sarebbe rimasto così, anche se non erano quelli i programmi. Devo partire, ho l’aereo in serata, le aveva detto Enrico il pomeriggio stesso. Ho fatto di tutto per restare, ma non posso. Se glielo avesse detto prima, avrebbe rimandato la spesa e chiamato un’amica o sarebbe andata a trovare la sua famiglia. Va bene, aveva risposto. 

Si ricordò di una gita fuori porta. Erano seduti insieme sulla spiaggia a vedere i fuochi d’artificio, e Zelda li ammirava come se fosse sola. Gli schizzi rossi e verdi sul cielo nero e gli scoppi che ne seguivano non distraevano Enrico dalla sua telefonata. Era importante, certo. Lui aveva alzato lo sguardo distratto. Bello, aveva detto e Zelda gli aveva sorriso. Forse le sarebbe bastato. 

Enrico rientrò qualche giorno dopo. E fu come se niente fosse successo, come se si fossero sempre parlati e avessero trascorso quei giorni insieme. Non convivevano e preferivano entrambi questa soluzione. Siamo autonomi, aveva detto lui a un amico in comune durante una festa. Zelda credeva di essere d’accordo. In fondo non voleva dipendere da nessuno, ma allo stesso tempo le piaceva che ci fosse lui nella sua vita. 

Inizio a solleticarle il naso. Rimango lì, la fisso ma lei fa finta di non percepire la mia presenza.

Zelda non riusciva a smettere di stringersi il naso in cerca di sollievo. Era stato quasi impossibile mettersi la matita attorno gli occhi umidi e sarebbe stato comunque inutile, visto che se li sarebbe stropicciati poco dopo. Starnutiva. Doveva essere qualcosa che aveva mangiato o l’inquinamento della città. Si sentiva avvolta da un velo solido e insistente. La seguiva in ufficio, in pausa pranzo, in palestra. Ma sarebbe passato. Il divorzio dei genitori, la bocciatura a un esame di ammissione, la mancata promozione al lavoro, l’inspiegabile allontanamento di un’amica. Tutto poteva essere racchiuso in una bolla che sarebbe scoppiata e scomparsa. Tutto passava, tutto scompariva.  

Le piante dell’appartamento erano coperte da un sottile strato grigio. Lo stesso che si trovava sulle riviste appoggiate sul tavolo e sugli scaffali della libreria. Quando tornava a casa, Zelda aveva paura di sporcarsi. Si lavava le mani dopo essere uscita dalla metro, e poco dopo sentiva il bisogno di lavarsele di nuovo. Polvere. La vedeva, ma non riusciva ad affrontarla. Era lì, si accumulava, le faceva prudere il naso. Non le stava più dispiacendo tornare tardi dall’ufficio, trovare la casa immersa nel buio, struccarsi velocemente e andare a letto. 

Una sera, Zelda aprì l’armadietto sotto il lavandino. Vi erano impilati una decina di panni per pulire, arancioni, gialli, verdi. C’era uno strano odore di stantio smorzato da quello del sapone di Marsiglia. Era lo stesso odore che trovava nel retrocucina della casa dei suoi genitori. Lo stesso odore di quando, da bambina, sua mamma l’aveva trattenuta un’intera serata a pulirsi i capelli, il viso, i vestiti, le scarpe con sapone e spazzole per togliere tutta la terra e la polvere che la seguiva come una nube da un pomeriggio di giochi nel giardino della scuola. Era stata, quella, una giornata strana, nettamente divisa a metà. Una prima parte, serena e quasi felice. Una seconda, triste e permanente. Ricordava l’acqua torbida, di un pomeriggio sereno, ingoiata nel tubo di scarico e sparita per sempre. 

Zelda sospirò. Prese uno di quei panni, ma aveva appena iniziato a spolverare, quando lasciò cadere tutto su una sedia. Chiuse l’armadietto con uno schiocco e stropicciandosi gli occhi si allontanò in bagno cercando sollievo nelle gocce di collirio posato sulla mensola e ancora aperto dal giorno prima.

Ti guardo, sono immobile eppure non riesci a prendermi. 

Qualche mattina dopo, Zelda era nel disimpegno vicino alla porta. Stava controllando di aver preso le chiavi e i documenti per la riunione. Non era ancora uscita di casa e sentiva già l’esigenza di lavarsi di nuovo le mani. La polvere fluttuava silenziosa e aderiva alla stoffa nera del vestito. Cercò di sfregarla via, ma sembrava che  avesse penetrato il tessuto e fosse decisa a rimanere. Guardò i cumuli grigi sul parquet prima di girare due volte la chiave.

Poco dopo, al lavoro, un delicato profumo di violetta aveva annunciato Clara appena prima che entrasse senza bussare. Ti ho portato questi, aveva detto, poggiando un pacchetto di fazzoletti sul tavolo di Zelda. Hai gli occhi rossi da un bel po’ di settimane e starnutisci spesso. Hai provato a fare dei test allergici?. Zelda guardava Clara. Il suo vestito pulito e perfettamente stirato, le sue scarpe lucide, la matita del trucco ben fissata. Qualunque cosa stesse accadendo nella vita di Zelda, Clara ne sembrava immune. Sorrideva di un sorriso largo, come una di quelle persone soddisfatte per aver ricevuto una buona notizia. Tutto era come Clara voleva che fosse. Se c’era qualcosa che non andava, lo diceva e basta, subito, finché ciò che le dava fastidio si risolveva. In un modo o nell’altro. 

Starnutì. 

Salute, Zelda. 

Sono sempre qui.

Distesa sul divano, quella sera, Zelda ripensava alla collega, al suo modo di fare, al suo profumo, alla sua pulizia. Al contrario, la polvere era lì accanto a lei. La sua polvere. Una massa grigia, lanosa, compatta ma allo stesso tempo leggera, apparentemente inconsistente se ne stava negli angoli dell’appartamento. Era sul tavolo, rimaneva sulle dita, aderiva agli oggetti, ai vestiti. Acquisiva una vita autonoma. Cresceva e, a ogni movimento di aria, fluttuava nella stanza per rimanere un poco sospesa e poi ricadere, riprendendo la sua immobilità. 

Io sono qui, mi accumulo, sedimento. Più rimuovi, più io cresco. 

Il telefono non dava segnali di chiamate o messaggi. Questa volta Enrico l’aveva avvertita. Non ci sono stasera, riunione fino a tardi. Zelda rimaneva nel silenzio e nella polvere. Era buio fuori e l’arancione dei lampioni si rifletteva sui vetri del salotto. Non osava accendere l’interruttore, aveva paura di quello che la luce elettrica avrebbe potuto illuminare.

Adesso mi vedi? Mi prendi? 

Dove sei? 

Qui. 

Zelda si stese per terra, in mezzo al salotto, fissando il soffitto. Ora poteva sentirla ancora meglio, la polvere che aderiva ai suoi vestiti e che si depositava lenta, sui capelli, sul viso, come fiocchi di neve. Zelda iniziava a sentirsi leggera, la sua vita era una linea di contorno della vita stessa. 

Fluttuava. 

Io sono Zelda. 

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↔ In alto: foto Enrico Mantegazza / Unsplash.